Piccoli orticelli, grandi illusioni: il prezzo della “Non-Europa”
Se c’è una disciplina in cui la classe politica europea – sia essa a trazione sovranista o a presunta vocazione liberale – meriterebbe una medaglia d’oro olimpica, è il salto triplo mortale della coerenza.
Prendete una giornata tipo nei palazzi del potere. Al mattino, durante l’ennesimo vertice straordinario a Bruxelles, i nostri leader vestono i panni dei fieri condottieri continentali. Di fronte alle minacce doganali di Washington o all’ennesima manovra protezionistica d’oltremare, la parola d’ordine è una sola: unità. Ci si sgola per spiegare ai mercati internazionali che l’Unione Europea è un colosso economico da 450 milioni di consumatori, un blocco monolitico pronto a fare massa critica, rispondere colpo su colpo ed esigere rispetto per il proprio Mercato Unico.
Poi, verso l’ora di pranzo, gli stessi leader salgono sul primo volo di ritorno per le rispettive capitali, si spogliano degli abiti comunitari e rimettono i panni dei feudatari di provincia. E lì comincia la commedia.
Il paradosso del “dazio interno” e la farsa del Golden Power
Succede così che quell’Europa forte e compatta verso l’esterno si scopra, al suo interno, una confederazione di staterelli gelosi dei propri orticelli. Il terreno di scontro preferito? La finanza e il settore creditizio.
Quando si parla di aggregazioni bancarie, la retorica del libero mercato e della libera circolazione dei capitali subisce un’improvvisa e miracolosa metamorfosi. Entra in scena lo spauracchio della tutela dell’“interesse nazionale” e i governi tirano fuori dal cassetto l’arma-fine-di-mondo: il Golden Power.
Nato come strumento di difesa strategica estrema – per evitare che infrastrutture critiche o aziende della difesa finissero nelle mani di potenze autocratiche extra-UE –, è stato trasformato nel manganello politico preferito dai governi domestici per blindare la governance delle banche locali.
I recenti casi cronici della finanza europea ne offrono uno spaccato grottesco. Da un lato abbiamo l’Italia, dove il solo ipotizzare la fusione tra due importanti istituti bancari nazionali scatena barricate politiche e minacce di Golden Power. Si arriva all’assurdità logica per cui si blocca il consolidamento interno persino tra soggetti nati, cresciuti e regolati sotto lo stesso cielo normativo e fiscale italiano.
Dall’altro lato della barricata troviamo la Germania. Di fronte al blitz di UniCredit su Commerzbank, da Berlino è arrivato un “nein” secco e sdegnato, condito da accuse di “ostilità”. Una reazione che svela la palese schizofrenia della nostra finanza: mentre sul fronte esterno l’UE pretende di presentarsi come un blocco monolitico da 450 milioni di consumatori, sul fronte interno i singoli Paesi agitano il Golden Power e i veti nazionali non appena si palesa il rischio di un’integrazione bancaria reale.
Insomma, siamo tutti europeisti e campioni del libero mercato, ma sempre e solo con le banche degli altri. Quando la prospettiva di un grande gruppo pan-europeo a trazione italiana rischia di mettere le mani su un pezzo del credito teutonico, il dogma comunitario si scioglie al sole del sovranismo industriale di casa propria.
La schizofrenia della politica
Ci si potrebbe chiedere se le nostre classi dirigenti ignorino davvero i fondamentali dell’economia. La risposta è no. Non c’è ignoranza: c’è qualcosa di molto più banale e deprimente, ovvero il calcolo elettorale di breve periodo.
Se guardiamo a figure simbolo del sistema politico italiano noteremo che l’elenco dei colpevoli è lungo e bipartisan. Sulla carta, nei convegni e nei programmi elettorali, sono tutti devoti apostoli dell’integrazione. Sottoscrivono la diagnosi: servono la Capital Markets Union (il Mercato Unico dei Capitali), l’Unione Bancaria completa con la protezione unica dei depositi (EDIS) e il superamento del voto all’unanimità. Sanno benissimo che “prendersi a dazi in faccia” con gli alleati commerciali è un’assurdità economica.
