Perché gli europei si indignano a intermittenza e si disinteressano dei diritti umani in Iran?
Quando la tregua è stata annunciata e lo Stretto di Hormuz ha riaperto, il sospiro di sollievo che ha attraversato le cancellerie europee non era per il popolo iraniano, né per le popolazioni dei paesi del Golfo colpiti dai missili e dai droni di Teheran. Era per le bollette. Era per i futures sul gas naturale liquefatto. È bastata la riapertura dello Stretto a rivelare con una chiarezza brutale la scala di priorità dell’Europa: prima il conto in banca, poi i diritti umani.
In un interessante articolo sul Jewish Chronicle, Matthew Robinson — direttore dell’Euro-Gulf Information Centre — descrive l’ipocrisia irlandese nei confronti della Repubblica Islamica come un caso emblematico di “indignazione performativa”: rumore di piazza senza vero coraggio morale . Ma la sindrome che Robinson diagnostica all’Irlanda è, a ben guardare, un male continentale. E la crisi di Hormuz lo ha portato alla superficie, con tutta la sua impresentabile evidenza.

Il doppio standard europeo
L’Europa ha dimostrato una straordinaria capacità di mobilitarsi. Contro Israele, contro Trump, contro le politiche americane in Medio Oriente: le piazze di Parigi, Berlino, Madrid, Roma o Amsterdam si riempiono con una facilità inversamente proporzionale alla difficoltà delle cause abbracciate. Eppure, come osserva Robinson, “il continente è rimasto comparativamente silente sull’Iran” . È una cecità che non riguarda solo governi e cancellerie: anche la solidarietà italiana con il movimento Donna, Vita, Libertà è rimasta spesso a livello di gesto simbolico — comodo, senza alcun rischio né cambiamento di prospettiva, utile solo a rafforzare la propria identità morale in Occidente — senza mai tradursi in impegno politico reale. Nessuna grande marcia per Mahsa Amini. Nessuna campagna europea per le donne iraniane imprigionate per aver mostrato i capelli. Nessuna mobilitazione per i gay impiccati nelle piazze di Teheran.
La teocrazia che non disturba
La Repubblica Islamica è, nei fatti, uno dei regimi più brutali del mondo contemporaneo. Donne e ragazze vengono detenute, violentate e picchiate per aver violato il codice di abbigliamento. Le persone LGBT vengono frustate o condannate a morte per il solo fatto di esistere. Come nota Robinson, le minoranze religiose ed etniche subiscono discriminazioni sistematiche che “potrebbero ammontare a crimini contro l’umanità“. Eppure le cancellerie europee hanno mantenuto con Teheran una “timidezza diplomatica” clamorosa. Il Parlamento Europeo ha adottato solo nel febbraio 2026 una risoluzione che condanna “l’oppressione sistemica, le condizioni disumane e gli arresti arbitrari” del regime, citando esplicitamente “uccisioni, torture, sparizioni forzate e violenze sessuali” e stimando tra le migliaia e i 35.000 i morti durante le recenti proteste. Un atto dovuto, arrivato con un ritardo imbarazzante.
Il problema della sinistra (e non solo)
Robinson individua nella retorica di certa sinistra europeista il simbolo di un’ideologia che inquadra ogni conflitto mediorientale attraverso un unico schema narrativo: da una parte gli imperialisti, dall’altra le loro vittime . Questo schema non lascia spazio alla complessità, e soprattutto non lascia spazio agli iraniani anti-regime, alle attiviste curde, ai dissidenti che fuggono da Teheran e trovano in Europa non solidarietà, ma ostilità o indifferenza da parte di chi sventola la bandiera della “giustizia globale”. Non è un problema solo di sinistra: è una “cecità collettiva” che attraversa l’intero spettro politico europeo. Lo ha ricordato con forza Stefano Parisi, presidente dell’associazione Setteottobre, nell’intervento di apertura della manifestazione nazionale a Roma il 3 marzo 2026: “Eravamo esterrefatti nel vedere migliaia di iraniani nelle piazze europee manifestare da soli per la loro libertà. Chiedevano che i Governi europei sostenessero la protesta dei loro amici e familiari che venivano massacrati a migliaia. Eravamo in pochi a manifestare con loro“.

Il moralismo come complicità
C’è un punto ancora più scomodo che Robinson solleva, e che riguarda tutta Europa. La retorica anti-israeliana e anti-americana si presenta spesso come “anti-imperialismo”, ammantata nel linguaggio dei diritti umani. Ma quando questa retorica porta a difendere — anche solo per omissione — un regime teocratico, misogino e apertamente antisemita, il linguaggio dei diritti si trasforma nel suo contrario e diventa uno scudo per il pregiudizio. Il Foglio ha descritto plasticamente questa contraddizione, parlando delle “intollerabili ipocrisie dell’Europa” di fronte alla crisi iraniana: un continente che si dice paladino della globalizzazione e della libertà di circolazione, ma che mostra “fastidio” ogni volta che è chiamato a difenderle concretamente, anche quando sono in gioco interessi energetici vitali come lo Stretto di Hormuz. Robinson ricorda come anche l’Irlanda degli anni Trenta non fosse immune da elementi fascisti e antisemiti; il punto non è colpevolizzare il presente per il passato, ma riconoscere che l’antisemitismo sa indossare i colori locali — anche quelli progressisti, anche quelli tinti di solidarietà globale.
Cosa dovrebbe fare l’Europa
L’Europa deve scegliere se vuole essere davvero il continente dei diritti umani o se preferisce restare il continente dell’indignazione selettiva. Anzitutto, deve riconoscere la diaspora iraniana come voce legittima di un popolo oppresso: come ha ricordato Parisi a Roma, quei manifestanti nelle piazze europee “chiedevano che i Governi sostenessero la protesta dei loro familiari massacrati“, e l’Europa li ha lasciati soli. In secondo luogo, deve applicare gli stessi standard di condanna e pressione diplomatica a Teheran che applica ad altri regimi, smettendo di considerare le relazioni con la Repubblica Islamica come una variabile secondaria della politica estera. In terzo luogo, deve distinguere nettamente tra solidarietà con la causa palestinese — del tutto legittima — e apologia o minimizzazione dei crimini degli ayatollah, che è tutt’altra cosa e che inquina il dibattito pubblico europeo da troppi anni. Come ha scritto Robinson, smettere di confondere il proprio narcisismo ideologico con l’internazionalismo: riconoscere una kefiah palestinese ed essere ciechi davanti alle bandiere del Leone e del Sole degli iraniani in esilio “non è internazionalismo” . È una scelta politica travestita da etica.








