È possibile contrastare la disinformazione autoritaria nei limiti della democrazia?

Filippo Rigonat
15/03/2026
Poteri

Ho iniziato a pensare a questo articolo durante il viaggio di ritorno a Roma da Udine, mia città natale, dove avevo partecipato come relatore alla presentazione del Dossier Peste Putiniana di Europa Radicale. Tra impegni universitari e lavorativi, ho avuto il tempo di rimettere in ordine le idee solamente ieri sera, e oggi giunge il pezzo.

A sollecitarmi la voglia di scrivere è stata la domanda, retorica fino a un certo punto, da me posta verso la fine del mio intervento.

Possiamo contrastare, nei limiti della democrazia, l’ondata di disinformazione lanciataci dagli Stati autoritari; quelli stessi che la democrazia e la libertà di stampa le calpestano quotidianamente?

Scrupoli necessari o debolezze strutturali? La fragilità del nostro scudo di cartone

Per rispondere seriamente a questa domanda occorre allargare lo sguardo. Non basta osservare l’attualità: bisogna comprendere come funziona oggi la guerra dell’informazione e quale sia, davvero, la posizione dell’Europa in questo scenario. Una posizione che, a guardarla con onestà, somiglia più a quella di un imputato che si difende citando i codici che a quella di un generale che studia il campo di battaglia.

La prima verità, spesso taciuta, è che l’Unione Europea affronta la disinformazione con gli strumenti di un giurista anziché con quelli di uno stratega.

La ragione principale è storica, e anche comprensibile. Dopo le tragedie del Novecento, abbiamo edificato un ordine politico fondato su una diffidenza profonda — quasi viscerale — verso ogni forma di controllo dell’informazione. La libertà di stampa, la pluralità delle opinioni, il sospetto verso la propaganda di Stato sono diventati pilastri irrinunciabili, veri e propri articoli di fede civile.

Questo spirito innerva anche regolazioni recenti come il Digital Services Act, che ambisce a responsabilizzare le piattaforme digitali senza comprimere la libertà di espressione. Un equilibrismo sottilissimo, perseguito con scrupolo quasi ossessivo.

Il problema sorge quando questi medesimi scrupoli vengono applicati anche nei confronti di attori che non ne condividono alcuno. Le democrazie soppesano ogni parola per non violare un diritto; gli apparati autoritari trattano l’informazione come una semplice arma da schierare sul campo geopolitico.

Si crea così un’asimmetria strutturale, prima ancora che tattica: chi difende la libertà è costretto a muoversi con cautela chirurgica, mentre chi la combatte non conosce limiti operativi. Dalla nostra prospettiva, è come pretendere di vincere una partita a calcio rispettando le regole contro avversari che prendono la palla in mano e la mettono in porta.

La difficoltà di una risposta europea

Noi europei possiediamo uno degli apparati normativi più sofisticati del mondo. Ma proprio questa complessità rende difficile orchestrare una strategia comunicativa coordinata.

Ogni tentativo di costruire una narrativa comune viene guardato con sospetto, come se l’Unione rischiasse di scivolare verso forme di propaganda. Il timore di somigliare ai propri avversari finisce così per paralizzare la capacità di reagire. È il paradosso della democrazia matura: talmente consapevole dei propri errori passati da temere persino le proprie difese.

Nel frattempo, altri attori si muovono con logiche radicalmente diverse.

La Internet Research Agency che fu per anni controllata dal celeberrimo Evgenij Prigožhin, ha operato con l’obiettivo esplicito di inquinare il dibattito politico occidentale, interferendo pesantemente e in maniera comprovata nelle elezioni americane e nel referendum sulla Brexit del 2016. Oggi il servizio è stato direttamente assorbito nelle strutture del Cremlino e dell’FSB, e le operazioni continuano in forma ancor più melliflua.


Leggi di più: I sicari del Cremlino: come la Russia ha costruito una macchina per uccidere in Europa.


Parallelamente, offensive digitali riconducibili alla Repubblica Popolare Cinese sono state analizzate da istituti come l’Australian Strategic Policy Institute, che ha mappato campagne coordinate di influenza sui principali social network globali, alle quali si aggiungono esose campagne editoriali sulle principali testate mondiali, riconducibili direttamente alla “gioiosa macchina da guerra” che è il Ministero degli esteri di Pechino.

Di fronte a queste strategie sistematiche, finanziate, pianificate ed eseguite con disciplina quasi militare, la nostra risposta è lenta, frammentata e perennemente sulla difensiva.

Il paradosso dell’ecosistema digitale occidentale

A complicare ulteriormente il quadro interviene un fenomeno che meriterebbe un’analisi a sé: il doppio standard dell’ecosistema informativo occidentale.

