Il Partito Repubblicano che ci manca

Andrea Maniscalco
30/07/2026
Frontiere

Trump ha conquistato il GOP. Ma rischia di mandare al macero tutto ciò che lo aveva reso grande

Ogni volta che Donald Trump cita Ronald Reagan viene spontaneo pensare che Reagan si rivolterebbe nella tomba.

Non perché Reagan fosse un moderato, naturalmente. Non lo era. Fu uno dei presidenti ideologicamente più coraggiosi della storia americana, un conservatore vero, capace di sfidare il consenso dominante, ridurre le tasse, combattere il comunismo e restituire fiducia a un Paese che sembrava averla persa. Ma era anche un uomo profondamente diverso da Trump. Diverso nel carattere, nello spirito, nello stile e soprattutto nella visione dell’America.

Reagan guardava al futuro. Trump sembra vivere in una campagna elettorale permanente contro il presente, contro il passato, contro i suoi avversari, contro i suoi ex collaboratori e, qualche volta, contro la realtà stessa.

Il vecchio Partito Repubblicano aveva molti difetti. Ma credeva ancora in qualcosa di più grande del proprio leader. Credeva nel libero mercato, nella responsabilità individuale, nella forza militare americana, nelle alleanze occidentali e nell’idea che gli Stati Uniti fossero una forza positiva nel mondo. Oggi, invece, troppo spesso sembra credere soltanto in Donald Trump.

La politica della speranza

Reagan vinse nel 1984 in 49 Stati su 50. Non lo fece parlando soltanto agli elettori repubblicani più arrabbiati. Vinse perché riuscì a trasmettere un sentimento nazionale, perché il suo conservatorismo non appariva vendicativo e nemmeno cupo. Era ottimista. Faceva pensare agli americani che il giorno successivo sarebbe stato migliore di quello precedente.

La sua America era la shining city upon a hill, una città luminosa, aperta e piena di persone arrivate da ogni parte del mondo. Nel suo discorso d’addio descrisse una città «aperta a chiunque avesse il cuore e la volontà di arrivarci». Non una fortezza spaventata, non un Paese assediato, non una nazione che vedeva un nemico dietro ogni confine.

Reagan sapeva parlare dei problemi. Quando arrivò alla Casa Bianca l’America era reduce dal Vietnam, dalla crisi degli ostaggi in Iran, dall’inflazione e dalla sensazione di essere in declino. Ma non trasformò quella crisi in un’identità permanente. Non disse agli americani che erano vittime. Disse che potevano rialzarsi.

Trump fa il contrario. La sua politica nasce quasi sempre dalla paura: gli immigrati stanno arrivando, gli alleati ci stanno derubando, la Cina ci sta distruggendo, i democratici vogliono cancellare il Paese, le élite hanno tradito il popolo. C’è sempre un’invasione, un complotto, un tradimento. E naturalmente c’è sempre un solo uomo in grado di fermarlo.

Trump promette la grandezza, certo. Ma prima deve convincere gli americani che tutto attorno a loro sia un disastro. Reagan chiedeva agli americani di avere fiducia in sé stessi. Trump chiede loro di avere paura senza di lui.

È una differenza enorme.

Il conservatorismo non era protezionismo

C’è poi la politica, quella concreta.

Reagan credeva nel libero commercio. Non in maniera ingenua e non senza eccezioni, ma pensava che il protezionismo impoverisse i consumatori, distruggesse posti di lavoro e finisse per provocare ritorsioni. Nel 1985 arrivò a dire che le barriere commerciali erano quasi sempre autodistruttive. La risposta americana alla concorrenza non doveva essere chiudersi, ma diventare ancora più dinamica, innovativa e competitiva.

Il Partito Repubblicano di Trump promette invece dazi generalizzati, produzione nazionale protetta e autosufficienza economica. Il programma repubblicano del 2024 ha consacrato il protezionismo come parte centrale dell’“America First”, e nel suo secondo mandato Trump ha continuato a presentare i dazi come uno degli strumenti principali della propria politica economica.

Non è un dettaglio. È quasi un capovolgimento filosofico.

Il vecchio repubblicanesimo pensava che l’America fosse abbastanza forte da competere nel mondo. Il trumpismo pensa che debba proteggersi dal mondo. Reagan vedeva il commercio come un’estensione della libertà. Trump lo vede soprattutto come un campo di battaglia nel quale qualcuno vince e qualcuno perde.

Lo stesso vale per le alleanze. Reagan sapeva che la forza americana dipendeva anche dalla solidità del mondo libero. La NATO non era un conto del ristorante da dividere alla fine della serata. Era la comunità politica e militare delle democrazie occidentali. Diceva chiaramente che, se la NATO fosse rimasta forte e unita, Europa e America sarebbero rimaste libere.

