Omicidio Kirk. Sulla responsabilità collettiva dell’orrore

Kirk
Alessandro Verdoliva
17/09/2025
Radici

Forse, più che un assassinio dei nostri tempi, il delitto Kirk va inscritto nell’odierna retorica culturale, alimentato dalle masse silenziose che hanno permesso a una certa cultura di proliferare.

Le persone non agiscono mai da sole, mai soltanto di testa propria. Eccezion fatta per i folli. Questo principio vale anche per gli attentati individuali e per i cosiddetti lupi solitari. Com’è possibile?

Socialità umana

Perché, se da un lato si riconosce l’esecuzione individuale di un crimine, dall’altro va compresa la natura profondamente sociale dell’essere umano. Le culture – o meglio, le reti culturali – alle quali siamo tutti sottoposti, senza distinzione alcuna, plasmano e al tempo stesso uniformano le nostre azioni, rendendole tendenzialmente prevedibili. Due individui sconosciuti, ma immersi nella stessa esposizione culturale e linguistica, possono sviluppare idee analoghe e reagire in modo simile agli stessi stimoli: non è quindi necessario appartenere alla stessa cellula, allo stesso partito, tribù o famiglia per agire e reagire nello stesso modo. Questa premessa, apparentemente banale, è però il pilastro della nostra riflessione.

Il linguaggio e le varie culture – e subculture – sono ciò che unisce gli sconosciuti. Basti pensare agli appartenenti a una nazione, legati dalla stessa lingua, o agli abitanti di un borgo, uniti dal dialetto e dalla cadenza comune. L’uomo è un animale sociale: le sue azioni devono quindi essere lette anche alla luce di questa natura.

La connessione sociale dell’azione individuale

Se dunque non possiamo e non dobbiamo eliminare la responsabilità individuale dell’assassino di Kirk – anche per non cadere nel free-riding –, non possiamo nemmeno ignorare il contesto culturale e linguistico in cui questa barbarie ha avuto luogo. Gli individui agiscono politicamente solo quando percepiscono che le loro azioni siano, se non acclamate, almeno tollerate dalla società in cui vivono e dal contesto culturale a cui sentono di appartenere.

È questo il motivo per cui un ladro scappa dopo aver svaligiato una banca, o perché i crimini avvengono nell’ombra: le persone tendono a mostrare e a vantarsi delle proprie gesta solo quando sono coerenti con la cultura a loro affine. Mai del contrario, specialmente quando sono comportamenti socio-politici (assassinio di una figura pubblica) e non egoistici (omicidio per vendetta).

Se dunque la rete culturale di Tyler Robinson è corresponsabile delle sue azioni, la domanda che ci si pone è: chi ha creato questa cultura fertile all’odio?

Prima di ogni stravolgimento culturale avviene quello linguistico. È la trasformazione reiterata e costante delle parole a preparare il terreno. Nell’arco di una generazione, le idee di Kirk sono passate dall’essere condivise da istituzioni secolari come il Vaticano fino a figure politiche americane come JFK, Bill Clinton o addirittura Barack Obama.

Ad esempio, cosa che molti sembrano essersi dimenticati, la Santa Sede- come l’ebraismo e l’islam- rifiuta il matrimonio omosessuale così come la fluidità di genere o l’aborto. Non si segnala, però, alcun attivista di sinistra intento a strapparsi i capelli davanti alle moschee di quartiere per il trattamento che riservano agli omosessuali.



Gli esempi (dimenticati) di JFK, Bill Clinton e Obama

Stesso discorso si può fare con JFK, certamente politicamente di stampo progressista ma pur sempre di confessione cattolica. Egli riteneva le pratiche omosessuali o tutt’al più il matrimonio omosessuale pratiche assolutamente contrarie ai propri valori – figurarsi procedure ormonali su adolescenti indecisi in merito al proprio sesso biologico.

Idem vale per Bill Clinton, che nel 1996 approvò il Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act che criminalizzava l’immigrazione clandestina e fortificava i controlli, famoso il discorso sulla “deportation of the aliens here in our country”- sempre Clinton ancora prima siglava la Don’t Ask, Don’t Tell che imponeva agli omosessuali di non rivelare il proprio orientamento nelle forze armate. Sempre Clinton nel 1996 sostenne “I remain opposed to same-sex marriage. I believe marriage is an institution for the union of a man and a woman. This has been my long-standing position, and it is not being reviewed or considered.” e nello stesso anno firma il DOMA “defense of marriage act”.

