Pechino non riconosce confini: dal 1° luglio parlare di Taiwan diventa un dovere

cina non riconosce confini
Guido Gargiulo
30/06/2026
Frontiere

Il 1° luglio entra in vigore in Cina la sedicente “Legge sulla Promozione dell’Unità Etnica e del Progresso”.
Un nome rassicurante per uno strumento giuridico che rivendica il diritto di perseguire chiunque, ovunque, parli di Tibet, Xinjiang o Taiwan in modo sgradito al partito comunista cinese.
Da un continente libero che ancora sembra non capirlo, qualche parola va detta forte e chiara.

Nota bene


Quanto segue ha la forma di una dimostrazione semplice.

Premessa: il 1° luglio 2026 entra in vigore in Cina una legge che cancella i confini della giurisdizione penale.

Tesi: parlare di Taiwan, Tibet e Xinjiang non è più un’opzione, è un dovere.

Quello che sta in mezzo, tra premessa e tesi, è il passaggio logico che vale la pena mostrare.
C.V.D. alla fine — se il ragionamento regge.

Il calendario non è mai casuale


Le date, in politica internazionale, sono raramente casuali. Quella scelta da Pechino è particolarmente eloquente: il 1° luglio 2026 — esattamente centocinque anni dalla fondazione del Partito Comunista Cinese, avvenuta nel luglio 1921 — entrerà ufficialmente in vigore la cosiddetta “Legge sulla Promozione dell’Unità Etnica e del Progresso”, approvata il 12 marzo scorso dal Congresso Nazionale del Popolo con 2.756 voti favorevoli, 3 contrari e 3 astensioni.
Una maggioranza che, nelle democrazie reali, semplicemente non esiste. E che da sola dovrebbe far suonare qualche campanello.

Il nome del provvedimento è studiato per non destare allarme. Suona quasi pedagogico: si parla di “unità”, di “progresso”, di “armonia tra le 56 etnie della nazione cinese”. A leggerlo distrattamente, sembra una legge sulla diversità culturale.
È esattamente quello che Pechino vuole far sembrare.
La realtà, però, è un’altra.

Cosa dice davvero il testo, in parole povere


Tolto il velo lessicale, il testo fa due cose.

Primo, codifica giuridicamente la politica di sinicizzazione voluta da Xi Jinping: l’idea che le 55 minoranze etniche riconosciute — tibetani, uiguri, mongoli, kazaki, hui e molte altre — debbano essere progressivamente assorbite in un’unica identità cinese definita dallo Stato.

Xi usa la metafora dell’albero: c’è un tronco (l’identità Han, dominante) e ci sono i rami (le culture minoritarie).
I rami, secondo questa visione, possono crescere “solo se il tronco è forte”. Tradotto: lingua, religione, scuola, famiglia, tradizioni, devono adeguarsi al modello centrale.
Quello che resta fuori si taglia, dunque non va bene.

Secondo — ed è qui che la cosa ci riguarda direttamente — la legge contiene una clausola di applicazione extraterritoriale: rivendica esplicitamente il diritto della Cina di “perseguire organizzazioni o individui stranieri che compiono atti ritenuti lesivi dell’unità e del progresso etnico cinese, o che incitano al separatismo etnico”.

Se un giornalista italiano scrive di campi di rieducazione in Xinjiang, se ad esempio un’accademica francese pubblica un saggio sul Tibet, se un attivista taiwanese a Berlino tiene una conferenza sull’identità della propria isola — tutti questi soggetti, secondo Pechino, possono essere oggetto di indagine penale cinese, con conseguente possibilità di Red Notice tramite Interpol, sanzioni economiche personali, divieto d’ingresso, e — non sottovalutiamolo — pressioni sui familiari che vivono in Cina.

Otto ex relatori speciali delle Nazioni Unite, in una lettera congiunta ad aprile, hanno scritto che la legge potrebbe violare almeno dodici trattati internazionali sui diritti umani che la Cina stessa ha ratificato.
L’Alto Commissariato ONU di Volker Türk ha avvertito che la norma rischia di “comprimere libertà religiose e culturali”. Il Parlamento Europeo, il 30 aprile, l’ha di fatto condannata in una risoluzione formale.

