Pasolini e Pannella nelle piazze di oggi
Da Torino a Milano le piazze sono attraversate da rinnovate tensioni. Cortei, scontri con le forze dell’ordine, modalità di protesta che sfiorano talvolta la guerriglia urbana. Dalle tensioni per lo sgombero di Askatasuna alle manifestazioni contro le Olimpiadi, il mondo antagonista è tornato al centro del dibattito pubblico. Sono piazze che rivendicano spazi, diritti sociali, opposizione alle grandi opere in nome della sostenibilità e della tutela dell’ambiente. Ma che, nelle forme scelte, sollevano forti interrogativi sul rapporto tra conflitto politico e rispetto delle regole democratiche.
Le immagini di questi giorni ai notiziari hanno il sapore dell’amarcord, come se il processo storico avesse riportato indietro le lancette del tempo di oltre cinquant’anni, ai movimenti del ’68 e poi agli anni di piombo.
La frattura tra piazza e potere sembra riproporsi, seppur in forme diverse e non sovrapponibili
Proprio nel 1968 Pier Paolo Pasolini scriveva per L’Espresso il celebre “Il PCI ai giovani”, intervenendo nel dibattito sui conflitti di piazza con parole che ancora oggi interrogano. Quelle righe, dirompenti e schiette, sbattevano la verità in faccia senza chiedere permesso, e per questo destarono scandalo nella sinistra dell’epoca. Pasolini invitava a guardare oltre la retorica della rivolta, a interrogarsi su chi occupasse realmente quelle piazze, quali privilegi si nascondessero dietro la maschera della ribellione e su quanto la violenza potesse trasformare la protesta in un gesto autoreferenziale, tipico di una borghesia annoiata che utilizza la piazza come effimero esibizionismo edonistico.
La sua provocazione si sintetizza in un passaggio rimasto celebre:
«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano».
Si riferiva agli scontri del marzo 1968, quando migliaia di studenti appartenenti a sigle extraparlamentari di estrema destra e di estrema sinistra si radunarono per rioccupare la Facoltà di Architettura e attaccarono la polizia, che ebbe la peggio. “Il j’accuse” di Pasolini non era un’apologia dell’ordine costituito, ma una feroce critica a una sinistra che rischiava di confondere la ribellione giovanile con un autentico progetto di trasformazione sociale. Il punto, per Pasolini, non era schierarsi tra manganello e slogan, ma interrogarsi su chi incarnasse davvero il conflitto capace di produrre cambiamento.
Questa provocazione, oggi più che mai, dopo i fatti di Torino e Milano, appare di un’attualità dirompente
Le domande da porsi sono: chi rappresentano davvero le piazze antagoniste? Sono l’espressione del disagio sociale delle periferie? Oppure esprimono un attivismo identitario ed elitario, spesso concentrato nelle ZTL dei centri urbani, lontano dai bisogni concreti di quelle stesse periferie che dichiarano di difendere?
La questione non riguarda la legittimità del dissenso, che è e resta il sale della democrazia
Riguarda piuttosto le forme e i metodi con cui si esprime. Marco Pannella, leader del Partito Radicale, sovente ripeteva che sono i mezzi a prefigurare i fini: le modalità della lotta e dell’azione politica anticipano il tipo di società che si intende costruire. Se la protesta assume stabilmente i tratti dell’occupazione, dell’illegalità, della guerriglia urbana e della contrapposizione frontale con le istituzioni, quale idea di convivenza si sta delineando? Una società del conflitto permanente? Se i diritti non vengono promossi attraverso strumenti legali e democratici, il rischio è che ciò che nasce dalla forzatura finisca per trasformarsi, più che in diritto, in privilegio.
Non si tratta di negare le questioni ambientali, né il tema delle grandi opere o del dispendio di soldi pubblici; né tantomeno problemi come sostenibilità, gentrificazione o diritto all’abitare. Sono questioni reali che meritano un confronto serio. Ma se le metodologie si incarnano solo in un’identità antagonista fine a sé stessa, il rischio è che ogni atto di protesta o denuncia si trasformi in un rituale di violenza volto a scaricare rabbia personale o collettiva; peggio ancora, che tali rituali diventino mero esibizionismo edonistico, incapace di incidere sulle problematiche sociali concrete.

Forse la domanda più scomoda riguarda proprio la sinistra politica e culturale, che spesso assume atteggiamenti ondivaghi e talvolta ammicca ai gruppi antagonisti. È ancora capace di rappresentare il lavoro, le periferie e il disagio sociale diffuso, affrontando le tematiche ambientali in modo serio e concreto? Oppure tende a riconoscersi più facilmente in un’estetica della ribellione urbana, che rassicura i cosiddetti salotti colti e mediaticamente visibili, ma fatica a parlare al “popolo” in senso pieno?
Pasolini, identificandosi con “il diverso”, scandalizzava e invitava alla riflessione; Pannella ricordava che, prima di tutto, la lotta per i diritti deve avvenire attraverso metodi legali e democratici.
Oggi, nelle piazze attraversate da rinnovate tensioni e violenza, la questione resta aperta: il conflitto che si mette in scena è davvero una metodologia di lotta per difendere e promuovere vecchi e nuovi diritti, o è una rappresentazione autoreferenziale di annoiati figli della borghesia che agiscono per un’effimera estetica della ribellione?








