Il premier è un dettaglio: la crisi britannica ben oltre Starmer

Samuele Dario Lunghi
23/06/2026
Poteri

Starmer si dimette, ma la sua caduta non cambia niente: il guasto del sistema britannico sta a monte, e nessun successore può ripararlo.

Un mese fa scrivevamo che Keir Starmer stava bruciando consensi a velocità record, ostaggio dello stesso copione che aveva già divorato i suoi predecessori. Il 22 giugno il copione si è preso anche lui. Dopo appena due anni, il primo premier laburista dopo quattordici anni di governo conservatore ha annunciato le dimissioni, ammettendo “with good grace” di non essere “the best person” per guidare il Paese, e si è impegnato a restare in carica fino a quando il partito non avrà scelto chi viene dopo.

La sua caduta si spiega a una sola condizione: smettere di guardare lui.

Cartapesta

Da settimane la stampa britannica lo dava per finito, e ieri Donald Trump si è preso il gusto di pregustarne la caduta, accusandolo di non aver fermato l’immigrazione. Proprio l’immigrazione era l’unico fronte su cui Starmer aveva fatto qualcosa di concreto: gli ingressi netti sono crollati da oltre 900.000 nel 2022 a poco più di 200.000 nel 2025. La macchina della narrazione gira a prescindere dai numeri, e quando azzanna un bersaglio non lo lascia più. Ma nessuna campagna, per quanto martellante, fa cadere un governo che poggi su basi solide. Quelle basi, sotto Starmer, non c’erano mai state.

Il trionfo del luglio 2024, 411 seggi, nascondeva una crepa visibile a chiunque sappia leggere i numeri: dietro la maggioranza più ampia degli ultimi decenni stava appena il 33,7% dei voti, la quota più bassa con cui un partito abbia mai conquistato la maggioranza dei Comuni dal 1830. Un colosso di cartapesta, dilatato dal maggioritario molto oltre il suo peso reale. Bastava un soffio, e il soffio prima o poi arriva al 10 di Downing Street. Quel 33,7% misura qualcosa di più grande della debolezza di un uomo: un elettorato che non si lascia più chiudere dentro due partiti.

La faglia sotto Westminster

Per un secolo il sistema britannico ha funzionato sulla frattura tra capitale e lavoro descritta da Rokkan e Lipset: due classi, due partiti, un corpo elettorale che si lasciava ordinare in due blocchi. Quella faglia si è chiusa, e se n’è aperta un’altra, quella che oppone società aperte e società chiuse, che non domanda redistribuzione ma identità, confini, controllo. La macchina elettorale, invece, è rimasta la stessa. Il maggioritario uninominale, che secondo Duverger dovrebbe schiacciare la competizione su due sole forze, riduce davvero soltanto dove l’elettorato è già strutturato. Sartori lo aveva avvertito: quando le vecchie lealtà si polverizzano, quel sistema smette di semplificare e comincia a deformare.

Era già successo. Nel novembre 1922 il Partito Liberale, per mezzo secolo forza di governo naturale del Regno, scivolò al terzo posto e non si rialzò mai più, falciato dallo stesso meccanismo che lo aveva incoronato non appena il suo elettorato si spaccò in due. Il First Past the Post non fa sconti a chi governa: punisce chi disperde i voti sul territorio. Allora a frantumarsi era un partito solo. Oggi sono due in contemporanea, con i conservatori già evaporati e i laburisti incamminati sulla stessa via.

All’origine di tutto c’è la Brexit. Quel referendum non si è limitato a portare Londra fuori dall’Unione: un singolo voto binario calato su una società plurale non l’ha semplificata, le ha aperto dentro una frattura che non si è più richiusa, ed è scesa a valle fino ai partiti.

La tenaglia

Il Labour, intanto, perde da due lati nello stesso momento. A destra cede terreno a Reform, ma l’emorragia più grave scorre a sinistra, verso i Verdi di Zack Polanski, oltre 180.000 iscritti, abbastanza da scavalcare Liberaldemocratici e Conservatori. Le rilevazioni YouGov sulle amministrative di maggio mostrano una coalizione laburista che si sfalda più verso l’ambientalismo radicale che verso Farage. La domanda di sicurezza fugge da una parte, il radicalismo post-materialista dall’altra, e un partito solo non può rincorrerle entrambe senza spaccarsi a metà.

Il favorito alla successione è Andy Burnham, sindaco di Greater Manchester, forse l’ultimo dirigente con un radicamento popolare nel Nord che ai vertici si è ormai dissolto. Eppure a gennaio il NEC del partito gli sbarrò la strada, respingendone la candidatura a un’elezione suppletiva. Ieri, il tempismo non è un caso, Burnham è stato proclamato MP del collegio di Makerfield, dove è stato eletto in un’elezione suppletiva “pilotata” per arrivare pronto alla chiamata di Re Carlo.

Più di una lattuga

Chiunque erediti quella poltrona, eredita la trappola intatta. Lo scenario più probabile è una transizione in ordine: il Labour troverà il suo nome, con ogni evidenza Burnham, e reggerà. Più di Liz Truss di sicuro, che nel 2022 durò quarantaquattro giorni, il tempo di un mini-budget e di una diretta in cui un cespo di lattuga le sopravvisse. A Burnham quel detonatore mancherà, e durerà più della lattuga. Ma reggere non è governare. Erediterà la stessa maggioranza fittizia, la stessa tenaglia, lo stesso maggioritario che non gli restituisce terreno stabile.

Dal referendum del 2016 quella poltrona ha consumato Cameron, May, Johnson, Truss, Sunak e ora Starmer: sei premier in meno di un decennio, biografie e partiti agli antipodi, identica parabola. Quando una sedia digerisce chiunque vi si segga, continuare a domandarsi chi la occupi è il modo più raffinato per non capire. Il difetto sta nella sedia.

E la sedia, alle prossime politiche, toccherà quasi certamente a Reform. I sondaggi danno il partito di Farage attorno al 27%, otto punti sopra un Labour ormai secondo. Il maggioritario gli consegnerà Downing Street nell’ora della sua massima impreparazione: millequattrocentocinquanta consiglieri raccolti in una sola tornata, nessuna classe dirigente, nessun apparato di governo collaudato. Salirà con la fame del vincitore e i mezzi del principiante, e quella sproporzione è già iscritta nella sua stessa ascesa.

Il contagio lento

Il Regno Unito ha esportato per un secolo il proprio modello come il gold standard della governabilità, e mezza Europa lo ha studiato con invidia. Oggi quello stesso modello insegna il contrario di ciò che prometteva: nessuna ingegneria elettorale tiene insieme una società che si è già divisa alla radice. Quando la macchina del voto smette di rispecchiare il corpo sociale non produce più maggioranze, produce governi senza legittimità o paralisi senza governo. La frattura che ha fatto saltare Westminster, quella tra una società aperta e una chiusa, lavora già sotto il continente, dove per ora il proporzionale la assorbe in coalizioni fragili invece di lasciarla deflagrare.

Per la prima volta il sistema britannico non ha più un punto di equilibrio: non sappiamo come finirà perché non esiste più una configurazione stabile a cui possa tornare. Le macchine, quando il mondo gira più in fretta di loro, non si dimettono. Si rompono.