Perù, elezioni nel caos: un sistema che non funziona
Una macchina elettorale inceppata
Se si pensava che forse quasi peggio delle elezioni presidenziali in Honduras dello scorso anno non si potesse fare — concluse solo dopo settimane di incertezza con l’emergere di Nasry Asfura — forse c’è da ricredersi. In Perù, oggi, si respira un clima di grande confusione e stanchezza diffusa, dove la politica sembra aver perso il contatto con la realtà quotidiana dei cittadini.
In questi giorni, le immagini che arrivano da Lima, Cuzco e dalle altre regioni del paese raccontano una scena quasi surreale: cartelloni ovunque, candidati uno dietro l’altro, una scheda elettorale lunga quasi mezzo metro ed una frammentazione che rende tutto difficile da leggere. E come riportato da alcuni cittadini intervistati dall’emittente “Latina Noticias”, «hay cansancio aquí», (siamo esausti).
I numeri parlano chiaro: ben 35 candidati in corsa e oltre 27 milioni di elettori chiamati al voto. Eppure, nel mezzo di questa partecipazione teoricamente ampia, il sistema si è inceppato ed ha smesso di funzionare.
Oltre 50mila cittadini non hanno potuto votare a causa del ritardo nell’apertura di più di 200 seggi nella capitale. Ragion per cui, le autorità sono state costrette a prorogare il voto, riaprendo le urne anche il giorno successivo. Un evento che, dal punto di vista istituzionale, pesa moltissimo e racconta di un disastro.
Nel mentre delle votazioni, lo spoglio parziale conferma una certezza: nessuno è in grado di superare il 17%. Il ballottaggio, a questo punto, diventa inevitabile. Le proiezioni più aggiornate restituiscono un quadro estremamente frammentato: Keiko Fujimori si attesta attorno al 16,8%, seguita da Rafael López Aliaga al 12,9%, con Jorge Nieto poco distante all’11,6%, mentre tutti gli altri candidati restano sotto questa soglia.
Il secondo turno è già fissato per il prossimo 7 giugno. Nel frattempo, lo stesso López Aliaga ha contestato il voto a Lima, parlando apertamente di possibili irregolarità e alimentando ulteriormente il clima di tensione attorno ad un processo elettorale già fragile e logorato.
Un paese stanco e senza fiducia
Per le strade, però, il dato più evidente è un altro. I cittadini appaiono stanchi, saturi, quasi rassegnati ed esasperati dopo anni di corruzione e di criminalità organizzata.
Se è vero che la democrazia peruviana continua “formalmente” a funzionare, è altrettanto evidente che la fiducia nel sistema è ai minimi storici. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito ad una sequenza impressionante di crisi politiche: impeachment, dimissioni forzate, presidenti arrestati o travolti da scandali.
Il dato è emblematico: il prossimo presidente sarà il decimo in dieci anni. In sintesi, nessuno è riuscito a completare un intero mandato quinquennale.
Tralasciando le singole responsabilità, emerge un problema fortemente strutturale. Il sistema politico peruviano sembra incapace di garantire stabilità, trasformando ogni elezione in un passaggio temporaneo, quasi provvisorio, diventando ormai un esercizio di routine.
Keiko Fujimori e il peso di un cognome
Sul piano dei candidati, un nome torna con grande forza ed è quello di Keiko Fujimori.
Leader del partito conservatore Fuerza Popular, è ancora una volta tra i favoriti, attestandosi attorno al 17%. Una candidatura, quella di Keiko, che porta con sé un’eredità pesante.
Figlia di Alberto Fujimori, presidente del Perù negli anni ’90, la sua figura resta divisiva. Da un lato, c’è chi ricorda la stabilizzazione economica e la lotta contro il terrorismo; dall’altro, pesano l’auto-golpe, il governo autoritario e le importanti condanne per violazioni dei diritti umani.
Keiko si presenta come una figura esperta, già alla quarta candidatura presidenziale, con una linea chiara: sicurezza, ordine e un avvicinamento agli Stati Uniti, anche guardando apertamente a modelli politici vicini a Donald Trump.
Destra in vantaggio, ma senza sfondare
Accanto a Keiko, emerge Rafael López Aliaga, imprenditore e volto dell’ultraconservatorismo peruviano.
Il suo profilo è diretto, a tratti provocatorio. Le sue proposte — come l’idea di trasferire detenuti pericolosi in carceri isolate nell’Amazzonia — hanno attirato attenzione e consenso in una parte dell’elettorato esasperato dalla criminalità.
Più indietro, ma comunque rilevante, il centrista Jorge Nieto, che prova a proporre una linea più moderata, riformista e istituzionale.
Nel complesso, il dato politico è chiaro: la destra guida le elezioni, ma senza riuscire ad imporsi del tutto. La frammentazione, di fatto, impedisce a chiunque di consolidare una leadership forte.
Il fallimento del “modello Bukele” peruviano
Nel frattempo, aleggia nel dibattito politico un altro tema: il tentativo, da parte di alcuni leader recenti, come Josè Jeri, di replicare modelli securitari simili a quello di Nayib Bukele in El Salvador.
Un approccio che, sulla carta, piace ad una parte della popolazione peruviana stanca dell’insicurezza e della debolezza dello Stato.
Di fatto, tali tentativi non hanno prodotto risultati concreti. Anzi, hanno spesso accentuato le tensioni istituzionali senza risolvere i problemi strutturali.
Un ballottaggio che riporta nel passato il Perù
Il quadro di queste elezioni si è chiarito almeno su di un punto: il Perù si avvia verso un ballottaggio tra Keiko Fujimori e Rafael López Aliaga. Una sfida tutta interna alla destra, che ridisegna gli equilibri e lascia fuori, almeno per ora, le forze progressiste più rilevanti.
La partita si giocherà su due visioni diverse ma con tratti comuni, tra promesse su sicurezza, richiami all’ordine ed una forte attenzione ai rapporti con gli Stati Uniti.
L’unica cosa certa, è che il popolo peruviano resta in attesa del ballottaggio, ma senza particolare impazienza, sospeso in una fase di stallo e in bilico, o meglio, come si direbbe in quechua, “mana allin hamuqta yachanchikchu” (non sappiamo se arriverà qualcosa di buono).








