Il piano di Trump per colonizzare la Groenlandia è già in atto. E non solo a parole…

USA Groenlandia
Sordello da Goito
28/08/2025
Interessi

Nel 2019, l’idea di Donald Trump di voler “comprare la Groenlandia” fu liquidata come una provocazione grottesca. Oggi, un’inchiesta dell’emittente pubblica danese DR trasforma quella battuta in un piano serio, riservato e inquietante: uomini vicini all’ex presidente avrebbero orchestrato una strategia a tappe per destabilizzare i legami tra Groenlandia e Danimarca, con l’obiettivo di renderla più vicina agli Stati Uniti. (link all’inchiesta originale)

Le tre fasi della strategia

Secondo DR, fonti governative danesi e groenlandesi riferiscono che l’azione si articola così:

Fase di seduzione – Nel gennaio 2025 Trump sarebbe arrivato a Nuuk, capitale della Groenlandia, per mostrare una faccia amichevole dell’America. Un gesto studiato per smussare l’opinione pubblica e aprire spazi di dialogo. Fonte: Inchiesta DR – consulta [DR, 2025] nella sezione dedicata alle analisi geopolitiche.

Fase di pressione politica – A marzo 2025, il senatore repubblicano J.D. Vance ha visitato la base di Pituffik, nel nord dell’isola, criticando duramente il ruolo della Danimarca e suggerendo che gli Stati Uniti rispondano meglio alle esigenze groenlandesi. Fonte: Inchiesta DR – vedi dettagli su [DR, 2025].

Fase di infiltrazione – L’elemento più pericoloso: almeno tre americani legati all’ambiente di Trump avrebbero cercato di reclutare attivisti locali pro-annessione, amplificando i dissensi verso Copenaghen e accompagnando l’opinione pubblica verso una scelta filo-statunitense.

Non si tratta di fantasie: le fonti danesi parlano di un’operazione che mira a “penetrare nella società groenlandese per indebolire i rapporti con la Danimarca e spingerli verso gli Stati Uniti”.

Un pattern già visto: la strategia “ibrida” del XXI secolo

Questa dinamica non è nuova. La Russia ha usato tattiche simili in Ucraina orientale nel 2014: promozione di movimenti filo-Russia, attivismo strumentale e frammentazione interna. Nessuna invasione diretta, ma un processo graduale di logoramento. Ora, la Groenlandia è sotto attacco con le stesse modalità, ma camuffate da diplomazia e soft power.

Da parte sua, la Danimarca — assieme alla NATO — ha intensificato la propria presenza sull’isola. Non perché si teme una guerra, ma per riaffermare un principio: la Groenlandia non è in vendita.

L’importanza strategica della Groenlandia (che noi europei fatichiamo a capire)

Chi osserva l’Artico soltanto come una vasta distesa ghiacciata potrebbe non comprendere le ragioni di un interesse tanto crescente e conteso; eppure, dietro quell’apparente deserto bianco, si cela una posta in gioco decisiva.

Il sottosuolo custodisce risorse rare e giacimenti minerari indispensabili alle catene tecnologiche e ai sistemi di difesa, mentre lo scioglimento progressivo dei ghiacci apre rotte commerciali inedite, con conseguenze colossali per la logistica e i traffici globali.

Allo stesso tempo, l’area si configura come un crocevia strategico di sorveglianza e deterrenza, dove postazioni militari e radar garantiscono il controllo aereo e navale dell’Atlantico settentrionale. Ma l’Artico non è soltanto spazio di potere: è anche epicentro dello squilibrio climatico planetario, punto nevralgico tanto delle emergenze ambientali quanto delle politiche di adattamento.

Ed è proprio in questo scenario che le grandi potenze — dalla Russia agli Stati Uniti, fino alla Cina — cercano di proiettare la propria influenza, consapevoli che il futuro degli equilibri globali passa inevitabilmente anche attraverso le coordinate di quel fragile e conteso Nord estremo.

Trumpismo geopolitico: dall’America First all’espansionismo stratocratico

La vicenda Groenlandia riflette un’evoluzione del trumpismo: dalla retorica isolazionista al neocolonialismo informale. Usa fascino, pressione e manipolazione sociale per ottenere obiettivi territoriali. Marchio di fabbrica americano? No: è tattica delle autocrazie. Che in questo caso ci appare con la faccia rassicurante della democrazia populista.

L’Europa non può restare a guardare

Il silenzio dell’Unione Europea davanti a questa crisi è assordante. La Groenlandia, pur non essendo più nell’UE dal 1985, è parte del Regno di Danimarca e uno spazio geopolitico dell’Europa settentrionale. Lasciare che gli USA – o chiunque altro – influiscano su questa regione è un errore strategico grave.

Non si tratta di anti‑americanismo: è realismo geopolitico. I populismi occidentali stanno imparando (e utilizzando) gli strumenti delle potenze revisioniste, dentro e fuori le democrazie liberali.



Il pericolo della geopolitica narrativa

Immaginate un mondo in cui le alleanze, tutte costruite su promesse e valori democratici, possono essere erose silenziosamente, non con carri armati ma con idee, promesse e infiltrazioni. Una Groenlandia che cambia bandiera, non perché conquistata con la forza, ma perché persuasa a crederlo. È la geopolitica narrativa: una frontiera invisibile dove la lingua diventa arma e le percezioni pesano più dei trattati.

Se oggi ignoriamo questa mossa sottile, domani potremmo trovarci a ricordare non l’annessione di un territorio, ma la resa silenziosa delle nostre convinzioni. La Groenlandia non è solo una landa di ghiacci: è un simbolo, una sfida, un test. E il suo futuro può anticipare il nostro.