Povera Italia! Ami solo ciò in cui sei perdente e vinci solo in ciò che non ami
Siamo tutti dispiaciuti per il terzo fallimento consecutivo dell’Italia nel qualificarsi ai mondiali. Siamo rimasti tutti con l’amaro in bocca. Per tutti noi è stato un piccolo lutto.
Proprio per questo, forse vale la pena di metterci a cercare in questa incredibile sequenza di fallimenti qualche messaggio della Provvidenza, qualche segno del destino, qualche “astuzia della ragione” intesa a far evolvere, seppur attraverso il dolore, la nostra coscienza nazionale.
Non può essere una coincidenza
Non ci giriamo intorno: una volta può essere un caso. Due volte può essere un rarissimo caso. Ma quando si arriva a tre, deve esserci per forza un significato esistenziale nascosto.
Se poi consideriamo che, prima ancora dei tre mondiali mancati, ce ne erano stati due dove eravamo usciti ai gironi, il digiuno calcistico appare talmente lungo che non può non avere qualcosa dietro.
E no, non mi riferisco al fiume di spiegazioni – che senz’altro verranno date da commentatori ben più autorevoli di me – sui difetti storici del nostro paese che hanno portato al disastro: primo fra tutti un presidente della FIGC che dal 2018 non ha mai lasciato la poltrona, e che è assurto a simbolo vivente del clientelismo corporativo e dell’ostilità al merito che spadroneggiano sotto l’arco alpino.
Non mi riferisco alla raffica di accuse incrociate che senz’altro colpirà la miopia imprenditoriale dei club, convinti di poter vivere di rendita perché tanto il calcio andrà sempre di moda, la scarsa internazionalizzazione, i pochi investimenti sulle primavere, persino il presunto carattere viziato dei campioncini, sospettati di giocare solo per il loro conto in banca e non per l’onore della bandiera. (Sempre sperando che al coro non si aggiungano i neo-razzisti di sinistra, con la loro strampalata teoria per cui la nazionale dovrebbe reclutare più giocatori con dei tratti somatici che a loro dire garantiscono in automatico una migliore performance atletica).
In breve, non mi riferisco all’ennesimo tentativo di fare “analisi della sconfitta” illustrando le cause dei tre fallimenti sulla base di dati oggettivi (o, per chi preferisce, sulla base di luoghi comuni anni ’60 sul “continente nero paraponziponzipò” dove si balla l’hully gully e si corre velocissimi).
Nella delusione, a me piace credere proprio che i tre fallimenti abbiano un senso. Che servano, cioè, a guidarci a una presa di coscienza profonda su che cosa siamo diventati e su che cosa, invece, ci illudiamo di continuare ad essere.
Una volta compiuto questo viaggio interiore e accettata la metamorfosi, forse la sapienza che governa l’universo ci consentirà di uscire dal limbo e di qualificarci di nuovo ai mondiali.
Il rifiuto di essere quello che siamo
Non sfugge a nessuno che l’animo italiano, oggi, è inquieto. Ed è inquieto perché non si riconosce più.
Ammira con rimpianto ciò che ha smesso di essere, mentre disprezza con sospetto quello che è nella realtà.
Questa dissociazione mentale tra ciò che siamo davvero e ciò che vorremmo essere è sotto gli occhi di tutti proprio grazie allo sport.
Mentre i nostri cuori si ostinano a sanguinare per i mondiali di calcio, non c’è contrappeso che tenga: i trionfi senza precedenti nel tennis, nel nuoto, nella pallavolo, nella ginnastica ritmica e in quella artistica, nel pugilato e nelle arti marziali, sulle piste di neve e su quelle di ghiaccio, persino nell’atletica leggera dove non vincevamo nulla da generazioni, sono solo cerottini che non riescono a frenare la sconsolante perdita di sangue.
Le prodezze delle nazionali di basket, di rugby e di baseball, che uscendo da un lungo oblio stanno iniziando a giocarsela con le prime al mondo, ci lasciano indifferenti, a tratti quasi stizziti. Come se fossero solo un premio di consolazione.
Mai come oggi l’Italia è stata una superpotenza sportiva, ma se non c’è di mezzo il calcio nessuno se ne accorge.
Ebbene, se dallo sport ci spostiamo al mondo del lavoro, assistiamo allo stesso spettacolo.