Eppure, quando il gioco si fa duro e si passa dalla teoria alla prassi quotidiana, la tentazione del “protezionismo tattico” travolge qualsiasi solenne promessa. “Difendere” la banca della porta accanto o rassicurare la fondazione bancaria locale paga molti più voti nell’immediato rispetto all’astratta costruzione di un grande player bancario pan-europeo. Si invoca l’Europa dei mercati per fare le lezioni agli altri, ma si blinda il perimetro domestico per paura che le decisioni sul credito si spostino oltre confine.
Il “28° regime”: un piccolo passo nella nebbia dei veti
In questo scenario di paralisi, qualche timida idea di buonsenso prova comunque a farsi strada. Si fa un gran parlare, ad esempio, del cosiddetto “28° regime”: un quadro normativo europeo unico, societario e contrattuale, da affiancare opzionalmente ai 27 sistemi giuridici nazionali. L’idea è semplice: permettere alle imprese e agli intermediari finanziari di scegliere un unico codice di regole valido in tutta l’Unione, scavalcando in un colpo solo la giungla di burocrazie, prassi locali e codici difformi.
Sia chiaro: si tratta di un “piccolo” passo, una corsia preferenziale opzionale che da sola non risolve il nodo dell’unione fiscale o del protezionismo bancario. È il classico tentativo di aggirare l’ostacolo normativo anziché abbatterlo. Ma rappresenta comunque un segnale pragmatico importante. Dimostra che la consapevolezza dei costi della frammentazione esiste.
Il problema è che perfino una riforma così lineare rischia di impantanarsi nella palude dei singoli Ministeri nazionali. Perché ogni volta che si propone una regola unica europea, c’è sempre qualche notaio della sovranità domestica pronto a gridare all’esproprio delle competenze locali.
Il prezzo della “Non-Europa” e la lezione di Draghi
Nel frattempo, mentre noi giochiamo a fare i baroni borbonici con le banche di sistema, il mondo reale corre.
Senza un vero Mercato Unico dei Capitali e senza banche continentali dotate di massa critica, le imprese europee rimangono strutturalmente svantaggiate. Per finanziare operazioni straordinarie o quotazioni sui mercati globali, finiscono per bussare alle porte dei colossi bancari americani. I risparmi degli europei restano incagliati nei depositi nazionali, incapaci di fluire verso la transizione digitale, energetica e industriale del continente.
Su questo punto, Mario Draghi è stato d’una chiarezza spietata nel suo Report sulla competitività:
“Le barriere interne sono un retaggio di tempi in cui lo Stato nazionale era la cornice naturale per l’azione. Ma ora è chiaro che agire in questo modo non ha portato né benessere agli europei, né finanze pubbliche sane. Solo un cambiamento radicale può portare l’Unione Europea fuori da questa situazione.”
Draghi ha scoperchiato il re nudo: la frammentazione protezionistica dei singoli Stati sta trasformando l’Europa in un museo a cielo aperto. La “frammentazione difensiva” non protegge affatto i cittadini o i risparmiatori; li condanna soltanto all’irrilevanza strategica e all’impoverimento relativo di fronte a giganti come USA e Cina.
O veri campioni europei o vasi di coccio
L’Unione Europea si trova di fronte a un bivio esistenziale. O si ha il coraggio politico di completare l’integrazione – creando un’Unione Bancaria degna di questo nome, un’unica fiscalità omogenea, un mercato dei capitali fluido e un’effettiva unione politica capace di scavalcare i veti nazionali – oppure dobbiamo rassegnarci alla realtà. E la realtà è che continueremo a essere il classico vaso di coccio costretto a viaggiare tra vasi di ferro.
Continuare a raccontare la favola dell’Europa forte sul piano internazionale mentre ci si comporta da guardiani del faro entro i propri confini nazionali non è più soltanto una contraddizione ideologica.
È un lusso che l’economia reale non può più permettersi. Se i nostri governi vogliono davvero difendere l’interesse nazionale, smettano di usare il Golden Power come dazio interno e abbiano finalmente il coraggio di far nascere i campioni europei di domani. Altrimenti sarà il mercato a fare piazza pulita dei nostri piccoli orticelli.








