Il paradosso dei “nativi analogici”: perché la GenZ italiana arranca nell’Europa dell’AI
Per anni abbiamo cullato l’idea che la Generazione Z, nata tra la fine degli anni ’90 e i primi del 2010, fosse intrinsecamente preparata alla rivoluzione tecnologica.
Abbiamo definito i suoi membri “nativi digitali”, dando per scontato che la familiarità con lo schermo di uno smartphone si traducesse automaticamente in competenza tecnica.
L’ultimo rapporto Eurostat sull’adozione delle tecnologie emergenti agisce come una doccia fredda su questa narrativa: i giovani italiani tra i 16 e i 24 anni sono agli ultimi posti in Europa per utilizzo e sperimentazione dell’Intelligenza Artificiale.

Mentre a Helsinki, Amsterdam o Copenhagen (ma anche ad Atene o Lisbona) l’AI è già diventata uno strumento quotidiano di studio, di ricerca e di produzione di contenuti per oltre il 60% dei giovani, in Italia la percentuale crolla drasticamente sotto la soglia del 30%.
Siamo fanalino di coda, superati da nazioni che storicamente scontavano un gap infrastrutturale maggiore, ma che oggi corrono più veloci sulla frontiera dell’innovazione.
Questo non è solo un dato statistico; è il segnale di un’emergenza educativa e competitiva che rischia di marginalizzare l’Italia nel contesto del Mercato Unico Digitale.
Un’Europa a due velocità
Se guardiamo alla mappa dell’Unione, il divario non segue una traiettoria geografica e culturale così netta.
Ci sono Paesi del Nord e del Baltico che hanno integrato l’alfabetizzazione algoritmica nei curricula scolastici già da un lustro, ma ci sono anche nazioni un tempo arretrate dove l’intelligenza artificiale, come tutto il settore digitale, non è percepita come una minaccia ma come una “utility” pubblica e un volano necessario per la crescita.
In Italia, invece, il dibattito è rimasto a lungo ostaggio di una polarizzazione sterile: da un lato l’entusiasmo acritico, dall’altro la paura della sostituzione lavorativa.
Il risultato è un’adozione passiva. I nostri giovani usano la tecnologia per il consumo di contenuti (social media, streaming), ma raramente per la creazione di valore.
Il rapporto Eurostat evidenzia come la GenZ italiana utilizzi l’IA principalmente per scopi ludici, mentre latita l’uso di modelli linguistici avanzati (LLM) per il coding, l’analisi dei dati o la sintesi complessa.
In un’Europa che ha appena varato l’AI Act per normare lo sviluppo etico di queste tecnologie, l’Italia rischia di avere le regole senza neanche avere i giocatori.
Le radici del ritardo: mercato e scuola
Perché i giovani italiani non utilizzano “ a pieno” questa tecnologia?
Le cause sono strutturali e profonde. In primo luogo, il sistema scolastico e accademico sconta un ritardo cronico. Nonostante gli sforzi del PNRR, l’insegnamento delle discipline STEM è ancora troppo teorico e scollato dalle necessità del mercato globale.
Basti pensare che, pur avendo investito miliardi di fondi PNRR in ricerca e sviluppo sulle digital humanities, l’Italia si è rifiutata di creare un nuovo codice scientifico-disciplinare che permettesse di aprire cattedre apposite nelle sue università: troppa era la paura di rompere vecchi equilibri di potere.
Così, se un giovane studente danese impara a interrogare un algoritmo per ottimizzare una ricerca scientifica, il suo coetaneo italiano è spesso ancora alle prese con laboratori informatici obsoleti o, peggio, con una diffidenza istituzionale e generalizzata verso l’uso dell’AI.
Ma ancora di più pesano la struttura del nostro tessuto produttivo e il deficit linguistico.
L’Italia, come sappiamo, è il Paese delle micro-imprese e delle PMI, realtà che spesso non hanno le risorse o la visione per integrare l’IA nei processi aziendali.
Un giovane che entra nel mondo del lavoro in Italia non è incentivato a usare l’IA perché il suo datore di lavoro, spesso, non sa nemmeno cosa sia.
Peraltro, a discolpa dei piccoli e medi imprenditori, un recente studio del CEPR su 12.000 aziende in tutta Europa suggerisce che anche quando le PMI provano ad adottare i modelli IA ottengono un calo, non un aumento, della produttività.
È l’essenza stessa della piccola impresa a sembrare inadeguata al nuovo mondo del lavoro AI-driven.

Grafica tratta da Aldasoro, Gambacorta et alii, “How AI is affecting productivity and jobs in Europe”, 17 febbraio 2026
A questo si aggiunge un’altra barriera tutta nostra, che è quella linguistica: sebbene i modelli, in apparenza, sappiano parlare in italiano con l’utente finale, l’innovazione di frontiera viaggia in inglese.
Chi non padroneggia la lingua franca della tecnologia resta un passo indietro nella comprensione delle potenzialità dei nuovi strumenti.
La “Fuga di Cervelli 4.0”
Il rischio più concreto per l’Italia, in questa cornice europea, è una nuova e più subdola ondata migratoria. Non più solo medici o ricercatori, ma “esperti di flussi algoritmici”.
I pochi giovani italiani che, da autodidatti, riescono a maturare competenze d’eccellenza nell’IA, trovano raramente terreno fertile in patria.
Vengono attratti dagli hub tecnologici di Parigi, Berlino o Tallin, dove l’ecosistema delle startup è vibrante e l’IA è al centro dell’agenda politica ed economica.
L’Italia sta esportando il suo capitale umano più prezioso proprio mentre ne avrebbe bisogno per modernizzare la Pubblica Amministrazione e l’industria. Se non invertiamo la rotta, la nostra Generazione Z sarà la prima nella storia a essere “sorpassata a destra” da tecnologie che avrebbe dovuto dominare.
Verso una cittadinanza algoritmica
La questione non è solo tecnologica, ma democratica. La capacità di interagire con l’intelligenza artificiale sarà presto un requisito di cittadinanza, tanto quanto saper leggere e scrivere. Non possiamo permetterci un’Italia che viaggia a una velocità diversa rispetto al nucleo centrale dell’Unione.
Occorre, insomma, un patto nazionale per la “Cittadinanza Aumentata”.
L’ultima chiamata
Il dato Eurostat è un monito severo: l’Italia è ferma ai box mentre il resto d’Europa ha già inserito la quinta.
Restare agli ultimi posti nell’adozione dell’IA non significa solo perdere una sfida tecnologica, ma condannare una generazione a un ruolo di subalternità nel mercato del lavoro globale.
È tempo di smettere di guardare l’intelligenza artificiale come un futuro lontano e iniziare a trattarla come il presente più urgente. La sfida è aperta, ma il tempo delle scuse è scaduto.








