Un Paese non conservatore, ma conservativo

Donatello D'Andrea
23/03/2026
Radici

Articolo scritto e pubblicato prima dei risultati referendari, l’analisi prescinde l’esito della consultazione del 22 e 23 marzo.


C’è un equivoco ricorrente nel modo in cui gli italiani raccontano sé stessi. Nel discorso pubblico è ormai quasi un luogo comune descrivere il Paese come arretrato, immobile, frenato da un presunto conservatorismo diffuso. Questa narrazione è particolarmente radicata negli ambienti politici e culturali che si definiscono progressisti, dove l’Italia viene spesso rappresentata come una società incapace di cambiare perché ostaggio di forze conservatrici.

Il problema è che, in questo racconto, il conservatorismo viene sempre attribuito agli altri: ai moderati, alle élite economiche, alla destra. Raramente chi utilizza questo linguaggio sembra accorgersi di una circostanza piuttosto evidente. Molto spesso sta parlando di sé stesso.

La dinamica che immobilizza il Paese non nasce soltanto da chi difende apertamente lo status quo. Nasce soprattutto da chi si presenta come promotore del cambiamento e finisce invece per esercitare la funzione opposta. È qui che emerge uno dei paradossi più interessanti della cultura politica italiana. L’Italia non è propriamente un Paese conservatore. È un Paese conservativo.

La distinzione è analitica. Il conservatorismo è una posizione ideologica consapevole; il conservativismo è un comportamento sociale diffuso. È la tendenza di una società a preservare gli equilibri esistenti anche quando li critica e quando dichiara di volerli superare. Il cambiamento diventa linguaggio pubblico, mentre la conservazione resta la pratica dominante.

Il dibattito sul referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo 2026 offre uno specchio particolarmente chiaro di questa dinamica. Ancora una volta una questione istituzionale complessa è stata rapidamente trasformata in uno scontro simbolico tra identità politiche contrapposte. E ancora una volta una parte significativa del campo progressista ha assunto la postura più difensiva nei confronti dell’assetto esistente.

È da qui che parte questa riflessione: dal tentativo di leggere il referendum sulla giustizia non come un episodio isolato della competizione politica, ma come il sintomo di un tratto più profondo della società italiana. Una società che ama raccontarsi come progressista, ma che nei momenti decisivi rivela una tendenza molto più forte alla conservazione che alla trasformazione. Una società, in altre parole, profondamente conservativa.

Il referendum sulla giustizia come sintomo

Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo 2026 rappresenta un caso esemplare per osservare il funzionamento di questa dinamica. Non tanto per il merito specifico della riforma, quanto per il modo in cui il dibattito pubblico si è sviluppato attorno ad essa.

Una parte significativa del campo politico e culturale che si definisce progressista ha reagito alla proposta di riforma con un richiamo quasi rituale alla difesa della Costituzione. La Carta è stata evocata come un corpo normativo intangibile, come un equilibrio istituzionale che non dovrebbe essere alterato o, quantomeno, non dovrebbe esserlo attraverso interventi considerati politicamente sospetti.

Questo argomento, tuttavia, rivela un’evidente contraddizione storica.

La Costituzione italiana non è mai stata un testo immobile. Al contrario, nel corso degli ultimi decenni è stata modificata più volte attraverso revisioni costituzionali che hanno inciso profondamente su alcuni dei suoi pilastri istituzionali. Basti pensare alla riforma del Titolo V nel 2001, alla revisione dell’articolo 81 sul pareggio di bilancio nel 2012, alla riduzione del numero dei parlamentari nel 2020, senza contare i numerosi tentativi di riforma costituzionale che hanno attraversato il dibattito politico italiano negli ultimi trent’anni.

La Costituzione è sempre stata, nella prassi politica italiana, un testo aperto alla revisione e al confronto politico. È precisamente per questo che i costituenti inserirono nell’ordinamento il meccanismo previsto dall’articolo 138, che consente di modificare la Carta attraverso un procedimento aggravato e, eventualmente, mediante conferma referendaria.

Il richiamo odierno alla difesa della Costituzione appare dunque meno come una posizione giuridica e più come una postura politica. Non si tratta tanto di stabilire se una riforma sia buona o cattiva nel merito, ma di costruire un argine simbolico attorno all’assetto esistente.

In questo senso il referendum sulla giustizia diventa un sintomo sociologico. Non perché determini da solo la direzione del sistema politico, ma perché rivela una tendenza più profonda della cultura pubblica italiana. Di fronte alla possibilità concreta di modificare assetti istituzionali consolidati, una parte significativa della società reagisce non proponendo un modello alternativo di trasformazione, ma difendendo l’equilibrio esistente.

È qui che emerge il tratto conservativo della cultura politica italiana.



Il progressismo conservativo

Il paradosso diventa ancora più evidente se si osserva la postura di quella parte della società che continua a definirsi progressista.

Il progressismo, almeno nella sua formulazione teorica, rappresenta storicamente una filosofia del cambiamento. Nella tradizione del pensiero politico moderno esso si fonda sull’idea che le istituzioni sociali e politiche possano essere migliorate attraverso riforme e trasformazioni progressive. È un orientamento che guarda al futuro, che considera il cambiamento non come una minaccia ma come una possibilità.