Neanche Obama può essere escluso da questo brevissimo recap di memoria (persa) collettiva, ricordiamo infatti il discorso alla nazione del 2014: “We have more agents and technology deployed to secure our southern border than at any time in our history” con oltre 2,5 milioni di deportazioni: fu chiamato dai gruppi pro-migranti “Deporter in Chief”.
Sempre Obama alla stessa comunità black che lo aveva eletto disse “We need (black) fathers to realize that responsibility does not end at conception … what makes you a man is not the ability to have a child but the courage to raise one” riportando il medesimo tema di Charlie Kirk sulla criminalità nei quartieri neri che dipende in gran parte dall’abbandono genitoriale degli stessi afro-americani verso la propria prole.

Questa è una estrema sintesi non esaustiva di come le istanze di Kirk, con le dovute differenze, siano state analoghe a quelle della sinistra americana per decenni.
Se si vuole realmente parlare di estremismo, bisogna capire chi da queste istanze si è repentinamente allontanato.

La sottocultura di Tyler Robinson è proprio quella che negli ultimi dieci anni si è drasticamente distaccata dalle storiche istanze della sinistra americana importando l’architettura della sinistra giacobina europea.

Non possiamo dimenticare come l’ala maggioritaria del pensiero di sinistra sia storicamente ancorato al concetto di rivoluzione, di lotta, di sradicamento del sistema presente poiché ritenuto sistemicamente ingiusto. In questo contesto il primo step è la creazione di uno schema bipartito di buoni e cattivi, cioè oppressi buoni e oppressori cattivi; dopo aver creato queste due categorie arriva l’azione: la filosofia di sinistra non è tale se non in ottica attiva e di modifica solerte dell’assetto culturale (Gramsci) o economico (Marx).

L’Hegeliana memoria si è ormai persa negli annali della storia, ma la massima: “ciò che è razionale (le idee di emancipazione) (deve) diventare reale” resta il motore intrinseco di qualsiasi campagna della sinistra, dalla più nobile alla meno nobile. Il richiamo alla violenza è presente nella dottrina di sinistra poiché storicamente anti-establishment per definizione, incline sempre a modificare la realtà a favore di una propria razionalità o moralità superiore, sempre in virtù della tutela degli oppressi.

Se questi meccanismi hanno perso il proprio carattere esplicito, mantengono però la stessa forza implicitamente. Lo stesso schema lo si può leggere ovunque tra le righe: si crea un oppressore, quindi si crea un liberatore che in nome del bene comune è legittimato ad usare la violenza per razionalizzare una società malata e ingiusta.

Se gli israeliani opprimono sistematicamente la Palestina, allora il terrorismo è comprensibile. Che si parli di classe operaia o di comunità gay o black la grammatica è la medesima.

La cultura dell’odio è diretta conseguenza di questo schema: come si fa a non odiare un oppressore che ti calpesta e che ha creato una struttura di sfruttamento sistemico per il solo gusto di opprimerti? Il vittimismo genera odio. E Tyler Robinson era esposto alla cultura del vittimismo, quindi dell’odio.

I pericoli dello svilimento del concetto di “estremismo”

Ergo, quando si parla di estremismo, bisogna usare cautela. Anzi: sarebbe meglio non parlare mai di estremismo e non etichettare mai le persone in questo modo senza conoscerne a fondo l’argomento. Farlo a cuor leggero produce conseguenze nefaste. Prima di tutto, inflaziona il termine e lo svuota di significato. E quando una parola perde significato diventa impossibile usarla con precisione chirurgica: finisce per contenere qualsiasi cosa. Con due conseguenze:

  1. si demonizza chi in quella categoria non rientra, esponendolo a rischi concreti;
  2. vengono meno gli anticorpi sociali e istituzionali capaci di riconoscere i veri estremisti.

Il principale responsabile di questo meccanismo sono i media, che incidono sull’evoluzione e la distorsione del linguaggio. Essi ricoprono un ruolo sacro quanto pericoloso per la democrazia. Da un lato sono il contraltare imprescindibile della pubblica autorità, gli unici in grado di informare gli elettori e bilanciare la tendenza dispotica dei governi. Dall’altro, detenendo il potere di plasmare il pensiero – e quindi le azioni delle masse – hanno la possibilità di fuorviare i cittadini fino a cambiare il loro modo di percepire il mondo.

In democrazia, tuttavia, non esiste un equilibrio naturale tra potere pubblico e potere mediatico. Finché esiste la libertà di parola, i media possono potenzialmente plasmare la mentalità dei cittadini senza limiti. Se questo avvenga o meno, e in quale misura, dipende soltanto da un terzo fattore: l’ago della bilancia, cioè i cittadini. Essere cittadini non è solo un diritto, è anche un dovere. E tra i doveri del buon cittadino vi è quello di vigilare affinché il potere culturale non prenda il sopravvento e più banalmente di non accettare che alle parole si cambi il significato.

