Intervista a Paolo Gambi. Tra bellezza, sacro e un’Europa smarrita

Umberto Cuomo
25/12/2025
Orizzonti

​Scorrendo il flusso ininterrotto dei social media, tra algoritmi che premiano la rapidità e contenuti che svaniscono nel giro di un clic, ci si può imbattere in una voce che sembra abitare una dimensione temporale differente. In una società che si specchia convulsamente nel web, dove discussioni e interazioni definiscono quotidianamente nuovi confini identitari, emerge la necessità di studiare le figure che animano questi sentimenti e che la rete stessa ha scelto come interpreti del presente.

​È in questo contesto che il profilo di Paolo Gambi assume un rilievo particolare. Giornalista con una solida esperienza internazionale, maturata in quindici anni come Contributing Editor per il britannico Catholic Herald, e scrittore prolifico con oltre trenta volumi all’attivo, Gambi ha saputo costruire un seguito massiccio proprio sulle piattaforme digitali. Attraverso il movimento “Rinascimento Poetico”, ha riportato la poesia e la spiritualità nelle piazze virtuali, raccogliendo migliaia di condivisioni e alimentando un dibattito che, a prima vista, appare radicato in un’estetica conservatrice e in un fervore cristiano d’altri tempi.

​Tuttavia, osservando la portata del suo impatto sociale, sorge spontaneo un interrogativo: cosa si muove realmente dietro questa narrazione della Bellezza? Gambi rappresenta una voce nostalgica o è piuttosto il volto più moderno di un’Europa che, stanca di essere “irrilevante”, cerca rifugio in una nuova trincea fatta di radici e identità? L’intervista che segue cerca di scavare dietro la superficie di questo attivista del pensiero, per capire se il suo linguaggio sia un ponte verso un nuovo umanesimo o l’architettura di una chiusura che il Continente non può più ignorare. Lo si scopre parlando con lui, portandolo su un terreno dove la suggestione della fede deve confrontarsi con la complessità della convivenza e della responsabilità civile.



Intervista completa:

D: Sei scrittore, giornalista e osservatore della spiritualità. La tua narrazione della bellezza sembra coincidere con un’estetica cara alla destra conservatrice italiana. Ti senti interprete di questo sentimento o credi che la tua proposta trascenda comunque le dinamiche politiche italiane?

R: Guarda, le categorie politiche non mi appartengono. Non faccio politica, non vengo da quel mondo e non credo siano le categorie giuste per comprendere il presente, soprattutto se parliamo di bellezza. Le categorie estetiche a cui faccio riferimento sono radicate in esperienze spirituali. Ritengo che l’Occidente abbia una profonda dimensione spirituale che è stata nascosta gradualmente dall’Illuminismo in poi. Questo approccio estetico parte dal Rinascimento, dalle esperienze romane e dal protocristianesimo: fa parte di un mondo nostro che non può essere letto con i filtri della politica. Quando etichetti qualcosa come “destra” o “sinistra” racconti solo metà della realtà; dobbiamo imparare a uscire da questo meccanismo che polarizza tutto.

D: Sei stato Contributing Editor per il Catholic Herald per quindici anni. Nel suo ultimo romanzo, “La prova della mia innocenza”, Jonathan Coe tratteggia con precisione gli ambienti neocon britannici che hanno profondamente modificato il pensiero e l’identità inglese. Ritieni che nella tua comunicazione ci sia parte di quel dibattito anglosassone e di quelle esperienze che hanno cambiato la difesa dell’Occidente?

R: Sicuramente. Mi sono formato in anni in cui molti guardavano a Londra e sono rimasto influenzato dal sistema inglese. Quel sistema riusciva a riassumere tutte le componenti della società: la Monarchia, l’Aristocrazia nella House of Lords e il popolo nella House of Commons. Fino a poco tempo fa la società inglese era in equilibrio; oggi lo vedo perduto perché hanno lavorato contro le proprie radici. Le mie esperienze mi hanno fatto capire che i poli della comprensione del presente sono diversi da quelli che utilizziamo in Italia: il tema non è più destra e sinistra, ma la difesa di un sistema basato sui valori dell’Occidente contro alternative che negano l’essere umano a immagine di Dio.

D: Molti leggono nella tua difesa della cristianità una chiusura, in particolare verso la fede islamica. Non temi che il linguaggio della fede possa alimentare un fuoco d’intolleranza già alto in Europa? Come si può costruire un’integrazione reale in un continente dove la presenza islamica è ormai strutturale?

R: La nostra civiltà si fonda su libertà e diritti che esistono perché c’è un substrato ebraico-cristiano. Il problema è che non puoi integrare l’Islam all’interno di questo schema se l’Islam non accetta i diritti individuali. C’è chi spera in una versione dell’Islam che accetti l’uguaglianza, ma io ritengo che in questa fase storica sia impossibile. Dobbiamo distinguere: chi vive l’Islam come fede è libero di farlo; ma chi lo vive come ideologia che vuole sovvertire l’Occidente deve essere trattato come tale.

D: Spesso i conservatori si sentono figure “sotto assedio” da parte di una cultura dominante. Ti ritrovi in questa definizione e senti di dover legittimare i tuoi contenuti in un mondo che guarda con sospetto a termini come radici, patria o tradizione?

R: In realtà non mi sento né un intellettuale né un conservatore nel senso stretto. Vengo identificato così perché in Italia è difficile sollevare temi che scomodano i “veri” conservatori, ovvero l’attuale sinistra. Oggi molti seguono slogan come il “woke” senza consapevolezza. La battaglia non è tanto nel contenuto, ma nel meccanismo: dobbiamo sviluppare il pensiero critico invece di ripetere slogan vuoti a pappagallo.

D: Quale modello politico dovrebbe guidare la rinascita del continente? Ti schieri per un’Europa federale o per un’Europa dei popoli e delle nazioni, come oggi risuona di più nell’Est europeo?

R: Sono un europeista della prima ora, ma bisogna fermare l’accentramento di potere. Il controllo costruito a Bruxelles, simile alle “torri di Mordor”, gestisce regolamenti per compiacere lobbisti. L’attuale modello dimostra l’incapacità di creare relazioni sane. Il risultato è che l’Europa è diventata irrilevante nello scacchiere mondiale. Chi ha cervello si sta interrogando: se lo stesso Mario Draghi inizia a porre quesiti così profondi sul meccanismo stesso, qualche domanda dovremmo farcela tutti.


​L’incontro con Paolo Gambi lascia sul tavolo un interrogativo che travalica il perimetro di un’intervista. In un’epoca in cui il sentirsi “cristiani” viene percepito da alcuni come un porto sicuro e da altri come un’arma di esclusione, quanto pesano oggi la fede e la spiritualità nella costruzione dell’identità europea?

​Sorge il dubbio se il contesto socio-culturale cristiano stia scivolando verso una nuova forma di isolamento, rischiando di diventare — a seconda delle prospettive — un ambiente discriminato dalle correnti dominanti o, al contrario, esso stesso discriminante. Le voci che abitano i social sono sempre più polarizzate, spesso ridotte a slogan che alimentano il “click” anonimo e vuoto. Eppure, l’esperienza di Gambi dimostra che dietro ogni interazione digitale si muove un contenuto che attende di essere approfondito e studiato, lontano dai pregiudizi.

​Resta da capire: la riscoperta di queste radici sarà il lievito per un nuovo dialogo o il mattone per una trincea definitiva?

In questa società che corre, fermarsi a studiare gli interpreti del sentimento comune non è più solo un esercizio di stile, ma una necessità civile per non restare intrappolati in un eterno presente senza memoria.