Le preferenze non bastano. Ci vuole una riforma dei partiti

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Riccardo Lo Monaco
17/07/2026
Poteri

C’è un argomento che, ciclicamente, torna a occupare il dibattito pubblico ogni volta che si parla di legge elettorale: le preferenze.

C’è chi le invoca come il rimedio capace di restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti e, insieme, di migliorare la qualità della classe politica italiana.
È una tesi suggestiva, semplice da comprendere e quindi efficace sul piano comunicativo, ma è anche una tesi che, se osservata con un minimo di attenzione, mostra tutti i propri limiti.

L’idea che basti reintrodurre le preferenze per risolvere la crisi della rappresentanza è una delle più grandi semplificazioni della politica italiana degli ultimi vent’anni. Si confonde infatti uno strumento con il problema che quello strumento dovrebbe risolvere.

La domanda da porsi, prima ancora di discutere se sia preferibile un sistema proporzionale o maggioritario, con liste bloccate o con preferenze, è un’altra: chi decide chi può essere votato?

Ed è proprio qui che il dibattito sulle preferenze mostra tutta la propria debolezza.

L’illusione della scelta


La narrazione dominante sostiene che le liste bloccate abbiano sottratto ai cittadini il potere di scegliere i propri parlamentari, consegnandolo interamente alle segreterie dei partiti. È un’affermazione vera, ma solo in parte.

Con le liste bloccate il segretario decide chi candidare e in quale posizione collocarlo. Se un collegio elegge tre deputati e un partito è certo di conquistarne due, è sufficiente mettere Tizio al primo posto e Caio al secondo perché entrambi vengano eletti.

Fin qui nulla da obiettare.

Ma cosa cambierebbe davvero con le preferenze?

Molto meno di quanto si racconti.

Anche in quel caso sarà sempre il partito a decidere chi potrà presentarsi agli elettori. Saranno ancora le segreterie a compilare le liste, a stabilire chi è degno di concorrere e chi, invece, resterà escluso.

La differenza è che il segretario non sceglierà più l’ordine dei candidati, ma continuerà a scegliere i candidati.

E se desidera che venga eletto Tizio? Gli basterà candidare Tizio insieme a candidati molto meno conosciuti, meno radicati o meno competitivi. Il risultato sarà spesso lo stesso: Tizio verrà eletto, semplicemente attraverso un percorso diverso.

Le preferenze, dunque, modificano il meccanismo finale della competizione, ma non incidono sul momento decisivo: la selezione di chi può competere.

Il vero nodo della rappresentanza


Esiste poi un altro equivoco che attraversa il dibattito pubblico.

Si dà per scontato che chi raccoglie molte preferenze sia automaticamente un buon parlamentare.

Ma è davvero così?

Un campione di preferenze raccolte sul territorio può certamente essere un eccellente amministratore locale, un professionista stimato o una persona molto popolare. Non è detto, però, che possieda le competenze necessarie per svolgere il lavoro parlamentare.

Il Parlamento non è un consiglio comunale allargato.

Un deputato o un senatore deve discutere riforme costituzionali, analizzare centinaia di provvedimenti legislativi, valutare trattati internazionali, controllare l’operato del Governo, partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici costituzionali. Deve confrontarsi con materie economiche, giuridiche, internazionali e scientifiche di straordinaria complessità.

La popolarità elettorale non coincide necessariamente con la capacità legislativa. Confondere consenso e competenza è uno degli errori più frequenti della politica contemporanea.

La missione originaria dei partiti


Ed è qui che emerge il vero paradosso.

In astratto, non sarebbe affatto sbagliato che siano i partiti a selezionare i candidati, perché i partiti politici sono nati proprio per questo. Sono i corpi intermedi ai quali la Costituzione affida il compito di organizzare la partecipazione politica e formare la classe dirigente del Paese.

L’articolo 49 della Costituzione afferma infatti che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.”

Quell’espressione — metodo democratico — non è un dettaglio lessicale. È uno dei cardini dell’intero sistema costituzionale.

L’idea dei Costituenti era semplice: una buona democrazia nasce da buoni partiti.
Se i partiti funzionano democraticamente, selezionano dirigenti preparati, promuovono il merito, favoriscono il confronto interno e presentano agli elettori candidati all’altezza del compito.

In teoria, dunque, i migliori selezionerebbero i migliori, e si darebbe avvio a un meccanismo virtuoso.

Il problema è che oggi la pratica è molto lontana dalla teoria.

