Perché in Italia chi vuole lavorare di più è frenato dalla legge (e il resto d’Europa corre)

Rubrica a cura di Matteo Grossi
08/11/2025
Interessi

In Italia il lavoro irregolare è tornato a crescere. Secondo le ultime stime dell’Istat, aumenta il numero di persone che lavorano senza un contratto regolare o senza versare tasse e contributi.
Eppure, sovente ci si dimentica che esiste anche chi vorrebbe semplicemente lavorare di più, onestamente e pagando le tasse, ma a frenarlo è proprio il sistema fiscale. È il caso di molti dipendenti pubblici che, finite le ore di servizio, vorrebbero dedicarsi — perché hanno tempo, voglia o necessità — a un’altra attività: scrivere, insegnare, riparare computer, fare traduzioni, offrire servizi. Ma, se lo fanno, devono arrestarsi davanti al solito muro dei 5.000 euro annui.

L’intento della norma, un tempo, poteva anche avere un senso, poiché evitava che chi lavorava per lo Stato si dedicasse a troppi impegni o finisse in conflitto d’interessi. Ma oggi il mondo è cambiato, e continuare a trattare i lavoratori come se vivessero in un’economia chiusa e garantita significa ignorare la realtà.

L’Europa libera chi vuole lavorare di più: l’Italia no

Ci sono cittadini che vogliono fare di più, produrre di più e contribuire di più, e che invece si trovano costretti a fermarsi per non rischiare di infrangere una regola scritta in un’epoca in cui l’“arrotondare” era quasi un sospetto morale. Nel frattempo, chi lavora in nero spesso può farlo indisturbato, mentre chi vuole dichiarare tutto deve fermarsi per legge.

Non è così nel resto d’Europa.

Prendiamo la Francia: lì il sistema è chiarissimo. Chi vuole svolgere un’attività extra lo può fare attraverso il regime del micro-entrepreneur. Pochi click online, zero burocrazia, una tassazione semplice e proporzionale (circa il 22% del fatturato) e nessun limite irrisorio di poche migliaia di euro. L’unico vincolo è non superare tetti di reddito annuo molto elevati, che consentono realmente di lavorare regolarmente. Lo Stato incassa, i cittadini lavorano e il lavoro sommerso si riduce.

Nel Regno Unito, patria della flessibilità, l’idea stessa di “secondo lavoro” è normalissima: un dipendente, pubblico o privato, può svolgere altre attività purché dichiarate e non in conflitto con quella principale. Tutto si fa online, in piena trasparenza.

Anche nei Paesi nordici — Svezia, Danimarca, Finlandia — il principio è lo stesso: la libertà di lavorare non è vista come un problema, ma come un valore. Le tasse si pagano, certo, ma lo Stato non interferisce su quanto o come si scelga di lavorare.

Il modello tedesco: libertà, semplicità e convenienza

Poi c’è la Germania, che su questo incarna davvero lo spirito liberale europeo. Chi ha un impiego principale può avere una Nebentätigkeit, un lavoro secondario, senza permessi complicati: basta comunicare al datore di lavoro che l’attività è compatibile.

Esiste anche un regime agevolato molto popolare, il Minijob, che consente di guadagnare fino a 520 euro al mese pagando appena il 2% di tasse. Se si supera la soglia si entra nel regime ordinario, ma con regole semplici e automatiche. Risultato: oltre 7 milioni di tedeschi hanno un secondo lavoro regolare, tracciato e dichiarato.

E noi? Noi ci siamo impantanati in una visione di vecchio stampo del lavoro pubblico e privato. Lo Stato continua a mettere limiti, autorizzazioni, autocertificazioni e moduli, come se la libertà economica fosse un vizio da tenere sotto controllo. Ma la libertà, in economia, non si governa con i divieti bensì con regole chiare e responsabilità individuale. Con un sistema più moderno, i lavoratori sarebbero incentivati a dichiarare anche piccoli redditi — e sarebbe un ottimo affare anche per lo Stato.