Usare il passato per decifrare il futuro: cosa dice la National Defense Strategy 2026

Samuele Dario Lunghi
29/01/2026
Orizzonti

La Dottrina Trump: una sentenza per l’Europa

Il 23 gennaio il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti D’America ha pubblicato la sua National Defense Strategy per il 2026.

Questo documento è uno spartiacque evidente nelle relazioni internazionali, da oggi, infatti, la visione del mondo di Donald Trump è stata cristallizzata in maniera definitiva, il filo rosso che collega la politica estera, solo apparentemente disordinata, di Trump, vede la luce.

La nuova postura statunitense è proattiva (da Dipartimento della Difesa a Guerra), letale, decisiva, ma soprattutto focalizzata esclusivamente sugli interessi nazionali concreti.

La Dottrina di Trump però non è una innovazione, ma un ritorno al classico. Abbandona l’iper-interventismo post 1989 per rispolverare la dottrina Monroe ma soprattutto la Realpolitik di Nixon.

Gli Stati Uniti non vogliono più essere il poliziotto solitario del mondo, ma non vogliono neanche cedere il loro ruolo di potenza egemone globale, aspirano infatti ad essere l’architetto di una coalizione globale che delega la prima linea agli alleati (esattamente come nella Dottrina Guam di Nixon), con l’obiettivo di logorare il nemico in una pace armata.

Homeland

La priorità assoluta viene data alla Patria e a tutto l’Emisfero Occidentale.

“We will secure America’s borders and maritime approaches, and we will defend our nation’s skies through Golden Dome for America and a renewed focus on countering unmanned aerial threats.”

“We will guarantee U.S. military and commercial access to key terrain, especially the Panama Canal, Gulf of America, and Greenland.”

È la traduzione geopolitica dell’America First, una svolta storica visto che da decenni la priorità veniva data ad operazioni esterne; ma al tempo stesso di un ritorno alle origini, viene fatto un riferimento esplicito alla Dottrina Monroe, di cui la visione di Trump non è altro che un corollario.

L’ispirazione però non viene solo da Monroe, il Golden Dome infatti è l’erede ideologico della Star Wars Defense (SDI) di Raegan, stessa ambizione di definire le regole di deterrenza, ma soprattutto stessi dubbi sulla reale fattibilità sia tecnologica sia economica.

La sfida alla Cina

La Cina viene riconosciuta come seconda potenza globale. Un attore geopolitico solido, strutturale ed affermato, che bisogna imparare a gestire (coesistenza competitiva), non combattere.

L’obiettivo della Dottrina Trump è impedire l’egemonia cinese sull’Indo-Pacifico, e lo strumento è la deterrenza militare per negazione, ovvero sviluppare forze che rendano impossibile a Pechino dominare la regione.

Come conciliare una deterrenza totale nel Pacifico con la priorità sull’Emisfero Occidentale?

“Increase Burden-Sharing with U.S. Allies and Partners […] In the Indo-Pacific, where our allies share our desire for a free and open regional order, allies and partners’ contributions will be vital to deterring and balancing China”

Gli USA puntano a creare una rete multilaterale di deterrenza, aumentando le capacità militari di tutti i partner nell’Indo-Pacifico, ovvero, più spese. Questa rete sarà poi la leva diplomatica stessa americana: Washington aspira, partendo da una posizione negoziale avvantaggiata, a far accettare alla Cina un equilibrio di potere favorevole agli USA.

Gli USA cercano un equilibrio favorevole esattamente come durante la Conferenza Navale del 1922 (che fissa i rapporti di forza tra la flotta americana e giapponese a 5:3), quando nel Pacifico il problema era il Giappone. Non potendo affondare la marina cinese (come non potevano affondare quella giapponese nel ’21 senza una guerra totale), cercano di ingabbiarla in un sistema di regole e alleanze che congeli lo status quo a vantaggio americano.

C’è un dettaglio però, che non deve sfuggire, nel 1922 il Giappone si sentì umiliato e questo lo portò alla guerra: la Cina accetterà di essere il numero 2 o ribalterà il tavolo?



Russia e Europa

La Russia viene descritta come una minaccia “persistente ma gestibile”, senza capacità economiche per ambire una egemonia europea.

Questa minimizzazione sistemica della minaccia russa ha un obiettivo preciso e dichiarato: giustificare il trasferimento dell’onere difensivo agli alleati europei.

Nixon parlava di una vietnamizzazione del conflitto, Trump impone una europeizzazione completa del conflitto.

“Fortunately, our NATO allies are substantially more powerful than Russia—it is not even close. Germany’s economy alone dwarfs that of Russia.”

La storia però ci insegna che le guerre non si vincono con i PIL, nel 1940 la somma dei PIL di Francia e Gran Bretagna superava di gran lunga quello nazista, e Parigi è stata occupata in 6 settimane.

Questa analisi, tuttavia, sottovaluta la capacità russa di rigenerare le proprie forze armate nel medio periodo, l’economia di guerra adottata da Mosca nonché il possibile contributo tecnologico e materiale di Cina, Iran e Corea del Nord.

Il problema che viene ignorato è la impreparazione militare europea, su tutti i fronti: tecnologico, industriale, politico, decisionale

Finché questi deficit strutturali non verranno colmati, l’idea di una piena assunzione di responsabilità europea resterà fragile e difficilmente sostenibile nel confronto con la Russia.

Come Kennedy passò dalla Rappresaglia Massiccia di Eisenhower alla Risposta Flessibile, così Trump ritira la risposta flessibile convenzionale dall’Europa per concentrarsi solo sulla deterrenza nucleare e cyber.

Lasciati a noi stessi

La NSD 2026 non è un avviso, ma una sentenza: il disimpegno americano dall’Europa ci lascia soli, con una guerra alle porte.

È compito dell’UE sviluppare una struttura politica, economica e militare adatta a fronteggiare autonomamente le sfide del domani.  

Nel fare questo, non dobbiamo dimenticare che l’Europa ha uno storico di fallimenti nel coordinamento militare-decisionale, dalla CED, fallite perché nel 1954 il Parlamento francese ha rifiutato la ratifica, alle guerre in Jugoslavia.

I fatti ci dimostrano che l’incapacità decisionale europea è strutturale, ed è necessario un rinnovamento tanto politico quanto militare. 

Il rischio è un nuovo 1954, dove i nazionalismi europei affossano nuovamente ogni tentativo di difesa comune.