Più Ucraina, meno Ungheria. La rottura dell’Ue con Orban non sarebbe azzardo, ma prudenza
I vertici delle istituzioni europee sono andati ieri a Kyiv a mani vuote, visto che l’Ungheria e la Slovacchia hanno bloccato al Consiglio Affari esteri dell’Ue la definitiva deliberazione sul prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina.
Questi quattro anni di guerra non sono stati solo un saggio di forza e coraggio per gli ucraini, ma uno stress test permanente sul funzionamento delle istituzioni europee.
La resilienza delle istituzioni europee
A conti fatti, malgrado l’intralcio dei trattati da tempo di pace da usare in tempo di guerra, delle manovre di blocco dei proxy del Cremlino dentro l’Ue e dell’irresolutezza compromissoria di molti stati membri – su tutti Italia e Spagna – l’Ue ha fatto finora molto di più di quel che ci si sarebbe potuti aspettare, ora piegando le resistenze, ora aggirandole e spingendo fino al limite estremo la flessibilità delle regole europee.
Ci sono quindi pochi dubbi che la promessa di Ursula Von der Leyen sarà mantenuta e in un modo o nell’altro i 90 miliardi arriveranno a Kyiv entro i tempi stabiliti, ma c’è da chiedersi se sia stato opportuno concedere a Orban una vittoria da sbandierare nella campagna elettorale in corso in Ungheria per le elezioni del prossimo 12 aprile.

Il rischio politico per l’Europa
Più ancora c’è da chiedersi se sia stato utile per spegnere l’incendio sovranista che rischia di divampare nei principali Paesi del continente – il prossimo anno si vota in Francia per le presidenziali e in Spagna e in Italia per le politiche – concedere a Orban tutto quello che gli si è concesso in questi quattro anni, allontanando ogni volta il punto di rottura.
Non c’è dubbio che in questa scelta abbia contato l’orientamento di Giorgia Meloni, che infatti è ora impegnata nella campagna internazionale di sostegno al Quisling putiniano di Budapest – una tassa da pagare alla Casa Bianca – e con la sua opposizione alla modifica della regola dell’unanimità in sede Ue ha dato un contributo alla paralisi e non al funzionamento delle istituzioni europee.
L’isolamento crescente dell’Ungheria
Però in tutti questi anni, specialmente dopo che Orban ha perso l’alleanza con la Polonia, in seguito alla vittoria di Tusk, l’impressione è che anche gli stati più distanti politicamente dell’Ungheria abbiano voluto evitare il redde rationem.
Ora, tra un mese e mezzo, scopriremo se Orban lascerà il Consiglio europeo oppure sarà impegnato a bloccarlo anche nei prossimi anni. Se così, Dio non volendo, fosse, non ci sarà più tempo da perdere.
Se non diventerà chiaro che, in questa Europa affacciata sull’abisso dell’auto-dissoluzione, i paesi che si avventureranno sulla stessa strada dell’Ungheria la troveranno sbarrata e ne pagheranno il prezzo – costi quel che costi – il voto e lo stile orbaniano sarà incentivato ovunque, a partire, come dicevamo dalla Spagna e dalla Francia, per non parlare dell’Italia già in preda a un orbanismo soft, neppure troppo dissimulato.
La necessità di una rottura strategica
L’unico modo per portare chiarezza è dire – oggi, non dopo il voto – che in ogni caso dal 12 aprile si cambia registro e che l’Ungheria non potrà più taglieggiare l’Unione, se non pagando prezzi molto più salati del pizzo che in tutti questi anni ha incassato per consentire all’Unione di essere decentemente europea. E chissà che questa chiarezza non aiuti anche a consolidare il vantaggio che nei sondaggi sembra mantenere la coalizione alternativa a quella orbaniana.
La rottura con Orban non è azzardo, ma prudenza. All’Ue serve più Ucraina e meno Ungheria.








