Perché l’appello PD per l’esclusione di Israele dalle competizioni sportive è un errore
La guerra a Gaza, ormai prossima a entrare nel suo secondo anno, ha lasciato un bilancio spaventoso: decine di migliaia di morti, in larga maggioranza civili, quartieri interi rasi al suolo, una crisi umanitaria che le agenzie ONU definiscono tra le peggiori della storia recente. Il governo di Benjamin Netanyahu, sostenuto da una coalizione di partiti nazionalisti e religiosi, ha condotto l’operazione militare con una durezza e una sistematicità che molti osservatori internazionali e ONG qualificano come crimini di guerra. Gaza è un luogo di devastazione quasi totale, con conseguenze che si preannunciano irreversibili per almeno una generazione. Ma di chi è la responsabilità di tutto questo e come può mettersi fine? Sapete come la pensiamo, qui a L’Europeista.
È in questo contesto che il Partito Democratico ha deciso di fare un passo simbolicamente molto forte. Alla vigilia della partita Italia-Israele in programma a Udine il 14 ottobre, il responsabile nazionale sport del Pd, Mauro Berruto, insieme a 44 parlamentari del partito – tra Camera, Senato e Parlamento europeo – ha firmato un appello rivolto ai membri italiani del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), al presidente del CONI e al presidente della FIGC. L’obiettivo è chiedere che l’Italia si faccia promotrice, presso CIO, FIFA e UEFA, della sospensione di Israele da tutte le competizioni sportive internazionali.
Il documento non viene presentato come una ritorsione, ma come un “atto di responsabilità” davanti a quella che i firmatari definiscono una “politica di annientamento” nella Striscia di Gaza. L’appello riporta dati forniti dal Comitato Olimpico Palestinese: almeno 636 atleti e atlete palestinesi uccisi, oltre il 90% delle infrastrutture sportive distrutte, campi, palestre e centri di allenamento ridotti in macerie. Secondo i promotori, lo sport palestinese è stato cancellato per almeno un decennio e questa distruzione non sarebbe un effetto collaterale della guerra, ma parte di una strategia per colpire il morale e la speranza di un intero popolo.
Per sostenere la propria proposta, il Pd richiama precedenti storici: la sospensione di Germania e Giappone dopo la Seconda guerra mondiale, l’esclusione di Iraq e Jugoslavia negli anni ’90, i 24 anni di isolamento del Sudafrica dell’apartheid e, più recentemente, la sospensione della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina.
Eppure, proprio questo parallelismo rappresenta il punto più fragile dell’iniziativa. Paragonare Israele alla Russia di Putin significa ignorare la differenza tra un’aggressione imperialista non provocata e una guerra scatenata in risposta a un attacco terroristico senza precedenti. Il 7 ottobre 2023 Hamas ha ucciso civili, preso ostaggi, attaccato il cuore dello Stato ebraico in un’azione pianificata per destabilizzare l’intera regione. Da lì è iniziata l’operazione israeliana che, pur degenerando in una catastrofe umanitaria, resta percepita dalla grande maggioranza degli israeliani come una guerra di sopravvivenza.
Colpire Israele nello sport non colpirebbe la linea politica di Netanyahu, ma rischierebbe solo di alimentare in Israele un senso ancora più profondo di isolamento e solitudine, che finirebbe per consolidare la sua posizione politica in patria. L’effetto sarebbe quello di rafforzare la narrativa secondo cui “il mondo è contro Israele” e di soffocare ogni spazio per il dissenso interno.
Se davvero l’obiettivo è fermare la guerra e spingere Israele a rispettare il diritto internazionale, la via non è l’isolamento totale, ma il coinvolgimento critico. Lo sport, come la cultura e la diplomazia, può essere uno spazio di contatto anche nei conflitti più duri. L’esclusione, in questo caso, non aprirebbe spiragli di pace: finirebbe per essere un regalo alla propaganda di Hamas, che trarrebbe forza dall’idea di un accerchiamento globale dello Stato ebraico.

Anche chi oggi condanna duramente Netanyahu dovrebbe vedere il rischio: delegittimare Israele nel suo complesso non serve a fermare le bombe, ma a irrigidire le posizioni. Serve piuttosto un lavoro politico e culturale capace di distinguere tra la difesa legittima di uno Stato e la condotta discutibile o criminale di un governo. Solo così si può creare lo spazio, dentro Israele e fuori, per costruire un futuro in cui la sicurezza di un popolo e la libertà dell’altro possano finalmente coesistere.








