Il paradosso siriano. L’ancora di stabilità nel collasso del Medio Oriente

Gianluca Eramo
01/05/2026
Poteri

Mentre l’attenzione globale resta ipnotizzata dai venti di guerra nel Golfo e dalla chiusura dello stretto di Hormuz, un silenzio assordante copre la vera rivoluzione copernicana che sta sviluppandosi in Siria che, sin dai primi mesi del 2011 è stato l’epicentro del caos e il laboratorio delle peggiori tragedie regionali. Quel Paese sta vivendo un’evoluzione politica destinata a ribaltare l’intero quadrante mediorientale, trasformandosi, a dispetto delle lugubri profezie di destra e sinistra che prefiguravano uno sceiccato di stampo afgano o un safe heaven per terroristi d’ogni risma, nel punto di equilibrio inatteso di un’area in fiamme. Questo paradosso non è un accidente storico, ma il risultato inevitabile di un riallineamento strategico che costringe le potenze regionali e globali a ridisegnare i loro piani su mappe che diventano giorno dopo giorno irriconoscibili.

Cosa ha portato alla caduta di Assad

La caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024 non è stata il miracoloso trionfo di un’ideologia democratica, ma il brutale esito di un’insolvenza strutturale dei suoi padroni: da un lato una Russia esausta e umiliata dall’avventura imperialista in Ucraina, dall’altro un regime teocratico iraniano in agonia, strangolato da sanzioni asfissianti, rivolte interne e un modello di proxy in decomposizione irreversibile. Questo collasso ha aperto una finestra di transizione che obbliga a riscrivere ogni rapporto di forza nel Levante, ponendo Damasco non più come vittima o pedina, ma come arbitro consapevole della propria sovranità.

Per decenni, la Siria non è stata un semplice attore tra i tanti, ma il perno attorno a cui ruotavano le ambizioni e le paure della regione. Negli anni Cinquanta e Sessanta, Damasco incarnava il cuore pulsante del panarabismo nasseriano: un focolaio di radicalismo baathista che alternava colpi di stato militari a unioni effimere come la Repubblica Araba Unita con l’Egitto (1958-1961), fungendo da incubatore per movimenti palestinesi e proxy anti-israeliani in un contesto di Guerra Fredda. Henry Kissinger, nel suo Diplomacy, la descriveva come il “pivot instabile” del Levante: un Paese che, grazie alla sua posizione geopolitica tra Turchia, Iraq, Giordania e Libano, poteva far saltare ogni equilibrio con il solo sostegno a milizie o alleanze avventate.

Sotto Hafez al-Assad negli anni Settanta e Ottanta, questa centralità si è cristallizzata in una logica di ricatto sistemico: Damasco sponsorizzava il terrorismo internazionale, interveniva in Libano durante la guerra civile (1975-1990) come corridoio per l’influenza sovietica e iraniana, diventando lo snodo indispensabile per qualsiasi dinamica regionale. Con Bashar, negli anni Duemila, la Siria si è trasformata nel perno operativo dell’asse della resistenza e della guerra per procura iraniana, trasformandosi nella retrovia delle milizie sciite irachene, partner indispensabile di Hezbollah in Libano e segmento centrale del crescente sciita che da Teheran arrivava a Beirut e sulle coste del Mediterraneo.

La massima kissingeriana “In Medio Oriente non si può fare la guerra senza l’Egitto, e non si può fare la pace senza la Siria” resta valida

Oggi, il nuovo corso siriano recupera questa centralità non più attraverso la minaccia e il sabotaggio, ma attraverso una neutralità rigorosa che antepone la sovranità nazionale agli interessi delle potenze straniere, ridisegnando gli equilibri regionali e globali.

Sotto la guida del presidente Ahmed al-Sharaa, il segnale più forte è arrivato con la dichiarazione esplicita che la Siria rimarrà fuori dai conflitti tra Stati Uniti, Israele e Iran, a meno di attacchi diretti al suolo siriano. Questa dottrina non è mera retorica difensiva, ma un’arma strategica che altera profondamente i calcoli delle potenze vicine: il territorio siriano cessa di essere un trampolino di lancio per milizie straniere, costringendo Tehran, Mosca e i loro proxy a ripensare la loro intera architettura regionale. In un Medio Oriente dove ogni alleanza è fluida e ogni confine poroso, questa neutralità trasforma Damasco da vulnerabile cerniera in attore non allineato, capace di negoziare da posizione di forza.

Una pedina in meno nei “tentacoli del male”

La riconfigurazione delle alleanze riflette un equilibrio pragmatico con rivali e alleati storici, ma è soprattutto lo smantellamento dell’occupazione economica e militare iraniana a segnare il vero punto di non ritorno. Per decenni, il regime teocratico di Teheran ha usato la Siria come corridoio logistico vitale per Hezbollah, pompando miliardi in armi, combattenti e logistica attraverso Damasco. Dopo la caduta di Assad, i rapporti sono rimasti congelati: il nuovo governo ha espulso sistematicamente le milizie iraniane da villaggi e città siriane, accusandole di occupazione illegale, stupri sistematici e deportazioni forzate delle popolazioni sunnite. Al-Sharaa ha condannato esplicitamente questo colonialismo persiano dichiarando: “Non abbiamo un problema con l’Iran a Teheran, ma con l’Iran a Damasco che ha sostenuto il tiranno Assad contro il suo stesso popolo”.

