Perchè un vero incontro Putin-Zelensky è altamente improbabile

Eugen Richter
20/08/2025
Poteri

Ma ci sarà mai un incontro tra Putin e Zelensky? La risposta, per chi conosce la macchina propagandistica russa, è che un faccia a faccia è assai improbabile, e comunque non certo nelle forme di un confronto tra pari. Lo sostiene Clare Sebastian, analista e corrispondente della CNN da Londra, e lo confermano numerosi analisti e osservatori in Occidente.

Partiamo da un presupposto: Putin ha definito Zelensky un “nazista”, un “burattino dell’Occidente”, un presidente illegittimo; trasformarlo d’un tratto in interlocutore significherebbe demolire anni di propaganda. Lo ha detto con chiarezza Orysia Lutsevich di Chatham House, intervistata proprio dalla CNN: un vertice di questo tipo equivarrebbe ad ammettere che l’Ucraina esiste come Stato sovrano e che il suo presidente merita di essere trattato alla pari.

A rafforzare questa logica di negazione dell’identità nazionale ucraina vi sono le stesse richieste avanzate da Putin: il riconoscimento del russo come lingua ufficiale in Ucraina e le tutele per la Chiesa ortodossa russa, fortemente danneggiata dalla rottura con la Chiesa Ortodossa Ucraina, dichiaratasi autocefala e oggi legata al Patriarca di Costantinopoli. Non semplici questioni formali, ma elementi simbolici e identitari, pensati per riaffermare l’idea che l’Ucraina non sia una nazione distinta, bensì una propaggine della Russia.

Non sorprende quindi che il Cremlino giochi sull’ambiguità. Yuri Ushakov, consigliere di Putin, ha parlato di “elevare il livello dei rappresentanti” senza mai nominare i due presidenti. E Sergey Lavrov, ministro degli Esteri russo dal 2004, ha ribadito che “i contatti di vertice devono essere preparati con la massima cura”. Parole che, nel lessico vetero-sovietico della Mosca di oggi, equivalgono a rinviare a tempo indefinito.

A conferma di quanto l’ipotesi resti lontana, vale la pena ricordare due episodi riportati da fonti europee. In Germania, la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha osservato che Zelensky si dice disponibile a un incontro “senza precondizioni”, mentre il Cremlino ribadisce che le richieste russe — dalla cessione di territori alla neutralità forzata — devono essere accettate in anticipo. In Francia, La Dépêche du Midi ha sottolineato la provocatorietà della proposta di Putin di ospitare l’incontro addirittura a Mosca, subito respinta da Zelensky.

Il disegno del Cremlino è chiaro: non immagina un incontro alla pari, ma solo un atto di resa. Le condizioni poste da Putin vanno nella direzione di negare la legittimità dell’Ucraina come Stato: dal riconoscimento del russo come lingua ufficiale alle tutele per le Chiese ortodosse russe, presentate come danneggiate dalla rottura con la Chiesa Ortodossa Ucraina legata a Costantinopoli. Non sono semplici richieste tecniche, ma colpi mirati all’identità nazionale e religiosa di Kyiv.

Sorprende e preoccupa, in questo quadro, come buona parte della stampa italiana abbia sposato la narrativa trumpiano-putiniana, esaltando gli sforzi “di pace” del presidente americano senza sottolineare l’enormità delle condizioni russe. Al contrario, le grandi testate internazionali — dal Wall Street Journal al Guardian, fino al Washington Post — hanno chiarito che le trattative non pongono fine alla guerra, ma la prolungano, consentendo a Putin di guadagnare tempo e di rafforzare la sua posizione.

Intanto Putin incassa: ha già ottenuto il prestigio del summit in Alaska, la rinuncia americana a un cessate il fuoco come condizione preliminare e la progressiva erosione degli ultimatum sulle sanzioni. Sul terreno, gli attacchi sono ripresi con violenza: 270 droni e 10 missili lanciati in una sola notte, un segnale che la guerra resta lo strumento primario del Cremlino.

La verità è che un incontro tra Putin e Zelensky appare remoto e condizionato a scenari di resa ucraina. E’ ciò che immagina o desidera Mosca, e non è ciò che l’Occidente dovrebbe considerare come “pace”.