Pacifisti a sei zampe: la proposta di Descalzi sul gas russo mette la guerra tra parentesi

Carmelo Palma
16/04/2026
Interessi

Le forniture di gas russo ai Paesi Ue, che cesseranno nel 2027, non sono affatto insostituibili, e l’Italia le ha già interamente sostituite. Invece, il ritorno allo status quo ante nei rapporti con Putin rimane la tentazione fatale della politica nazionale.

Quando domenica scorsa l’appena riconfermato AD di Eni, Claudio Descalzi, è andato alla scuola di formazione della Lega, cioè, grosso modo, al ritiro spirituale dei giovani picciotti putiniani della destra (senza nulla togliere alle più laiche e colorate Woodstock putiniane dell’opposizione giallo-rosso-verde tendenza Giuseppi), c’era da aspettarsi che indossasse anch’egli la sua metaforica coppola d’ordinanza, se non altro per dovere di ospitalità. E c’era da aspettarsi che dicesse che senza gas russo l’economia italiana ed europea è spacciata. E puntualmente l’ha fatto.

Questo è, stando a fonti giornalistiche, il succo dell’intervento di Descalzi: “Io penso che sia necessario sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di GNL (gas naturale liquefatto, n.d.r.) che vengono dalla Russia… Chi va a produrre questi 20 miliardi di metri cubi dalla Russia?… In una situazione di questo tipo, vogliamo dire a Bruxelles ‘tergiversiamo sui 20 miliardi di metri cubi dalla Russia’? Sospendiamo un attimo di darci martellate in testa? Riprendiamo dopo, quando abbiamo l’elmetto! Però per il momento, non continuiamo a farci buchi in testa. Però l’Europa dice ‘no, tanto la testa è vostra’”.

Un compendio esemplare di vittimismo recriminatorio anti-europeo. Senza il gas russo moriamo, ma è l’Ue, non la Russia, che ci fa morire prendendoci a martellate in testa, insensibile ai nostri bisogni e allo strazio di una società indifesa – senza l’elmetto – davanti alla protervia di Bruxelles. 

Anche prescindendo dal fatto che a prendere l’esecrata decisione dello sganciamento dal gas russo non è stata Bruxelles e che l’Italia del Governo Meloni – l’azionista di Descalzi – ha appoggiato, come quasi tutti gli Stati membri, la scelta di emancipare rapidamente la società e l’economia del continente da un regime criminale dentro e fuori dai suoi confini, vale la pena di capire se l’allarme del capo indiscusso del cane a sei zampe abbia almeno un fondamento di realtà, cioè se davvero creperemo tutti di freddo e di fame, nel caso in cui l’incombente divieto non sia revocato e non si torni tutti a essere una riconoscente colonia energetica di Mosca.

La percentuale di gas russo importato via gasdotto dall’Ue è scesa dal 40% circa nel 2021 al 6% circa nel 2025. Considerando anche il GNL, nel 2025 le forniture russe sono state pari al 12,5% delle importazioni totali di gas dell’Ue, pari a 36 miliardi di metri cubi. In Italia, nel 2025, i consumi di gas sono stati pari a 63,2 miliardi di metri cubi; le importazioni di GNL hanno raggiunto circa 20,9 miliardi di metri cubi, cioè un terzo dei consumi nazionali, e per il 90% la loro provenienza è stata da Usa, Qatar e Algeria.

L’Italia non ha nessun problema con il bando europeo al gas russo, semplicemente perché di fatto non consuma più gas russo. Il che non significa che non abbia problemi di approvvigionamento di gas – rispetto ai quali bisognerebbe partire dal rilancio della produzione nazionale, bloccata da ragioni né tecniche, né economiche, bensì politiche – o di autonomia energetica. In questo caso, la principale soluzione strutturale è costituita dal riavvio del programma nucleare nazionale, che ha bisogno di più di un decennio per iniziare a produrre energia continua, abbondante ed economica. La maggioranza però continua a chiacchierare sul punto senza decidere alcunché, rendendo sempre più aleatoria l’opzione più decisiva per affrancarsi dai rischi politici dei mercati dell’energia.

Inoltre, le ormai ridotte forniture russe al sistema energetico europeo – i 20 miliardi di metri cubi di cui parla Descalzi – soddisfavano nel 2025 il 6% dei consumi europei di gas e dunque non rappresentano neppure una parziale soluzione dell’emergenza innescata dalla guerra all’Iran e dal blocco di Hormuz, a meno che non si ragioni su quantità del tutto diverse da quelle attualmente importate nell’Ue e simili a quelle precedenti il 24 febbraio 2022. È quello che dicono gli ospiti leghisti di Descalzi e i pentastellati di Giuseppe Conte: riprendiamo a comprare gas russo, di cui peraltro si continua a equivocare sia la convenienza economica, sia l’inoffensività politica.

La tesi secondo cui il bando degli idrocarburi russi sarebbe un’operazione autolesionistica viene diffusa dal 2022 da chi ritiene che la guerra di Putin all’Ucraina, pur suscitando qualche scrupolo morale, non costituisca un vero problema e che, realisticamente, un ritorno allo status quo ante della dipendenza energetica da Mosca, anche al costo del sacrificio dell’Ucraina e degli ucraini, rappresenti la migliore garanzia dei nostri interessi. E che ciò non tornerebbe a essere – anche perché costoro pensano che non lo sia mai stato – un cappio al collo dell’Europa e degli europei.

Ora che anche Descalzi, partendo dai 20 miliardi di metri cubi di GNL, invita a ragionare con la Russia mettendo le sue guerre tra parentesi, viene da rimpiangere quando all’Eni si faceva (e si imponeva) una politica estera di ben diversa lungimiranza e ambizione di autonomia. Il gas russo non è una variabile indipendente delle guerre di Mosca e non ne costituisce solo il carburante finanziario. È stato e rimane esso stesso uno strumento di guerra.