Questa rottura ha smantellato il corridoio iraniano verso il Libano, isolando Hezbollah da rifornimenti vitali e infliggendo un colpo mortale al modello proxy dei Pasdaran, esponendo la debolezza strutturale di un’egemonia ideologica che si reggeva sul sangue siriano. Nei confronti di Hezbollah, la presa di distanza è stata categorica e irreversibile. Damasco ha decretato l’espulsione immediata di tutti i gruppi armati stranieri, inclusi i quadri e le cellule logistiche del “Partito di Dio”, interrompendo flussi di armi, finanziamenti e reclute che passavano per la Siria. Ha posto fine anche alla produzione industriale di captagon – la droga sintetica che Hezbollah gestiva in quantità massicce nei laboratori siriani, trasformando il Paese in un narco-stato a cielo aperto. Il governo ha condannato pubblicamente Hezbollah come “terroristi che hanno sostenuto il regime genocida di Assad”, ordinando la confisca di depositi, la chiusura di fabbriche e la consegna dei leader locali alle autorità, segnando la fine di un’alleanza che per anni aveva reso Damasco complice delle avventure libanesi di Teheran.

Il ruolo (sempre più marginale) di Mosca

Il rapporto con la Russia si è trasformato da dipendenza asimmetrica a convivenza forzata e umiliante per Mosca. Aggrappata ai brandelli di presenza militare a Khmeimim – l’unica base russa pienamente operativa dopo il ritiro parziale – e a un uso marginale di Tartus, la Russia è oggi ridotta a questuante di concessioni, tollerata solo per ragioni di convenienza. Damasco ha trasformato quelle strutture in centri di addestramento per l’esercito nazionale siriano, revocando l’autonomia operativa russa e imponendo clausole di sovranità nei nuovi accordi. La cooperazione con la Russia si limita al venticinquennale accordo energetico con Soyuzneftegaz per giacimenti offshore, un contentino per Putin che cerca di preservare un prestigio sepolto dall’Ucraina, senza più alcun controllo reale sul terreno. Le truppe russe sono confinate, sorvegliate e subordinate a comandi siriani, un’umiliazione che erode il mito dell’invincibilità moscovita.

Con Israele, nonostante le tensioni pregresse – culminate con l’occupazione israeliana del Golan dal 1967 e gli avanzamenti recenti nelle zone cuscinetto dopo la caduta di Assad – la dottrina di neutralità siriana sta riducendo drasticamente l’attrito militare lungo la frontiera. Damasco offre ora una linea Golan meno volatile e permeabile a incursioni, in cambio di un cessate il fuoco de facto, aprendo spiragli per accordi taciti di non aggressione che evitano escalation incontrollate. In prospettiva, Tel Aviv valuta un ritiro graduale da territori occupati post-2024, mentre Damasco prepara concessioni sul Golan per una normalizzazione entro gli Accordi di Abramo, trasformando un confine storico di guerra in asse di stabilità regionale.



La Siria stabilizzata che piace al Golfo

Le monarchie del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa, un tempo rivali feroci che finanziavano fazioni opposte nella guerra civile siriana, ora vedono in una Siria stabile un argine strategico contro l’espansionismo khomeinista e il caos jihadista. Questa metamorfosi è simboleggiata dalla riapertura del valico di al-Tanf-al-Waleed con l’Iraq che, dal 1 aprile 2026, ha già sbloccato convogli di carburante iracheno e flussi commerciali stimati in miliardi di dollari annui, vitali per aggirare le tensioni sullo Stretto di Hormuz e ricostruire la logistica regionale. Riyadh e Abu Dhabi stanno sondando investimenti massicci in infrastrutture, telecomunicazioni ed energia, coordinati dal nuovo Consiglio d’Affari Saudita-Siriano: un asse anti-Teheran che lega ricostruzione economica a sicurezza condivisa, trasformando Damasco da nemico ideologico in partner contro l’Iran.

In questo scenario, il ruolo dell’Europa negli ultimi quindici anni emerge in tutta la sua drammaticità: una viltà diplomatica che ha visto Bruxelles appaltare la sicurezza del proprio continente a Vladimir Putin in una delega in bianco suicida. Convinti che affidare a Mosca la gestione della Siria fosse una scorciatoia comoda, abbiamo consegnato le chiavi della nostra stabilità mediterranea a un attore ostile e inaffidabile, riducendoci a spettatori inerti di un’ecatombe che abbiamo scelto di ignorare. I cittadini europei hanno pagato il prezzo di quel servilismo sotto forma di flussi migratori massicci, attentati jihadisti e ricatti energetici, mentre l’UE si limitava a sanzioni simboliche e retorica umanitaria.

Ritornare a investire politicamente ed economicamente in Siria

Oggi, il realismo geopolitico impone un cambio di rotta radicale e urgente: sostegno attivo al processo di accountability siriano, validando il reinserimento di Damasco nell’architettura della responsabilità globale – inclusa l’eliminazione certificata dei residui del programma chimico di Assad – per sdoganare il nuovo regime; un partenariato strategico per la rinascita siriana; e una visione della Siria come priorità assoluta per la sicurezza mediterranea, trasformandola da dossier burocratico UE in pilastro dell’autonomia strategica europea.

Investire nella Siria post-Assad non è filantropia, ma una mossa da scacchiera globale: significa infliggere una sconfitta strategica definitiva a Russia e Iran, seppellendo i loro regimi sotto il peso della loro stessa arroganza imperialistica. La Siria del 2026 offre una finestra di stabilità che l’Europa non può permettersi di ignorare. Sta a Bruxelles decidere se vuole seriamente diventare un attore politico globale, facendo di Damasco un partner strategico per disegnare insieme un Mediterraneo come spazio di sovranità europea e definire una autonomia strategica del continente, oppure condannarsi a un’eterna subalternità politica e strategica nel Levante allargato.