Le piattaforme digitali e una parte significativa del sistema mediatico europeo esercitano una vigilanza severa, spesso sacrosanta, sulle dichiarazioni dei governi democratici. Il fact-checking e le rigorose verifiche incrociate sono diventati strumenti ordinari, quasi liturgici, del dibattito pubblico.

Ma questa stessa severità tende ad attenuarsi, talvolta fino a scomparire, quando le narrazioni provengono da regimi autoritari.

Il risultato è un paradosso amaro: i sistemi più aperti diventano anche i più esposti. Così la trasparenza, virtù democratica per eccellenza, si trasforma in vulnerabilità.

La guerra cognitiva del XXI secolo

Mosca e Pechino hanno compreso prima di noi che l’informazione è ormai un campo di battaglia a pieno titolo. Non un’appendice della politica estera, ma il suo teatro principale.

Le campagne di disinformazione legate alla guerra in Ucraina, monitorate tra gli altri dall’European External Action Service, hanno rivelato una rete globale di siti, bot e account coordinati che amplificano sistematicamente narrazioni anti-occidentali. Un’infrastruttura industriale del falso, volta a giustificare la proiezione imperialista russa.

La strategia cinese è ancora più raffinata. Più che distruggere frontalmente il dibattito democratico, tende a saturarlo: moltiplicando messaggi e interpretazioni fino a rendere impossibile distinguere il vero dal falso, il fatto dall’opinione, la notizia dalla manipolazione.

In questo scenario la nostra minorità strategica è evidente: non siamo in grado di seguire una linea autenticamente nostra, oscillando tra la propaganda degli avversari e le narrazioni provenienti dagli Stati Uniti. Questo nel dibattito interno porta sfiducia, rassegnazione e blandizia verso i sistemi autocratici.

Il vero nodo: chi controlla gli algoritmi

Il punto decisivo, che determinerà gli equilibri dei prossimi decenni, riguarda la struttura stessa dell’informazione digitale.

Oggi la percezione della realtà non è più modellata soltanto da giornali o televisioni. È plasmata, in misura crescente, dagli algoritmi social che decidono cosa vediamo ogni giorno sui nostri schermi. Miliardi di micro-decisioni automatiche che orientano l’attenzione collettiva con una precisione che nessun editore del passato avrebbe potuto sognare.

I principali motori di ricerca, le grandi piattaforme social e i modelli di intelligenza artificiale che organizzano i flussi informativi globali sono quasi interamente controllati da aziende non europee.

In altre parole: il feed è diventato il nuovo editoriale. E noi europei non possiediamo (ancora) la testata.

Il caso emblematico, da tempo trattato da L’Europeista, è quello di TikTok, controllata dalla società governativa cinese ByteDance. Analisi condotte da centri di ricerca come il Center for Strategic and International Studies hanno evidenziato come gli algoritmi profilino gli utenti indirizzandone i contenuti a fini politici; ma soprattutto operino per indurre dipendenza alla GenZ occidentale.

In Cina, l’equivalente dell’app, Douyin, promuove con frequenza contenuti educativi, scientifici, edificanti. In Occidente, la distribuzione tende invece a privilegiare intrattenimento rapido, virale e sottostimolante.

Non serve immaginare complotti sofisticati: l’architettura degli algoritmi è in grado di orientare l’attenzione collettiva con la precisione di un orologiaio. E chi controlla l’orologio, controlla il tempo.

Senza sovranità su questi strumenti, parlare di autonomia strategica o di identità culturale equivale a compiere un mero esercizio retorico.



Crediamo ancora in noi stessi?

Alla fine, ogni analisi tecnica cede il passo alla domanda più semplice e allo stesso tempo più impegnativa.

Assunto che difendere la democrazia senza tradirla è possibile solo se le democrazie credono davvero nei propri valori; in definitiva, noi, crediamo ancora nei nostri valori?

Abbiamo costruito la nostra identità politica contemporanea sulla memoria delle tragedie del Novecento e sulla difesa delle libertà individuali: un patrimonio immenso, che nessun altro continente può vantare nella stessa misura. Patrimonio che però non deve sfociare in vittimismo e narrazione penitenziale istituzionalizzata, meno che mai in vergogna di ciò che siamo e paura di raccontarci.

Se noi europei continueremo a trattare la difesa del nostro spazio informativo con imbarazzo, la battaglia sarà perduta prima ancora di cominciare.

Se invece riusciremo a riscoprirci fieramente europei, figli delle più grandi grandi civiltà politiche della storia, allora potremo affrontare anche la nuova guerra dell’informazione.

Perché la sfida del XXI secolo non si vincerà censurando le idee. Si vincerà con una democrazia abbastanza sicura di sé da difendersi senza rinnegare ciò che la rende tale.

E con un’Europa finalmente consapevole di essere, ancora oggi, molto più di un semplice spettatore della storia.