Trump ha ragione quando pretende che gli europei spendano di più per la difesa. Su questo, anzi, molti europei dovrebbero ringraziarlo anziché indignarsi. Ha anche ragione quando denuncia la dipendenza occidentale dalla Cina o quando chiede maggiore controllo delle frontiere. Il problema non è che Trump sbagli sempre. Il problema è la visione generale dentro cui inserisce queste posizioni.

Per Reagan gli alleati erano moltiplicatori della potenza americana. Per Trump sembrano spesso clienti che devono pagare il prodotto americano. Anche il sostegno all’Ucraina viene descritto soprattutto sottolineando che le armi sono comprate dagli europei e che il contribuente americano non deve rimetterci. È una politica estera trasformata in una fattura.

Un partito trasformato in una persona

La cosa più grave, però, non sono nemmeno i dazi o l’isolazionismo. È ciò che Trump ha fatto del Partito Repubblicano.

Un grande partito non può essere costruito sulla fedeltà personale a un uomo. Deve avere principi che sopravvivano ai propri leader. Il GOP di Reagan, Bush padre, Bush figlio, McCain e Romney era una coalizione spesso litigiosa. C’erano libertari, conservatori religiosi, neoconservatori, moderati del Nord-Est, falchi della politica estera e sostenitori del libero mercato. Non andavano sempre d’accordo, anzi. Ma proprio per questo era un partito vero.

Oggi il principale criterio per stabilire chi sia un buon repubblicano sembra essere molto più semplice: quanto è disposto a difendere Donald Trump?

Con Trump il partito ha certamente conquistato nuovi elettori operai e ha rotto vecchi equilibri politici. Sarebbe sciocco negarlo. Ha compreso prima di altri la rabbia delle aree deindustrializzate, la crisi della frontiera, il senso di abbandono di una parte della classe media e l’arroganza culturale di certe élite progressiste.

Ma capire una rabbia non significa doverla alimentare per sempre.

Trump ha trasformato il risentimento in una fonte inesauribile di energia politica. Funziona elettoralmente, almeno fino a un certo punto. Ma consuma tutto: le istituzioni, il linguaggio, il rispetto tra avversari e persino la capacità di riconoscere una vittoria o una sconfitta senza gridare al complotto.

La politica non può essere una guerra civile emotiva combattuta ogni giorno sui social network. E un partito conservatore, soprattutto, dovrebbe saperlo. Conservare significa proteggere istituzioni, tradizioni e limiti. Non significa bruciare tutto perché il proprio candidato è arrabbiato.



Ci manca il sogno americano

Forse è questo ciò che manca più di tutto: il sogno americano.

Non il sogno americano ridotto a uno slogan elettorale o a un cappellino rosso. Quello vero. L’idea che una persona possa arrivare negli Stati Uniti senza niente, lavorare, costruire un’impresa e diventare americana. L’idea che il successo di qualcun altro non sia necessariamente una minaccia. L’idea che la libertà economica produca opportunità, che l’Occidente meriti di essere difeso e che l’America abbia ancora una missione nel mondo.

Il vecchio Partito Repubblicano credeva che l’America fosse eccezionale perché era libera. Il nuovo Partito Repubblicano sembra pensare che sia eccezionale semplicemente perché è americana. Non è la stessa cosa.

Reagan parlava di una nazione sicura di sé. Trump parla di una nazione che deve essere continuamente rassicurata sul fatto di non essere stata umiliata. Reagan vedeva l’America come un esempio da offrire. Trump troppo spesso la presenta come una vittima da vendicare.

Eppure non si può guidare il mondo libero soltanto con la rabbia. Non si può costruire una coalizione duratura soltanto indicando nemici. Non si può difendere l’Occidente mentre si disprezzano le alleanze che lo tengono insieme. E non si può parlare di libertà economica mentre si costruiscono nuovi muri doganali.

Ronald Reagan non era perfetto. Il vecchio Partito Repubblicano non era perfetto. George W. Bush ha commesso errori enormi, Mitt Romney non era un grande comunicatore e John McCain poteva essere testardo fino all’esasperazione. Ma erano uomini che pensavano che l’America dovesse guidare il mondo libero, non ritirarsi da esso. Credevano ancora che la politica potesse essere qualcosa di più nobile di una sequenza di insulti.

Ci manca quel Partito Repubblicano. Ci manca il suo ottimismo, il suo internazionalismo, la sua fiducia nel mercato e soprattutto la sua fiducia nell’America.

Trump ha conquistato il GOP. Ha sconfitto quasi tutti i suoi avversari interni e ha costretto il partito a cambiare natura. Ma una conquista non è sempre una vittoria. A volte si può prendere possesso di una casa distruggendo tutto ciò che la rendeva degna di essere abitata.

Il Partito Repubblicano sopravviverà a Donald Trump. I grandi partiti americani sopravvivono quasi a tutto. La domanda è che cosa resterà, quando Trump non ci sarà più.

E soprattutto se qualcuno avrà ancora il coraggio di aprire le finestre, fare entrare un po’ di luce e ricordare agli americani che è di nuovo mattina in America.