La funzione plastica dei media nella società

La tecnica mediatica, lasciatevelo dire, è semplice quanto antica. Si entra in punta di piedi, raccontando un fatto vero ma giocando sul tono o sulle implicazioni sottintese, spesso avvalendosi del bias della completezza – cioè dire una cosa vera, ma estrapolandola dal contesto generale. Poi si passa a modificare i nomi delle cose, senza aggiungere però giudizi espliciti: desterebbe sospetti. Solo in seguito arrivano le implicazioni morali.

Si parte con un tono accusatorio, si insinua che vi sia qualcosa di sbagliato, si rafforzano le modifiche linguistiche, sempre con parvenza di verosimiglianza. Così: una guerra diventa un genocidio, scelte militari discutibili diventano crimini di guerra, un repubblicano diventa un estremista, interessi personali diventano diritti sociali, un movimento terrorista aterritoriale diventa una nazione, un gruppo sociale diventa oppresso in base alla quantità di melanina nella pelle.

Tra uno step e l’altro vi sono segmentazione minuziosa e ripetizione incessante: ripetere una menzogna all’infinito la fa comunque entrare nel vocabolario collettivo. Pian piano la macchina della disinformazione ha cambiato il modo in cui il pubblico comprende il mondo, trasformando le idee dei Democratici di vent’anni fa in idee estremiste e sovversive, quando in realtà gli unici a essersi spostati sullo spettro politico sono stati proprio i Democratici.

Domanda e offerta

Se da un lato la funzione sociale dei media è quella di contraltare al potere politico dall’altro il suo scopo è meramente privatistico: vendere più copie. E deve essere così poiché se i media fossero pubblici sarebbero oggetto di pressioni politiche e diventerebbero organi di stampa governativi. Ma ovviamente essendo privati c’è un mismatch tra funzione sociale e scopo aziendale.

Non si può tagliare la catena della responsabilità ai giornalisti. Se un giornalista scrive qualcosa, lo fa perché sa che qualcuno apprezzerà quel contenuto. È quindi responsabilità diretta anche dei cittadini se la cultura dell’odio ha avuto il sopravvento. È colpa di ciascuno di noi se non abbiamo speso cinque minuti del nostro tempo per tacere, o per leggere qualcosa di più oltre all’articolo di un giornale. Tacere, spesso, è una cosa meravigliosa. Esprimersi su tutto, molto meno.

Questa inclinazione del pubblico viene a sua volta sfruttata dai media, che offrono contenuti sempre più semplicistici, abbreviati, fuorvianti, scanditi con ritmo orecchiabile, quasi fossero una hit estiva. Chi fa informazione plasma la cultura, chi la consuma acconsente alla sua sedimentazione.
Se è vero che il giornalista fazioso vende sensazionalismo è altrettanto vero che il suo lettore compra sensazionalismo.



Sul lato individuale bisogna aggiungere che l’effetto distorsivo dei media è aumentato suo malgrado grazie alle piattaforme social, che dall’altro lato aumentano esponenzialmente il dovere di cautela del pubblico nell’esprimere posizioni importanti e tendenzialmente rischiose. La responsabilità del pubblico è vertiginosamente aumentata da quando vi sono i social. Se i media forniscono la grammatica della disinformazione, i social forniscono la cassa di risonanza virale e atomizzata della disinformazione, creando un consenso plebiscitario extra-democratico.

Conclusioni: di chi è la colpa?

Se Tyler Robinson e i media non hanno scusanti, noi non ce la passiamo meglio. Se volessimo continuare sulla falsariga di ciò che critichiamo, come le semplificazioni, dovremmo concludere questa riflessione dando la colpa al mostro o al massimo ai media. E’ facile dare sempre la colpa qualcun altro o a un sistema nel suo insieme. Ma la realtà non è questa. Ogni singolo individuo porta con sé una responsabilità sociale e collettiva.

Ogni volta che leggiamo e lasciamo passare modi di dire sensazionalistici, o quando parliamo di cose di cui non abbiamo conoscenza approfondita e ci facciamo abbindolare da slogan e frasi fatte “copia-incollate” da qualche fonte sconosciuta o quando non reagiamo alle strumentalizzazione delle parole: in ognuno di questi casi noi siamo corresponsabili.



E se credete che si tratti solo di USA siete in errore: noi in Italia non abbiamo attenuanti in quanto la cultura dell’odio è transfrontaliera, è virale, è pandemica.


La massa barbarica che in Italia ha esultato o comunque giustificato o minimizzato l’accaduto è annidata a tutti i livelli, dall’Europarlamento, a pseudo-intellettuali come Odifreddi o Saviano, ad esponenti di partito come alla gente comune fino ai normalissimi analfabeti funzionali.

La cultura dell’odio ha una matrice nota che affonda le proprie radici tra precise dottrine politiche di sinistra miste ad un campo santo della mente umana: è pericolosa, pervasiva, accattivante.

Va stroncata subito e chiunque acconsente è complice.