Perché la Chiesa nobilitò il lavoro

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Emanuele Pinelli
01/05/2026
Radici

La storia di come la Chiesa ha nobilitato il lavoro è stata scritta e riscritta, diventando una di quelle ovvietà talmente scontate che nessuno se ne ricorda mai.
Qua e là abbiamo senz’altro sentito parlare della regola benedettina dell’Ora et labora, o della teoria del giusto salario, o delle scomuniche medievali contro gli schiavisti, o della Rerum novarum con cui il penultimo papa Leone offrì agli operai industriali un’opzione alternativa all’inconcludente rivolta violenta.

Il proverbio “Chi non vuole lavorare neppure mangi”, che alle nostre orecchie moderne suona quasi come una minaccia, in passato fu una critica frontale all’ozio lussuoso, al privilegio ereditato e in generale alla vita sulle spalle degli altri.

Pochi, però, si sono chiesti quale fosse il senso originario del comandamento di lavorare con le proprie mani, che (a giudicare dalle fonti che possediamo) è antico quanto la religione cristiana.

San Paolo, che di professione fabbricava tende, lo espresse già nel primissimo testo cristiano giunto fino a noi, la prima Lettera ai Tessalonicesi (50 d.C.).
Ecco che cosa scriveva:

“Vi esortiamo, fratelli, a vivere in pace, a badare ai vostri affari e a lavorare con le vostre mani come vi abbiamo ordinato, così da vivere una vita decorosa di fronte agli estranei e da non avere bisogno di nessuno”.

In quella fase iniziale, come è facile immaginare, la priorità dei cristiani era dare una testimonianza credibile ai loro concittadini che ancora praticavano altre religioni.

Ebbene: se avessero vissuto da parassiti, sfruttando il lavoro di qualcuno altro, la loro testimonianza sarebbe stata sospetta.
Come sappiamo da altre sue lettere, Paolo era preoccupato in particolare dai cristiani che si improvvisavano profeti o guaritori: non potendoli controllare uno per uno in mezzo bacino del Mediterraneo, impose loro perlomeno di esercitare un mestiere regolare, per evitare che usassero le loro presunte doti profetiche per approfittarsi degli altri e così facendo squalificassero l’annuncio cristiano come un inganno per arricchirsi.

D’altro canto, se i cristiani avessero vissuto da clienti, dipendendo dal denaro di qualcun altro (nell’immensa maggioranza dei casi di un pagano), sarebbero stati ricattabili e costretti a scendere a continui compromessi sulla loro fede.
Chi può permettersi di essere trasparente e coerente nella sua fede, se rischia in qualsiasi momento di essere messo di fronte alla scelta tra tradirla o morire di fame?

Il lavoro, in breve, era cruciale perché quegli uomini sentivano di non vivere per loro stessi, ma in rappresentanza di qualcosa di più elevato, più grande e più bello di loro stessi.

Destare meno sospetti possibile ed essere meno ricattabili possibile era una necessità per loro: in gioco c’erano la reputazione della comunità cristiana e il valore dello stesso annuncio cristiano.
Non era soltanto la sopravvivenza fisica che dovevano guadagnarsi, ma soprattutto l’indipendenza spirituale.

Quando si perde questo slancio verso la trascendenza, quando si comincia a vivere solo per sé stessi e a rappresentare soltanto sé stessi, si fa presto a regredire alla concezione pagana del lavoro come un’umiliazione da schiavi, a cui bisogna sottrarsi a qualunque costo.

Marx ed Engels salutavano con favore la caduta, in età capitalista, del “commovente velo sentimentale che lega l’uomo al suo superiore”: quando ogni rapporto umano si rivela come “freddo pagamento in contanti”, si spalanca un vuoto di significato che a loro parere dovrebbe spingere le masse a rovesciare l’ordine sociale. L’individualismo alienante, per loro, era la premessa dell’esplosione rivoluzionaria.

Molte generazioni sono passate, la rivoluzione si è rivelata impossibile o controproducente, ma l’uomo post-cristiano accartocciato su sé stesso, che non vede nel lavoro nient’altro che un’odiosa costrizione, è rimasto tale e quale. E quando cerca di sottrarsi a quell’odiosa costrizione, lo fa nell’unico modo che percepisce come possibile: provando a passare dal lato dei padroni.
L’estetica pseudomafiosa, le crypto, i “fuffaguru” finanziari e altre imposture che colpiscono in particolare i giovani maschi potrebbero nascere proprio da questo vuoto.

Sarà possibile colmarlo, senza spaccare il guscio dell’esistenza solo per sé stessi in questo mondo e senza recuperare uno slancio verso la trascendenza?