La Papua Nuova Guinea chiude le porte a Taipei

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Guido Gargiulo
21/07/2026
Frontiere

Mercoledì 16 luglio, il ministro degli Esteri della Papua Nuova Guinea, Justin Tkatchenko, ha comunicato all’ambasciatore cinese a Port Moresby, Yang Xiaoguang, la decisione di chiudere l’ufficio di rappresentanza di Taiwan nel paese.

Il giorno dopo lo ha reso pubblico con un comunicato diffuso su Facebook: “La presenza fisica di ‘Chinese Taipei’ non sarà più riconosciuta né richiesta nella giurisdizione della Papua Nuova Guinea.”
Da notare: il comunicato usa deliberatamente “Chinese Taipei”, quindi Taipei Cinese — la formula imposta a Taiwan nelle competizioni sportive internazionali — invece del nome ufficiale dell’ufficio, il Taipei Economic and Cultural Representative Office. Un dettaglio lessicale che non è affatto casuale

Il governo di Port Moresby ha definito la mossa un’“azione amministrativa” per “riaffermare la politica di una sola Cina” della Papua Nuova Guinea. Il problema è tutto in quello che c’è dietro a questa mossa.

La reazione di Taiwan: protesta, ma nessuna resa


Il ministero degli Esteri di Taipei ha reagito rapidamente e su più livelli. Ha depositato una protesta formale, definendo la decisione unilaterale e presa senza alcuna consultazione preventiva.
Ha dichiarato di non accettarla, e ha annunciato che l’ufficio avrebbe continuato ad operare normalmente — cosa puntualmente confermata: venerdì, nonostante l’ordine di chiusura immediata, il numero di telefono dell’ufficio economico risultava ancora raggiungibile. Una forma di resistenza silenziosa, quasi simbolica, ma politicamente significativa.

Il ministro degli Esteri Lin Chia-lung ha reso noto che Taipei sta rivalutando la cooperazione bilaterale e gli scambi economici con la Papua Nuova Guinea, e che ha già informato i “partner che condividono gli stessi valori” — formula diplomatica che indica Stati Uniti, Australia, Giappone e i pochi alleati diplomatici rimasti a Taiwan — convocando una riunione per valutare contromisure a tutela degli interessi taiwanesi nel paese.

Ma la dichiarazione più netta è arrivata dalla vicepresidente Hsiao Bi-khim, che ha scelto parole dirette, quasi insolitamente crude per il linguaggio diplomatico: “La nostra situazione diplomatica è davvero estremamente difficile. La Cina ci sta reprimendo ovunque — reprimendo le nostre possibilità di sopravvivere e di espandere il nostro spazio internazionale.”
E ha aggiunto: “Per noi è una battuta d’arresto, ma continueremo a lottare — per le opportunità, sia per i nostri connazionali all’estero sia per continuare ad ampliare la cooperazione con la comunità internazionale.”

L’applauso del padrone


Dall’altra parte, la reazione cinese è arrivata con la velocità e la soddisfazione di chi aspettava proprio questa notizia. Il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, ha dichiarato in conferenza stampa che Pechino “loda vivamente la decisione”, aggiungendo che essa “dimostra ancora una volta che il rispetto del principio di una sola Cina è la direzione in cui va l’opinione pubblica internazionale e il corso della storia.”
Una frase costruita apposta per essere ripresa dai media statali cinesi come conferma di un trend globale, quando in realtà descrive la caduta di un singolo, piccolo ufficio in un paese di undici milioni di abitanti.

Perché la Papua Nuova Guinea, e perché ora


Qui la vicenda comincia a farsi più fitta e più inquietante.
La Papua Nuova Guinea non ha mai avuto relazioni diplomatiche formali e stabili con Taiwan — un brevissimo riconoscimento nel 1999 è durato pochi giorni — ma ospitava dal 2015 questo ufficio economico, uno dei pochissimi avamposti taiwanesi rimasti nel Pacifico insieme a quello delle Fiji.

Un anno fa, secondo diversi analisti, Port Moresby aveva già irritato Pechino firmando il cosiddetto Trattato “Pukpuk” con l’Australia, un accordo di difesa che rafforza l’ancoraggio strategico papuano a Canberra.
La chiusura dell’ufficio taiwanese arriverebbe, secondo questa lettura, come una moneta di scambio: un gesto distensivo verso Pechino per bilanciare l’irritazione causata dal riavvicinamento militare con l’Australia.

Oliver Nobetau, direttore del programma sulle Isole del Pacifico del Lowy Institute di Sydney, ha dichiarato che la stessa pressione internazionale che ha portato a questa decisione potrebbe, in teoria, essere utilizzata in senso opposto per provare a mantenere la presenza taiwanese nel paese. Fonti interne citate dal Taipei Times parlano inoltre di un governo papuano diviso sulla vicenda, non compatto come il comunicato ufficiale vorrebbe far credere.

Washington non usa mezzi termini


Ciò che rende questa storia più di una nota a margine della diplomazia del Pacifico è la reazione americana.
Il Dipartimento di Stato ha dichiarato di essere “profondamente preoccupato”, definendo Taiwan “un partner affidabile e democratico” le cui relazioni nel mondo portano “benefici significativi” ai paesi coinvolti, Papua Nuova Guinea compresa.
E ha usato una formula che raramente lascia spazio ad interpretazioni: “Questo è un ulteriore esempio della campagna di intimidazione di Pechino contro Taiwan e i suoi sostenitori in tutto il mondo, che mina le decisioni sovrane dei paesi che scelgono di collaborare con Taiwan e minaccia la pace e la prosperità internazionali.”

Anche la Nuova Zelanda ha preso posizione, dichiarando di essere al corrente della vicenda e di voler approfondire i dettagli della decisione.

Di questa storia, dunque, resta un punto di fondo. Una porta chiusa a Taipei, per quanto piccola nelle proporzioni internazionali, è una porta chiusa in meno per una democrazia di 23 milioni di persone che lotta ogni giorno per non scomparire dalla mappa diplomatica del mondo.
Notizie di questo tipo riguardano tutti noi, nel modo in cui, silenziosamente, la libertà di scegliere i propri partner viene eroso paese per paese, comunicato per comunicato, ufficio per ufficio.