L’ora della scelta: l’Europa e la scommessa per la democrazia in Iran
La Repubblica Islamica dell’Iran si presenta oramai come un sistema in fase di rigetto sistemico, dove la frattura tra l’élite dirigente e la società civile non è più politica ma ontologica. Da un lato, una gerarchia teocratica arroccata nella difesa di una visione del mondo anacronistica; dall’altro, una nazione giovane, iper-connessa e culturalmente secolarizzata che ha ormai reciso ogni cordone ombelicale con il potere centrale.
L’irreversibile crisi del sistema di potere degli ayatollah
Questo scollamento si manifesta in una crisi di legittimità senza precedenti: le istituzioni non sono più percepite come organi di governo, ma come apparati di occupazione. Le fondamenta della teocrazia, un tempo considerate monolitiche, si stanno sbriciolando non solo sotto la spinta delle piazze, ma a causa di una diserzione silenziosa che ha svuotato di significato ogni rito di consenso del regime. Questa frattura, esplosa a fine 2025 e trasformatasi in insurrezione generalizzata nelle prime settimane del 2026, ha reso il distacco irreversibile.
Non si è trattato di proteste circoscritte, ma di una rivolta capillare che ha infiammato ogni provincia, che ha costretto il regime a una repressione di inaudita violenza per mantenere il controllo dei centri nevralgici. Il bagno di sangue ha però innescato un paradosso strategico nei corridoi del potere: se l’intervento brutale dei Pasdaran e dei Basij ha stroncato fisicamente la piazza, ha contemporaneamente convinto una parte dell’élite politica e militare che l’ossatura clericale sia ormai un ostacolo alla sopravvivenza del sistema.
In questa visione, la teocrazia non è più lo scudo del regime, ma il suo principale fattore di rischio
La prova che la pura forza bruta, da sola, non può arrestare il declino biologico di un potere che ha perso ogni funzione sociale. È in questo clima che i vertici della Repubblica Islamica hanno iniziato a elaborare una strategia di sopravvivenza non convenzionale. Nel chiuso delle stanze del potere, il fallimento della deterrenza esterna e l’ostilità della popolazione interna hanno spinto il sistema a cercare un’ancora di salvezza diplomatica, dando vita a quella metamorfosi gattopardesca che oggi minaccia di ingannare le cancellerie occidentali: un tentativo estremo dell’élite di cambiare le forme estetiche del comando per preservarne intatta la sostanza militare ed economica.
In questo scenario, la postura della Casa Bianca aggiunge uno strato di pericolosa incertezza; l’amministrazione Trump alterna l’ammassamento di truppe nel Golfo a messaggi di dialogo, oscillando tra la minaccia del colpo finale e l’offerta di una grande trattativa. In questa ondivaghezza, le potenze regionali osservano con terrore lo spettro di un conflitto su vasta scala che farebbe saltare i già precari equilibri mediorientali. Per Ankara il collasso iraniano significherebbe ondate ingestibili di profughi verso nord; per le monarchie del Golfo e i mercati globali il rischio è la chiusura dello Stretto di Hormuz e il conseguente soffocamento delle rotte energetiche. È proprio in questo clima di fibrillazione, dopo anni di tentennamenti e ambiguità diplomatiche, che l’Unione Europea ha rotto gli indugi con una decisione di portata storica: la designazione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) come organizzazione terroristica.
L’Occidente si trova oggi davanti a un bivio che non ammette neutralità
Da un lato, la fermezza giuridica di Bruxelles; dall’altro, l’ondivaga condotta americana, sospesa tra minacce belliche e la tentazione di un dialogo transazionale con Ali Larijani. È un confronto tra due visioni opposte: una strada punta alla rinascita di un Iran sovrano e reintegrato nella legalità; l’altra rischia di avallare una transizione sequestrata dall’apparato militare, garantendo la sopravvivenza del sistema sotto nuove spoglie mimetizzate.

Per comprendere la gravità di questo bivio occorre ripercorrere quanto accaduto nella regione dal 7 ottobre 2023
Teheran, agendo da “puparo” del caos, ha cercato di annientare Israele scatenando un conflitto regionale generalizzato, coordinando l’intera rete dell’Asse della Resistenza in un’aggressione multidirezionale. Tuttavia, quella che doveva essere la mossa finale si è risolta in un’overdose strategica. Uscendo dall’ombra con gli attacchi diretti del 2024 e il fallimentare scontro frontale del giugno 2025, il regime ha esposto la propria vulnerabilità tecnologica e ha offerto agli Stati Uniti il casus belli per neutralizzare i siti nucleari di Fordow e Natanz. Con i proxy decimati e l’ambizione atomica azzerata, il sistema si è ritrovato militarmente nudo e strategicamente umiliato. È proprio questo crollo del prestigio esterno ad aver innescato l’implosione interna: le rivolte di fine 2025 hanno definitivamente svuotato di legittimità la teocrazia, lasciando il potere sospeso in un vuoto che Ali Larijani, recentemente insediatosi come Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, cerca oggi disperatamente di riempire.
