Oro sommerso: arriva la “tassa di salvataggio” al 12,5%
In Manovra arriva la “Pace Fiscale” sull’Oro non tracciato, previsto gettito da 2 Miliardi. Nel frattempo, la politica vuole chiarire a chi appartiene l’Oro di Bankitalia (se la BCE lo permette).
Il metallo giallo, da sempre barometro di incertezza e fastidioso sinonimo di sicurezza, sta vivendo uno dei suoi momenti più fulgidi. Mentre i mercati globali sembrano destinati al caos, l’oro continua a correre indisturbato. E questo, naturalmente, non è sfuggito all’occhio attento del Governo, preoccupato che i cittadini possano godersi il lusso di possedere un bene non tassato. L’oro è ora al centro di una doppia manovra politica: una per prelevare dal tesoro privato, l’altra per rivendicare quello pubblico.
La corsa dell’Oro: perché il prezzo non si ferma
L’andamento dell’oro è stato caratterizzato da una forte dinamica rialzista, che nel 2025 ha dell’incredibile.
Record storici su base annuale
Il metallo giallo non si è limitato a confermare il suo ruolo di rifugio, ma è volato su livelli mai visti. In questi mesi, le quotazioni hanno superato la barriera dei 4.000 dollari l’oncia, toccando addirittura picchi sopra i $4.380 e registrando un rialzo che, ad oggi, è di quasi il 50% dall’inizio dell’anno. La corsa è alimentata da un mix esplosivo di fattori:
- Geopolitica e crisi: ogni segnale di instabilità globale spinge gli investitori a liquidare gli asset più rischiosi a favore del metallo prezioso.
- Copertura inflazionistica: l’oro mantiene il suo valore come difesa nel lungo termine contro l’erosione del potere d’acquisto della valuta fiat.
Il Doping delle Banche centrali (grazie, Cina)
Il vero catalizzatore di questa impennata è però l’azione delle Banche Centrali, che stanno acquistando oro a ritmi senza precedenti, con l’obiettivo (politicamente neutro, si capisce) di diversificare le riserve e ridurre la dipendenza dal dollaro USA.
Il World Gold Council ha rilevato che, negli ultimi anni, gli acquisti istituzionali hanno superato le 1.000 tonnellate annue, raddoppiando la media del decennio precedente. In questo contesto, la Cina è il capofila indiscusso: la People’s Bank of China (PBOC) ha accumulato oro per l’ottavo mese consecutivo nel corso del 2025, acquistando in pochi mesi oltre 1 milione di once. Il mercato sta prezzando, in sostanza, la sfiducia istituzionale globale.
Gli analisti concordano: finché persisterà l’incertezza sul fronte internazionale e macroeconomico, l’oro è destinato a mantenere elevato il suo appeal come diversificazione di portafoglio.
Il piano “Diabolik”: la “generosa” rivalutazione per il bene comune
Il Governo, evidentemente preoccupato che i cittadini possano godersi il lusso di possedere un bene non tassato annualmente, ha partorito una soluzione elegante per la Manovra 2026: la procedura di rivalutazione agevolata per l’oro da investimento.
Il problema (per il fisco, ovviamente)
La normativa attuale (D.Lgs. n. 7/2000) stabilisce che se vendi il tuo lingotto e, orrore, non trovi la ricevuta di quando l’ha comprato tuo nonno nel 1960, il Fisco applica subito il 26% sull’intero ricavato. Una punizione esemplare per la scarsa organizzazione archivistica.
La soluzione (un regalo inatteso)
Ecco allora che arriva l’offerta, presentata quasi come un gesto di carità per risolvere il tuo imbarazzante problema di ricchezza non documentata.
L’ipotesi in discussione mira a sanare questa situazione offrendo una “pace fiscale” temporanea per l’oro non documentato. Chi aderirà pagherà una comoda imposta sostitutiva del 12,5% sul valore rivalutato, anziché rischiare il salasso del 26% sull’intero ricavato futuro. Con questa operazione, il cittadino “affrancherà” il proprio oro, e le successive vendite saranno finalmente tassate solo sul guadagno effettivo.
L’obiettivo dichiarato è lodevole: far emergere l’oro “parcheggiato” e trasformarlo in un gettito atteso tra 1,67 e 2,08 miliardi di euro. Questi numeri si basano su una stima prudenziale di adesione del 10% del patrimonio aureo non tracciato. Insomma, si chiede al cittadino di condividere una piccola parte dei suoi risparmi per contribuire a salvare (un pezzetto) dello Stato. La mossa è cinica quanto “geniale”: punta direttamente all’enorme patrimonio d’oro non tracciato che gli italiani, con la loro atavica diffidenza verso le banche, hanno sapientemente accumulato. In questo caso , però, concedeteci qualche dubbio sui numeri attesi memori dell’enorme flop della “tassa sugli extraprofitti” edizione 2023
Sovranismo aureo e dove trovarlo
Mentre si svuotano le tasche dei privati, l’altro grande duello riguarda le riserve auree nazionali, gestite dalla Banca d’Italia.
Il Senatore Lucio Malan ha lanciato la sua “crociata” con un emendamento che chiede di stabilire per legge: “Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del Popolo Italiano.”
La proposta del Senatore Lucio Malan di stabilire per legge che l’oro appartiene allo Stato non è affatto una novità, ma la continuazione di una linea politica che dura da anni.

La battaglia decennale di Meloni
La rivendicazione della sovranità sull’oro di Bankitalia è, infatti, un evergreen politico della destra italiana. La stessa Giorgia Meloni ha più volte ribadito questo concetto, sin dal 2014, quando dichiarava che l’oro era “proprietà del popolo italiano e non dei banchieri”, chiedendo che fosse messo nero su bianco.
- Il precedente populista: Già nel 2019 , la maggioranza Lega-M5S aveva presentato mozioni (prima firma Claudio Borghi) per definire la proprietà dell’oro e, nelle intenzioni più estreme, utilizzarlo per dare ossigeno ai conti pubblici. La logica populista è sempre la stessa: l’oro è del popolo, e il Governo (rappresentante del popolo) deve poterne disporre.
L’Italia detiene circa 2.452 tonnellate di oro, la quarta riserva più grande al mondo. Sebbene l’affermazione di proprietà dello Stato sia un’importante presa di posizione politica e giuridica, va ricordato un dettaglio non marginale: l’Italia è parte dell’Eurozona.
Infatti il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) attribuisce la competenza sulla gestione delle riserve ufficiali in valuta estera dei Paesi membri, inclusa la gestione dell’oro, alla Banca Centrale Europea (BCE).
In pratica, anche se il Parlamento dichiarasse l’oro di proprietà dello Stato, qualsiasi vendita o spostamento rilevante dovrebbe prima ottenere il via libera di Francoforte, rendendo la rivendicazione di sovranità un dibattito più politico e di principio che di immediata operatività. Non è tutto oro quello che luccica, neanche a Bankitalia.









