PNRR: Cronaca di un’occasione mancata

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Yuri Brioschi
10/05/2026
Interessi

L’Italia del 2026 guarda al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza come si guarda a una grande storia d’amore finita male: iniziata con promesse altisonanti, in una Bruxelles notturna, e finita tra scartoffie ministeriali, ritardi di rendicontazione e la sgradevole sensazione di aver sprecato l’ultimo treno per la modernità.

Se la genesi del PNRR è stata un capolavoro di diplomazia, la sua “messa a terra” è diventata un manuale su come la burocrazia possa soffocare anche il più ambizioso dei sogni europei.

 La genesi: Tra il “no” agli Eurobond e il realismo di Bruxelles


Per capire dove abbiamo sbagliato, bisogna ricordare da dove siamo partiti. Nel 2020, il racconto mediatico ci dipingeva un Giuseppe Conte in versione “gladiatore” a caccia degli Eurobond.
La realtà, meno romanzata, ci dice che quegli Eurobond non sono mai arrivati.
La risposta del Nord Europa fu un secco “ciccia”.
Ciò che arrivò fu invece il NextGenerationEU, un compromesso storico nato non da una concessione sentimentale, ma da una scelta razionale dell’asse franco-tedesco.

Senza l’accordo tra Merkel e Macron, l’Italia sarebbe sprofondata. La svolta non fu un regalo a Conte, ma un calcolo di sopravvivenza della Germania: se crolla il mercato interno europeo, Berlino perde più di quanto risparmierebbe negando la solidarietà.

E qui cade il primo mito della propaganda: i  quasi 200 miliardi non furono il frutto di una simpatia personale per il premier dell’epoca. Furono il risultato di un algoritmo freddo e spietato basato su PIL, debito pubblico e impatto della pandemia.
Abbiamo ricevuto più degli altri perché eravamo messi peggio degli altri.

Se va dato un merito a Conte, è quello di essersi seduto al tavolo e di aver fatto assumere all’Italia una postura istituzionale europea, mentre una parte del Paese flirtava con l’uscita dall’Euro.
Altri, stando alle dichiarazioni sovraniste che fioccavano in quegli anni, quel treno non l’avrebbero nemmeno visto passare.

Quei sovranisti che non hanno mai chiesto un mutuo


Entriamo nel vivo della propaganda “contro”.
Ancora oggi risuonano le voci dei “giganti” dell’economia sovranista, da Claudio Borghi ad Alberto Bagnai, che con una serietà ammirevole sostenevano: “Non ci serve il Recovery, possiamo fare da soli con gli scostamenti di bilancio”.

È una tesi che sfida le leggi elementari della finanza. Sostenere che emettere esclusivamente BTP (debito nazionale) fosse preferibile al PNRR è come dire che, avendo bisogno di un mutuo, preferirei andare dalla banca che applica l’interesse più alto invece di quella convenzionata che mi offre tassi agevolati.

Il PNRR, sfruttando il rating tripla A dell’Unione Europea, ha permesso all’Italia di risparmiare circa 2 miliardi di euro di interessi solo nel primo quinquennio. Eppure, il “professore” Bagnai ha continuato a perorare la causa del debito nazionale come se lo spread fosse un’opinione e non un costo reale sulle spalle dei contribuenti.

 L’illusione del “mancettismo” e il fallimento del modello fiscale


Il cuore dell’occasione mancata risiede però nella trasformazione degli obiettivi. Il PNRR doveva essere un piano di investimenti pubblici, non una pioggia di bonus.

Lo Stato avrebbe dovuto “fare”: costruire ferrovie, digitalizzare ospedali, edificare o migliorare edifici scolastici, eccetera eccetera.
Invece abbiamo assistito a una mutazione genetica dei fondi, spesso utilizzati per scopi fiscali attraverso il meccanismo dei crediti d’imposta.
Prendiamo l’esempio  di una palestra scolastica: un conto è se lo Stato mette i fondi, bandisce una gara e consegna un’opera alla collettività. Un altro è se si danno sgravi fiscali a ditte private sperando che queste, miracolosamente, decidano di investire in una palestra.
Nel secondo caso, il controllo sulla pubblica utilità evapora e l’effetto sul PIL si disperde in mille rivoli che sanno di “mancetta” elettorale e poco altro.

 ReGiS: Il buio della burocrazia


Come si può monitorare un piano da 200 miliardi se il sistema di rendicontazione è un colabrodo?
Il portale ReGiS, sviluppato da una società controllata del MEF e gestito dal MEF, è diventato l’emblema dell’inefficienza italiana.
I dati vengono aggiornati con mesi di scarto, rendendo impossibile capire in tempo reale dove i soldi si siano incagliati.

Siamo nel 2026 e ancora navighiamo a vista. I piccoli comuni, lasciati soli davanti a una mole di adempimenti mostruosa, hanno spesso rinunciato o presentato progetti sterili pur di “prendere i soldi”.
Il risultato è una crescita che, numeri alla mano, è rimasta modesta, ben lontana dallo shock economico che ci era stato promesso.

PNRR: Proprio Nessuna Riforma Rilevante?


La critica più feroce, ma purtroppo più centrata, viene da Tito Boeri: il PNRR si è trasformato in “Proprio Nessuna Riforma Rilevante”.
L’Europa ci aveva chiesto di cambiare il volto della Pubblica Amministrazione, della Giustizia, della Concorrenza e della Scuola.
Noi abbiamo risposto con un approccio “da compitino”: approvare piccoli provvedimenti, spesso di facciata, con l’unico scopo di sbloccare la rata successiva da Bruxelles.

Abbiamo fatto le riforme “perché si deve”, non “perché serve”.
Ogni anno abbiamo assistito a micro-decreti che non hanno semplificato la vita dei cittadini né reso il Paese più competitivo. La burocrazia è rimasta la stessa, solo con più moduli da compilare per giustificare l’uso dei fondi UE.

L’amarezza di un traguardo senza gloria


In conclusione, il PNRR resterà un caso studio di come, per l’ennesima volta, l’Italia  non sia stata in grado di sfruttare l’occasione.. Abbiamo avuto la fortuna di un asse franco-tedesco favorevole e il vantaggio economico di tassi d’interesse bassi. E nonostante questo, niente da fare.

Ma oggi, nel 2026, l’amaro in bocca è forte.
Se i soldi finiscono in crediti d’imposta volatili e riforme di carta, ciò che resta non è un Paese nuovo, ma solo un debito più grande (seppur a buon mercato) e la consapevolezza di aver trasformato un piano di rinascita in un’ordinaria amministrazione di basso profilo.

Il treno è passato, ma noi eravamo troppo impegnati a compilare l’ennesimo modulo burocratico per accorgerci che non stavamo andando da nessuna parte.