La sua figura è l’incarnazione perfetta di quel gattopardismo di ritorno necessario alla sopravvivenza del sistema. Larijani non è un estraneo agli apparati, ma un figlio del regime dalla biografia emblematica: ex comandante dei Pasdaran, già guida della tv di Stato negli anni della censura più feroce e membro di una dinastia familiare che ha occupato contemporaneamente il potere legislativo e giudiziario. Intellettuale raffinato, esperto di filosofia occidentale e pragmatico negoziatore del dossier nucleare, Larijani possiede la sofisticatezza necessaria per offrire alle cancellerie occidentali ciò che esse disperatamente cercano: un interlocutore presentabile. Tuttavia, dietro la sua maschera di “conservatore moderato”, si cela l’obiettivo di proteggere gli asset economici della Guida Suprema e l’immunità dei vertici militari sotto una vernice pseudo-riformista.
Le indiscrezioni su un asse Washington-Larijani sanno di una retorica del male minore già fallita
Accettare questo compromesso con la “faccia buona” della repressione significherebbe convalidare un sistema che usa il dialogo come diversivo tattico. Larijani non è la soluzione, ma lo scudo eretto per preservare l’impunità dei vertici e impedire che il collasso del regime diventi la liberazione del popolo. In questo crocevia della storia, la designazione dell’IRGC come organizzazione terroristica è il cordone sanitario che Bruxelles ha steso per proteggere l’integrità internazionale dal realismo cinico, creando il presupposto per una nuova architettura di sicurezza regionale, ispirata al modello OSCE, capace di replicare nel Golfo quel dialogo tra blocchi contrapposti che garantì la stabilità nell’Europa della Guerra Fredda.
Questa strategia dovrebbe poggiare innanzitutto su una trasparenza politico-militare totale, mossa indispensabile per eliminare il fattore sorpresa delle milizie e offrire garanzie collettive ai vicini del Golfo. A questo rigore occorre affiancare l’adozione degli standard GAFI come grimaldello per smantellare il meccanismo di parassitismo russo, che utilizza i canali iraniani per aggirare le sanzioni e alimentare la guerra in Ucraina. Infine, la dimensione umana deve diventare il pilastro della stabilità, sottraendo i diritti fondamentali alla retorica della questione interna dietro cui il regime iraniano ha sempre nascosto i propri crimini.
La posizione dell’UE: tutela dei diritti umani, non resa alla cosmesi politica
È questa la terza via che Bruxelles ha ora il dovere di percorrere: un rifiuto tanto della guerra quanto della capitolazione morale davanti al mimetismo di Larijani. L’audacia politica europea deve anche trovare il suo sbocco naturale nel cuore del multilateralismo. I paesi membri dell’UE attualmente membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – guidati dalla fermezza della Francia – devono forzare la mano e chiedere il deferimento dell’Iran alla Corte Penale Internazionale per i crimini contro l’umanità commessi durante la repressione di gennaio 2026. È certo che Mosca, per proteggere il suo partner strategico, opporrà il proprio veto. Ma è qui che entra in gioco quella “Veto Initiative” (Risoluzione 76/262) che obbliga chiunque blocchi una risoluzione del Consiglio di Sicurezza a comparire davanti ai 193 Paesi dell’Assemblea Generale.
La Russia non potrà limitarsi a un no nell’ombra; sarà costretta a salire sul podio e giustificare, davanti alla comunità internazionale, perché ha scelto di proteggere un regime che massacra il proprio popolo. Questa umiliazione diplomatica è lo strumento per smascherare i complici del sistema iraniano e isolarli moralmente su scala globale.
Contestualmente, la presenza europea sul campo deve cambiare pelle
Le nostre ambasciate a Teheran non possono più restare uffici passivi o meri osservatori della cronaca. Devono trasformarsi in avamposti di testimonianza: porti aperti per i dissidenti, scudi per i difensori dei diritti umani e hub tecnologici pronti a fornire i mezzi necessari per bucare i blackout digitali imposti dal regime. Dare alla società civile iraniana la capacità di documentare e comunicare la realtà è l’unico modo per rompere definitivamente il monopolio del potere. È tempo di smettere di negoziare con un passato che si sgretola e di scommettere, con coraggio e senza i soliti doppiogiochismi, sulla sovranità e sulla libertà del popolo iraniano.
In ultima istanza, nessuna architettura diplomatica potrà sortire l’effetto sperato se non verrà riconosciuto il ruolo centrale delle forze democratiche endogene.
La speranza di un Iran diverso non risiede nei rimpasti di facciata, ma nella capacità dell’Occidente di smettere di guardare alla società civile iraniana come a una vittima e iniziare a trattarla come l’unico interlocutore sovrano. La vera transizione passa per il sostegno diretto ai sindacati indipendenti, alle reti della dissidenza studentesca e ai movimenti femminili che già oggi amministrano, de facto, la resistenza sul territorio. Sostenere queste strutture di base non è solo un dovere morale, ma l’unico investimento strategico razionale per impedire che il vuoto lasciato dal regime venga riempito dal caos o da nuovi autoritarismi. È su questa nuova classe dirigente laica e democratica che l’Europa deve scommettere.
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