Perché la Federico II ha dato cittadinanza al putinismo? Domande al rettore Lorito

Piercamillo Falasca
26/12/2025
Poteri

La protesta pacifica di studenti e attivisti pro-Ucraina contro il convegno “Russofilia, Russofobia, Verità”, organizzato dall’ANPI e ospitato all’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha trasformato un appuntamento di ateneo in un caso politico e culturale che va oltre Napoli. Ma nella querelle c’è un’assenza più eloquente delle altre: quella dell’università come istituzione.

Perché una grande università pubblica italiana ritiene accettabile mettere il proprio spazio e la propria dignità simbolica al servizio di un evento che, nei fatti, propone una lettura indulgente — quando non apertamente giustificazionista — del putinismo, cioè dell’invasione dell’Ucraina e del più grave attacco all’ordine europeo dal dopoguerra a oggi?

La libertà accademica non è un lasciapassare. Non coincide con il concedere aule e timbro istituzionale senza curarsi del contesto, dell’equilibrio delle voci, della responsabilità culturale. Un’università non è una sala conferenze d’albergo: è un’istituzione che seleziona, legittima, orienta il dibattito pubblico. Che ospiti opinioni scomode è fisiologico; che sospenda il giudizio sui fatti non lo è.

In tempo di guerra — e di guerra ibrida e informativa — il dovere di un ateneo diventa più stringente: distinguere tra analisi e propaganda, difendere il metodo contro la disinformazione che si insinua con efficacia crescente. Mettere sullo stesso piano narrazioni costruite e ricostruzioni fondate non è apertura mentale, ma abdicazione intellettuale. Il relativismo, quando riguarda un’aggressione armata in corso, non è neutralità: è una forma di complicità passiva.

Il vero convitato di pietra è il rettore Matteo Lorito. Fin qui, Lorito non ha ritenuto di dover spiegare nulla. È una scelta, probabilmente. Ma la mancanza di una parola pubblica — sul perché l’evento sia stato ospitato senza un contraddittorio credibile e sul perché tanti studenti lo abbiano percepito come uno sdoganamento della propaganda — consegna all’ateneo l’immagine di un contenitore che arretra proprio quando la realtà chiede chiarezza.

Il problema non è la protesta, e forse nemmeno il convegno. Il problema è l’istituzione che ha aperto le porte a quell’impostazione e oggi preferisce non assumersene la paternità. Il problema è, semplicemente, il silenzio: una rinuncia al ruolo pubblico dell’università, ridotta a logistica, non a guida.

Se la Federico II vuole restare un presidio di pensiero critico — e non un laboratorio di ambiguità morale — chi la governa deve dirlo chiaramente. Perché su guerra, libertà e aggressioni imperiali non esistono zone grigie credibili. E quando l’università rinuncia a chiamare le cose con il loro nome, finisce per proteggere solo chi una narrazione pronta ce l’ha già.