La risposta di Pechino, attraverso il viceministro della Giustizia Hu Weilie, è stata che le critiche occidentali “distorcono e male interpretano” il testo, e che la legge è “legittima, lecita, necessaria e fattibile”. Quattro aggettivi, una dottrina.

È qui che arriva Taiwan

La novità riguarda noi, ma riguarda in modo speciale Taiwan.
Perché la nozione di “separatismo etnico” può essere applicata, a discrezione del Partito-Stato, anche a chi sostenga l’autodeterminazione dell’isola.

Un funzionario della sicurezza nazionale taiwanese ha dichiarato alla Central News Agency che le questioni relative alla sovranità di Taiwan e ai diritti umani in Xinjiang e Tibet possono essere tutte considerate atti che “minano l’unità etnica”. I primi ad essere colpiti, scrive il Taipei Times, saranno i taiwanesi che lavorano o fanno affari in Cina: bloccati alla frontiera, trattenuti, “invitati” a chiarimenti.

E qui entriamo nel terreno che il continente europeo, abituato a considerare la libertà di espressione un diritto inalienabile e la giurisdizione penale un fatto territoriale, dovrebbe trovare intollerabile per definizione.
Pechino, di queste idee, sembra non averne assimilata nemmeno una.

Il regime di Xi Jinping si comporta come se il diritto internazionale fosse un menù da cui ci si serve solo quando fa comodo. Ratifica e poi viola. Firma e poi disconosce. Promette tolleranza religiosa e poi rade al suolo monasteri. Dichiara di rispettare la sovranità altrui e poi pretende di processare cittadini stranieri per opinioni espresse in paesi stranieri.

La deduzione necessaria

Ora, veniamo al punto. Taiwan, in tale scenario, è il banco di prova.
È il paese più libero dell’Asia orientale, dodicesima democrazia al mondo secondo l’Economist Intelligence Unit, prima nazione asiatica ad aver legalizzato il matrimonio egualitario, sede della più importante industria mondiale di semiconduttori (TSMC) senza la quale i computer su cui stiamo leggendo questo articolo non funzionerebbero.

È un paese di 23 milioni di persone che ogni giorno vivono sotto la minaccia di un’invasione e che, nonostante questo, vanno a votare, manifestano, scrivono, scelgono. Tutto quello che Pechino, nei prossimi quattro decenni, vorrebbe vedere scomparire.

Parlare di Taiwan, oggi, non è schierarsi a favore di una bandiera contro un’altra. Significa difendere il principio per cui un popolo ha il diritto di decidere del proprio destino, anche quando il vicino è grande, ricco e armato. Significa rifiutare l’idea che il più forte abbia ragione per definizione. Significa ricordare che la nostra libertà — la libertà di scrivere, leggere, pensare, criticare anche i nostri stessi governi — è una libertà fragile, che si erode quando smettiamo di esercitarla a beneficio degli altri. E lo stesso vale per il Tibet, per lo Xinjiang, per la Mongolia Interna.

Come volevasi dimostrare.


Dal 1° luglio, ogni accademico, ogni giornalista, ogni politico, ogni attivista europeo che parli di Taiwan, Tibet o Xinjiang con la franchezza dovuta verrà — formalmente o informalmente — schedato da Pechino come “soggetto problematico”. Le pressioni economiche e diplomatiche che ne seguiranno saranno enormi.

Il calcolo del regime cinese è semplice e cinico: chi vorrà pagare un prezzo personale per parlare di una causa lontana?

La risposta, se la dimostrazione ha funzionato, è una sola: tutti noi.

Non perché Taiwan, il Tibet o gli Uiguri abbiano bisogno della nostra carità — è il contrario, siamo noi che abbiamo bisogno della loro coerenza per ricordare cosa significa essere liberi.
Ma perché un mondo in cui un regime impone con la legge il proprio diritto di processare chiunque ovunque non è un mondo democratico. È un mondo in cui la democrazia è già stata derubata di pezzi importanti, in cui ci si comincia ad autocensurare prima ancora di essere censurati, in cui la parola “prudenza” sostituisce silenziosamente la parola “verità”.

Da quel giorno, Pechino dirà al mondo: chi parla, paga. Sta a noi rispondere: chi tace, è già complice. E chi vuole farci tacere troverà ancora qualcuno disposto a parlare. Più forte di prima, se serve.

Come volevasi dimostrare.