La pace “giusta e duratura” del governo Penelope
“Una pace giusta e duratura per Kyiv.” È la formula che il governo italiano ripete da mesi, in linea con la posizione ufficiale dell’Unione europea e della NATO: nessuna resa imposta, nessuna soluzione che premi l’aggressione russa, ma un accordo che garantisca sovranità, sicurezza e stabilità all’Ucraina.
Parole nette. Condivisibili. Necessarie.
Ma la politica estera non vive di enunciati: vive di coerenza. E qui si apre una frattura che merita di essere analizzata.
Il ministro degli Esteri italiano siede, seppure da “osservatore”, in un organismo denominato “Board of Peace”, un consesso che vede tra i suoi protagonisti anche Viktor Orbán e nel quale Trump – che vive la pace in Ucraina più come un fastidioso disturbo nelle sue affinità elettive con il Cremlino piuttosto che come un obiettivo da raggiungere – ha espressamente invitato Putin e Lukashenko (poi si chiede perché il Vaticano abbia rispedito al mittente l’invito a partecipare a una simile baracconata). Eppure oggi, in occasioni pubbliche, simboli e messaggi – dal cappellino “MAGA” esibito con disinvoltura fino alle foto di rito – restituiscono l’immagine di una familiarità politica che stride con la narrativa ufficiale sulla difesa dell’Ucraina. Parallelamente, la Presidente del Consiglio finisce negli spot elettorali di Orbán.
È legittimo, in democrazia, avere alleanze e affinità ideologiche. Ma quando si parla di guerra nel cuore dell’Europa e di difesa dei confini orientali dell’Unione, la questione non è simbolica: è strategica.
La vicinanza scomoda con Orban
Orbán è oggi, nei fatti, una spina nel fianco non solo dell’Unione europea, ma di tutta l’Europa, e non solo sul dossier ucraino. Ha rallentato o ostacolato pacchetti di aiuti, messo in discussione sanzioni, aperto canali privilegiati con Mosca, assumendo una postura prima ambigua e oggi spavaldamente ostruzionistica, palesemente schierata sul Cremlino e, forte del sostegno di Trump, ostile all’Europa. In più di un’occasione, Budapest è stata percepita come l’anello debole del fronte europeo, quello più incline a forzare l’unità interna nel momento in cui l’unità sarebbe decisiva.
In questo contesto, la domanda non è polemica ma politica: quanto è credibile un governo che parla di “pace giusta e duratura” per Kyiv mentre intrattiene rapporti privilegiati con il leader europeo più critico – se non ostile – rispetto alla strategia di sostegno all’Ucraina?
Perché una pace giusta, nel lessico diplomatico, significa una pace che non legittimi l’invasione, che non congeli l’occupazione come fatto compiuto, che non apra la strada a nuove destabilizzazioni. Una pace duratura significa che la sicurezza dell’Ucraina – e dunque dell’Europa – sia garantita da un equilibrio solido, non da un compromesso fragile imposto dalla stanchezza occidentale.
Se però, sul piano politico, si legittima chi sistematicamente mina il fronte comune europeo, il messaggio che arriva fuori dai confini dell’UE è ambiguo. A Kyiv, come a Mosca.
La credibilità internazionale non si misura solo nei voti in Consiglio europeo o nei comunicati ufficiali. Si misura anche nelle immagini, nelle alleanze, nelle piattaforme condivise. Sedersi in un “Board of Peace” insieme a chi ha più volte frenato il sostegno a Kyiv rischia di trasmettere l’idea di una doppia postura: atlantista a Bruxelles, indulgente altrove.
C’è poi un ulteriore livello. Orbán non rappresenta solo una linea alternativa sulla guerra: incarna una visione dell’Europa che sfida apertamente lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la libertà dei media. Una visione che, sul piano interno ungherese, ha prodotto tensioni costanti con le istituzioni europee. Sostenere politicamente quella leadership – anche solo sul piano simbolico – mentre si rivendica la difesa del “mondo libero” contro l’aggressione russa, crea una frizione evidente.
Difendere l’Ucraina significa difendere un principio: che i confini non si cambiano con i carri armati. Ma significa anche difendere un modello politico fondato su pluralismo, regole comuni, cooperazione multilaterale. Non si può invocare il primo e relativizzare il secondo.
Ed è qui che emerge l’immagine di un esecutivo che rischia di apparire come un “governo Penelope”
Di giorno tesse la tela dei “volenterosi”, degli amici di Kyiv, dello standing europeista, delle foto di famiglia nei vertici che contano. Di notte, però, quella tela sembra disfarsi: tra endorsement a Orbán, estrema indulgenza verso il fronte trumpiano, sintonie con quell’arcipelago politico che guarda con sospetto – quando non con ostilità – al progetto europeo.
Non è una questione di retorica, ma di percezione strategica. In una fase storica in cui l’Europa è chiamata a ridefinire il proprio ruolo geopolitico, le ambiguità pesano. Ogni oscillazione viene letta, analizzata, capitalizzata. Mosca osserva le crepe nel fronte europeo; Washington misura l’affidabilità degli alleati; Kyiv valuta chi è davvero disposto a sostenerla fino in fondo.
Naturalmente, la diplomazia è fatta anche di interlocuzioni difficili
Nessuno chiede rotture teatrali o scomuniche permanenti. Ma esiste una differenza tra dialogare e legittimare, tra mantenere canali aperti e costruire sponde politiche.
Se l’Italia vuole essere – come rivendica – un attore centrale nel processo che porterà, un giorno, a una pace per Kyiv, deve dimostrare che la sua linea è coerente e lineare. Che non c’è una politica estera “per i partner” e una “per la famiglia politica”. Che le parole spese in difesa dell’Ucraina non vengono annacquate da ambiguità strategiche.
Perché la pace giusta e duratura non è uno slogan
È un obiettivo che richiede credibilità, chiarezza e una collocazione senza zone grigie. In un’Europa attraversata dalla guerra, non basta tessere la tela al mattino se la si disfa al calare della sera. Anche le compagnie che si scelgono raccontano, con più forza di qualsiasi dichiarazione, da che parte si sta.









