Padiglione Putin, l’operazione culturale speciale della Russia alla Biennale di Venezia
Della provocazione “libertaria” del Padiglione Putin alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia l’aspetto più significativo è anche quello più grottesco, cioè il tentativo di giustificarne la burocratica normalità.
Non c’è stato – ha fatto sapere l’entourage del Presidente Buttafuoco – alcun invito personalizzato al Cremlino. Le regole della Biennale prevedono che i ventinove Paesi che dispongono, come la Russia, di un padiglione nazionale stabile all’interno dei Giardini della Biennale abbiano un diritto acquisito di partecipazione all’Esposizione. Dunque, che problema c’è?
Ovviamente ad aprire le porte a Putin, oltre all’insuperabile protocollo regolamentare, è stata l’ispiratissima e altrettanto implacabile difesa della libertà dell’arte e degli artisti, russi e di ogni dove e tutte le altre bellurie del Paolo Nori collettivo, che da quattro anni spiega come sbarrare il passo alla guerra ibrida del Cremlino significhi oltraggiare Tolstoj e Dostoevskij e fare colpevolmente a Putin ciò che accusiamo Putin (chissà se a torto o ragione, poi…) di volere fare a noi. Gli azzeccagarbugli del free speech moscovita hanno metodo e costanza, ma non fantasia.
In questa occasione, peraltro, l’Italia ha scoperto che l’amichettismo non è una prerogativa esclusiva della sinistra e dei suoi apparati mediatico-culturali, visto che a sostegno di Buttafuoco è sceso in campo un ampio schieramento trasversale di grandi firme, più interessate all’autonomia della cultura dalla politica e della Biennale dal Governo che all’incresciosa circostanza di una vetrina veneziana gentilmente offerta ai professionisti del soft power russo: professionisti che, come accade in tutti i sistemi mafiosi, hanno parentele importanti ai vertici della Federazione.
La formale contrarietà dell’esecutivo e del Ministro Giuli alla scelta della Biennale non è bastata alla Commissione Ue e a ventidue ministri della cultura europei.
La prima ha richiamato le istituzioni nazionali “ad agire in conformità con le sanzioni dell’UE ed evitare di dare spazio a individui che hanno attivamente sostenuto o giustificato l’aggressione del Cremlino contro l’Ucraina” e ha minacciato l’interruzione dei finanziamenti europei alla Biennale.
Il grottesco della normalità
I secondi hanno denunciato come la partecipazione russa “proietti un’immagine di legittimazione e accettazione internazionale” di una guerra di aggressione che “ha provocato distruzione diffusa non solo contro il popolo ucraino, ma anche contro la sua vita culturale e il suo patrimonio, inclusi musei, siti storici e monumenti”.
Ad aggiungere grottesco al grottesco c’ha pensato ancora Buttafuoco che, in uno sforzo di pluralismo dadaista, ha assicurato di volere lasciare spazio anche al dissenso russo, con un cantiere dedicato a Pavel Florenskij, filosofo e sacerdote ucciso dal KGB nel 1937 e da anni annesso da Putin nel suo Pantheon di campioni della spiritualità nazionale russa. Come ha scritto Nona Mikhelidze su X, “In questo modo, Buttafuoco finisce per realizzare di fatto due padiglioni favorevoli al regime: uno ufficiale, organizzato dai rappresentanti della cultura sotto il controllo del potere, e l’altro – il cantiere che lui immagina come spazio di dissenso – che in realtà risulta perfettamente integrato nella stessa narrazione ideologica promossa da Putin. Il problema dell’Occidente, e degli italiani in particolare, nel parlare della Russia, è spesso questo: una conoscenza superficiale della cultura che dicono di amare e di voler difendere dalla censura”.
Il padiglione della Biennale – diciamolo – non ospiterà la cultura russa, ma una delegazione di artisti selezionati dal Cremlino per dire e fare ciò che il Cremlino vuole che si dica e si faccia, a maggior gloria della Russia putiniana. Buttafuoco, che di Putin aveva pochi anni fa una stima che strabordava nel trasporto, gli apparecchia pubblico e palcoscenico per un’operazione culturale speciale in Laguna.
Il Governo tra ambiguità e recita
Nella divisione del lavoro tra pro-russi (tanti), anti-russi (pochissimi) e agnostici (i più), il Governo come al solito si barcamena, per recitare tutte le possibili parti in commedia e non lasciare sguarnita alcuna posizione. Buttafuoco fa il poliziotto buono (o cattivo?) e Giuli il poliziotto cattivo (o buono?). Insomma, il solito governo Meloni: con l’Ucraina, ma anche no; contro Putin, ma anche no.








