Per un passaporto scaduto: i giovani iraniani intrappolati tra burocrazia italiana e regime
Hanno scelto l’Italia. Per studiare, per lavorare, per respirare. Molti di loro hanno anche scelto di alzare la voce — nelle piazze italiane, sui social media, alle manifestazioni — contro il regime che li ha costretti a partire. Oggi, però, si trovano di fronte a un paradosso kafkiano: lo stesso documento che legittima la loro permanenza in Italia, il passaporto, può diventare la loro trappola. E la burocrazia italiana rischia di consegnarli a una scelta pressoché suicida.
Sono oltre 24.000 i cittadini iraniani regolarmente residenti in Italia per motivi di lavoro o di studio. Di questi, almeno 13.000 sono studenti universitari, la comunità straniera più numerosa negli atenei italiani nell’anno accademico 2023/2024. Un dato che racconta la misura di un fenomeno cresciuto rapidamente: nel 2020 erano appena 4.000. Un esodo silenzioso, alimentato dalla repressione, dalle sanzioni economiche, dalla stretta ai visti americani del 2018 e da una generazione che guarda all’Europa come al modello di società che vorrebbe per il suo Paese.
Il passaporto come arma
Il problema è al tempo stesso semplice da spiegare e devastante nelle sue implicazioni. Molti di questi cittadini iraniani hanno il passaporto in scadenza o già scaduto. Per rinnovarlo hanno teoricamente due strade: tornare in Iran — oggi impraticabile, considerando la guerra in corso e la repressione brutale in atto — oppure rivolgersi alle ambasciate e ai consolati iraniani in Italia. Ma questa seconda opzione è tutt’altro che neutra.
Chi si è esposto pubblicamente, partecipando a manifestazioni contro il regime, chi ha postato sui social la propria solidarietà alle proteste, chi ha firmato appelli o ha partecipato a iniziative di dissenso, sa bene che presentarsi agli sportelli diplomatici della Repubblica Islamica significa consegnare il proprio nome — e, soprattutto, quello dei propri familiari rimasti a Teheran — agli apparati di sicurezza iraniani. Il regime ha da tempo trasformato la rete diplomatica in uno strumento di sorveglianza sulla diaspora, usando i parenti come ostaggi per silenziare chi osa dissentire dall’estero.
Senza un passaporto valido, però, in Italia non è possibile rinnovare il permesso di soggiorno. E senza permesso di soggiorno si diventa irregolari: si perde il lavoro, si interrompono gli studi, si rompe un percorso di integrazione talvolta costruito in anni. Il permesso per motivi di studio ha solitamente una durata di un anno, il che significa che la platea di chi si trova già in questa condizione critica è verosimilmente nell’ordine delle migliaia.
L’alternativa impossibile
Di fronte a questo vicolo cieco, molti vengono informalmente consigliati di percorrere la strada della protezione internazionale, la richiesta di asilo. Ma anche questa via è disseminata di insidie. Presentare una domanda di protezione internazionale equivale, in molti casi, a dichiarare ufficialmente la propria opposizione al regime. E il regime iraniano non perdona — né i richiedenti, né i loro cari rimasti in patria.
Il Tribunale di Bologna, già nel 2023, aveva riconosciuto lo status di rifugiato a un intero nucleo familiare iraniano, chiarendo in modo inequivocabile che «i familiari di persone perseguitate per motivi politici possono essere anch’esse sottoposte a misure repressive». Una giurisprudenza che fotografa con precisione il meccanismo del terrore: chi chiede asilo espone chi ha lasciato a casa.
La voce del Senato
A sollevare la questione in sede parlamentare è stato il senatore Marco Lombardo, di Azione, con un’interrogazione formale al Ministro dell’Interno presentata il 12 marzo 2026. Il senatore conosce bene il dossier — aveva già portato la questione iraniana in Commissione Diritti Umani — chiedendo una risposta che non sia di principio, ma di prassi amministrativa concreta.
Lombardo cita esplicitamente la sentenza del TAR Emilia-Romagna, Sezione I, del 6 giugno 2008, n. 2343, una pronuncia che stabilisce in modo netto un principio che le questure continuano sistematicamente a disattendere. Secondo la sentenza, il Testo Unico sull’Immigrazione (art. 4) richiede che lo straniero esibisca un documento in corso di validità solo al momento dell’ingresso in Italia e della prima richiesta di permesso di soggiorno: nessuna disposizione di legge prevede che il passaporto debba essere rinnovato durante la permanenza sul territorio nazionale quale condizione essenziale per rinnovare il titolo di soggiorno. Il passaporto usato in corso di validità all’ingresso, secondo il TAR, «continua ad essere valido ai fini dell’identificazione e ai fini degli adempimenti sulla situazione di soggiorno» anche se successivamente scaduto.
Eppure, nonostante questa giurisprudenza ormai consolidata, le questure italiane continuano ad applicare la prassi opposta. La distanza tra ciò che la legge consente e ciò che l’amministrazione fa è il cuore del problema.
La soluzione possibile
La soluzione tecnica, dunque, non richiede nuove norme: richiede che quelle esistenti vengano applicate. Come ha sottolineato Lombardo, «c’è una giurisprudenza che attesta come, in base alle leggi vigenti, la mancanza di un passaporto valido non precluda automaticamente il rinnovo del permesso di soggiorno, a condizione che l’identità del richiedente sia certa e che non sia possibile procedere al rinnovo per motivi di sicurezza». La richiesta al Ministero è di emanare una circolare che allinei le prassi amministrative a questa giurisprudenza consolidata, almeno «fino alla fine del conflitto in Iran».
Non sarebbe la prima volta che l’inerzia amministrativa viene corretta dall’esterno. Nel novembre 2025, un giudice aveva già ordinato alla Farnesina di sbloccare le procedure per i visti degli studenti iraniani, riconoscendo che la procedura vigente li discriminava illegittimamente rispetto agli studenti di altre nazionalità.
Una generazione che guarda all’Europa
Dietro ogni numero c’è una storia. Tra le decine di migliaia di iraniani in Italia ci sono ingegneri, medici, ricercatori, artisti, attivisti. Giovani che, dopo l’assassinio di Mahsa Amini nel 2022, sono scesi in piazza a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino. Giovani che, qualche giorno fa, hanno celebrato in piazza la caduta di Khamenei, insieme ai loro amici italiani. Giovani che vedono nell’Europa — nei suoi valori, nelle sue istituzioni, nella sua idea di dignità individuale — il modello per l’Iran che vogliono costruire.
È una responsabilità, questa. Non solo umanitaria, ma politica. Abbandonare questi giovani a un paradosso burocratico — mentre una sentenza del 2008 aspetta ancora di essere applicata — significherebbe tradire non solo loro, ma l’immagine stessa che l’Europa vuole dare di sé nel mondo. Il diritto c’è, la giurisprudenza c’è: serve ora una scelta politica di buon senso.