Nel contesto italiano contemporaneo, tuttavia, il progressismo sembra aver assunto una funzione molto diversa.

Una parte significativa della sinistra politica e culturale utilizza un linguaggio fortemente orientato al cambiamento, all’innovazione e al progresso sociale. Tuttavia, quando il cambiamento riguarda assetti istituzionali concreti o equilibri consolidati di potere, la postura diventa improvvisamente difensiva.

Il risultato è una forma peculiare di progressismo conservativo

Coloro che si presentano come promotori del cambiamento finiscono spesso per diventare i più energici difensori dello status quo. Non perché abbiano abbracciato una visione conservatrice della società, ma perché il loro progressismo tende a manifestarsi soprattutto sul piano retorico e simbolico, mentre sul terreno delle trasformazioni istituzionali concrete prevale una forte tendenza alla conservazione.

Questo fenomeno si manifesta chiaramente nel dibattito sulla giustizia. Molti degli argomenti utilizzati oggi per contrastare alcune riforme dell’ordinamento giudiziario sono stati sostenuti in passato proprio da ambienti progressisti. Il tema della separazione delle carriere, ad esempio, è stato a lungo discusso anche all’interno del campo del centrosinistra ed alcuni punti sono addirittura presenti nel programma politico del maggiore partito di opposizione.

Ciò che cambia non è il contenuto della riforma, ma il contesto politico in cui essa viene proposta.

Il progressismo italiano tende così a definire sé stesso più per opposizione che attraverso un progetto strutturato di trasformazione istituzionale. Il cambiamento viene invocato nel linguaggio politico, ma quando assume una forma concreta e istituzionale diventa improvvisamente sospetto.

È in questo scarto tra retorica del progresso e pratica della conservazione che si manifesta uno dei tratti più tipici della società italiana contemporanea. Un tratto che non riguarda soltanto la politica, ma che attraversa l’intero spazio pubblico e culturale del Paese.

Il gattopardismo

Il tratto conservativo della cultura italiana non si esaurisce nella sfera politica. Affonda le radici in una dinamica più profonda che attraversa l’intera società e che è stata sintetizzata in una delle formule più celebri della letteratura italiana. Nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il principe di Salina pronuncia una frase destinata a diventare una vera chiave interpretativa della storia italiana: “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.”

Il gattopardismo non è soltanto trasformismo politico. È una logica sociale che descrive molto bene un tratto ricorrente del comportamento collettivo di una parte significativa della società italiana. In questo senso, più che parlare di gattopardismo come fenomeno astratto, si potrebbe dire che una parte degli italiani si comporta da gattopardi: capace di incorporare il linguaggio del cambiamento senza modificare davvero gli equilibri esistenti.

Il cambiamento diventa così uno strumento di adattamento del sistema, non una sua trasformazione. Le parole si rinnovano, i discorsi si aggiornano, i simboli cambiano. Le strutture profonde, invece, restano sostanzialmente immutate.

Questo schema attraversa molti ambiti della vita pubblica italiana. Si manifesta nelle istituzioni amministrative, nelle professioni organizzate, nei sistemi di potere locali, nelle corporazioni e nei media. La critica allo status quo diventa quasi rituale nel discorso pubblico, mentre la difesa concreta degli equilibri esistenti si esprime nei comportamenti e nelle decisioni.

In questo quadro il ruolo degli intellettuali assume una particolare rilevanza

Storicamente, la figura dell’intellettuale è stata associata alla funzione critica e alla capacità di mettere in discussione l’ordine esistente. In molti contesti europei gli intellettuali hanno rappresentato uno dei motori del cambiamento culturale e politico.

Nel contesto italiano contemporaneo, invece, una parte significativa dell’élite culturale sembra aver progressivamente assunto una funzione diversa. Più che promuovere trasformazioni profonde delle istituzioni, gli intellettuali partecipano spesso alla legittimazione simbolica dello status quo.

Il meccanismo è sottile. Il linguaggio resta quello del progresso, della critica e dell’innovazione. Tuttavia, quando il cambiamento riguarda assetti istituzionali concreti o equilibri consolidati, la postura diventa rapidamente difensiva. Le riforme vengono interpretate come minacce, gli interventi strutturali come azzardi, le trasformazioni come rischi per l’equilibrio democratico.

Il risultato è una dinamica peculiare della società italiana contemporanea. Il linguaggio pubblico resta fortemente orientato al progresso, mentre i comportamenti collettivi rivelano una persistente tendenza alla conservazione. Il cambiamento continua a essere evocato come valore simbolico, ma nella pratica diventa qualcosa da gestire, contenere o rinviare.

È proprio in questa tensione tra retorica del cambiamento e pratica della conservazione che si manifesta il tratto più tipicamente gattopardesco di una parte della società italiana. Non una resistenza esplicita al cambiamento, ma una capacità diffusa di incorporarlo senza trasformare davvero il sistema. In questo senso il gattopardismo non è soltanto una metafora letteraria, ma una lente utile per comprendere alcuni comportamenti ricorrenti della cultura pubblica italiana.