Il turismo, che doveva essere il nostro petrolio, si è rivelato soltanto il petrolio dei nostri padroni di casa, che approfittano dell’epidemia di case-vacanza per affittare o vendere a prezzi strozzini.
Le microimprese a conduzione familiare, di cui andiamo tanto orgogliosi, generano in media 20 euro di valore aggiunto per ogni ora lavorata, contro i 50 di un’impresa media e i 120 di un’impresa grande.
La coltivazione del nostro venerato cibo italiano nelle nostre panoramiche campagne italiane, pur essendo ipersussidiata e niente affatto ignara del lavoro nero, non riesce a garantire né salari dignitosi agli agricoltori né prezzi accessibili ai clienti affamati.
Nel frattempo le tanto temute grandi imprese, che sono lo 0,1% del totale, generano da sole più del 35% del PIL, e l’Italia ha superato il Giappone come potenza esportatrice: macchinari industriali, prodotti chimici, medicine, mezzi di trasporto inondano quei mercati esteri dove i redditi sono ancora alti.
Costruiamo dighe in Africa, navi in Asia e reti elettriche nelle Americhe, quando poi in casa nostra facciamo i comitati contro la metro a piazza Navona.
Abbiamo il più efficiente aeroporto d’Europa, ma rifiutiamo di raddoppiarlo per preservare le balle di fieno vincolate nella Riserva del Litorale Romano.
Abbiamo i reattori nucleari più sviluppati d’Europa, ma ci tocca costruirli sulla Luna per colpa dei due referendum contro l’atomo.
Abbiamo istituti tecnici superiori eccellenti, ma siamo costretti a dare il titolo di “dottore” a chi ci studia perché altrimenti i genitori non ci iscrivono i figli.
L’Italia di oggi, in sintesi, è un tira e molla continuo: da un lato c’è quello che sapremmo creare con il nostro ingegno e la nostra proverbiale capacità di adattarci, dall’altro c’è il mito identitario dell’Italia agreste, turistica, mangiona e calciomane che abbiamo il terrore di abbandonare.
Come i minatori inglesi?
Abbandonare il mito, sia chiaro, non significa che dall’oggi al domani debbano scomparire le microimprese, gli alberghi o l’agrifood, dai quali dipendono – nel bene e nel male – svariate piccole comunità locali e un buon numero di ecosistemi.
Significa, però, smetterla almeno di considerare estranea e pericolosa quell’altra parte di Italia, più ambiziosa e più capace di sorprendere, alla quale si deve il fatto che oggi la nostra economia stia ancora in piedi.
Significa smetterla di considerare “un premio di consolazione” le vittorie epocali di Sinner o l’espansione in tutti i grandi paesi europei delle nostre compagnie ferroviarie.
Significa accettare che possiamo sentirci italiani al 100%, e avere un nostro carattere nazionale riconoscibile, anche senza inscenare una disperata rievocazione di quello che eravamo ai tempi di Fantozzi.
Certo, farcela non è semplice.
Ai tempi della Thatcher, dopo la traumatica chiusura delle miniere, migliaia di minatori rifiutarono di cercare un nuovo lavoro nel settore dei servizi, anche se avrebbero guadagnato più di prima. Il motivo è che loro non sentivano di fare i minatori: sentivano di essere minatori. Stare dietro una scrivania li avrebbe umiliati.
Gli uomini, si sa, hanno bisogno di riconoscersi quando guardano dentro uno specchio, non quando guardano dentro un portafogli.
Ora, la domanda per noi è: emozionarsi soltanto per il calcio era parte intrinseca dell’essere italiani, oppure era solo un modo fra tanti di fare gli italiani?
Riusciremo, nello sport come nell’economia, a riconoscerci allo specchio anche con il nuovo aspetto che ormai abbiamo assunto?
O continueremo a sentirci strani e a rimpiangere con rabbia quello che eravamo?
Personalmente, mi piace pensare che questa pausa di riflessione ci sia stata imposta dalla Provvidenza, e che, una volta conclusa questa terapia, ricominceremo a brillare anche nel calcio.
Ma guardandoci attorno, qui e ora, sia dentro che fuori dai campi sportivi, abbiamo già infinite ragioni per gridare: “Forza Azzurri!”.