L’articolo 49 dimenticato


L’Italia è uno dei pochi grandi Paesi europei a non essersi mai dotato di una vera legge organica che disciplini la democrazia interna dei partiti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Ogni partito decide autonomamente quando celebrare il proprio congresso. C’è chi lo convoca ogni due anni e chi lascia trascorrere cinque, sette o perfino dieci anni. Esistono partiti che cambiano segretario attraverso congressi competitivi e altri che affidano tutto alla decisione del leader.

Le primarie, quando vengono organizzate, seguono regole diverse da partito a partito. In alcuni casi sono aperte, in altri riservate agli iscritti; in altri ancora non vengono proprio celebrate.

Anche i procedimenti disciplinari, le espulsioni degli iscritti, la selezione dei dirigenti territoriali e la composizione degli organismi interni dipendono quasi esclusivamente dagli statuti e dagli equilibri politici del momento.

In altre parole, ai partiti la Costituzione assegna una funzione essenziale per la democrazia rappresentativa, ma lo Stato rinuncia quasi completamente a garantire che quella funzione venga esercitata secondo criteri realmente democratici.

Ed è qui che nasce la crisi della rappresentanza, molto prima delle liste bloccate o delle preferenze.

La vera riforma: primarie disciplinate per legge


Se davvero si vuole restituire ai cittadini un ruolo nella scelta della classe dirigente, occorre intervenire molto prima delle elezioni. Bisogna democratizzare il momento in cui i candidati vengono selezionati.

La strada potrebbe essere quella di una legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione che imponga a tutti i partiti regole minime di democrazia interna.

Tra queste potrebbe esserci l’obbligo di celebrare congressi periodici, garantire la trasparenza dei bilanci, disciplinare i procedimenti interni e, soprattutto, prevedere primarie regolamentate per legge in vista delle elezioni politiche.

Primarie collegio per collegio, con regole uguali per tutti, con organismi di garanzia indipendenti, con elenchi degli aventi diritto definiti e verificabili, con tempi certi e procedure trasparenti.

In questo modo sarebbero gli iscritti, i simpatizzanti o gli elettori di ciascun territorio — secondo il modello che il legislatore riterrà più opportuno — a decidere chi rappresenterà quel partito, in quel collegio, il giorno delle elezioni.

La selezione partirebbe davvero dal basso, il territorio conoscerebbe i propri candidati prima ancora della campagna elettorale, e i candidati dovrebbero costruire consenso all’interno della propria comunità politica e non soltanto ottenere la fiducia del leader nazionale.

Dopo, il sistema elettorale conta molto meno


Una volta costruito un processo serio di selezione, la discussione sulla legge elettorale perderebbe gran parte della propria drammaticità.

Proporzionale o maggioritario? Collegi uninominali o plurinominali? Preferenze o liste corte?

Sono tutte questioni importanti, ma secondarie rispetto alla qualità della selezione.

Perché se i candidati sono stati scelti democraticamente dal territorio, manterranno comunque un rapporto con quel territorio, indipendentemente dalla formula elettorale.

Il problema della rappresentanza non nasce il giorno del voto. Nasce molti mesi prima, quando qualcuno decide chi potrà chiedere quel voto.

La riforma che nessuno vuole davvero


Forse è anche per questo che il dibattito continua a concentrarsi sulle preferenze.

Parlarne è relativamente semplice, è una riforma visibile, facilmente comprensibile dall’opinione pubblica e politicamente narrabile e spendibile, così come lo stucchevole dibattito su chi vuole e chi non vuole fare decidere “il popolo”.

Molto più difficile è affrontare il nodo dei partiti, perché significherebbe limitare il potere delle segreterie, imporre regole democratiche ai gruppi dirigenti, rendere contendibili leadership che oggi spesso non lo sono.

Eppure è proprio lì che si gioca la qualità della nostra democrazia.

Le preferenze possono modificare il modo in cui si scelgono i candidati già selezionati, ma non modificano chi decide quella selezione.

Per questo motivo, la vera riforma della rappresentanza non è la reintroduzione delle preferenze, ma il coraggio di dare finalmente piena attuazione all’articolo 49 della Costituzione, regolando per legge la vita democratica dei partiti.

Solo allora i cittadini non saranno chiamati semplicemente a “scegliere” tra nomi già decisi da altri, ma parteciperanno davvero alla costruzione della classe dirigente del Paese.

Ed è questa, molto più delle preferenze, la riforma che la democrazia italiana aspetta da quasi ottant’anni.