Non solo migranti: il Marocco è un avamposto cinese alle nostre porte

non solo migranti marocco avamposto cinese
Guido Gargiulo
06/08/2026
Poteri

A fine luglio Rabat ha smesso, senza preavviso, di rilasciare le lettere di conferma visto ai cittadini taiwanesi. Taipei, quindi, ha risposto sospendendo a sua volta i visti per i marocchini. Una schermaglia consolare che sembra minore, ma che in realtà gioca una partita molto più grande — la stessa che da settimane tiene sotto scacco Ceuta e la Spagna.

Ceuta, prima di tutto


Nella notte fra giovedì 30 e venerdì 31 luglio, migliaia di persone hanno attraversato a nuoto il confine fra il Marocco e Ceuta, la città autonoma spagnola sulla costa nordafricana.
Il bilancio, secondo il ministero dell’Interno spagnolo, è di almeno 67 morti — altre fonti parlano di quasi 80 — su oltre 60mila arrivi, di cui 48mila già rimpatriati.

Non è in ogni caso, la prima volta: nel maggio 2021 accadde qualcosa di identico, quando Rabat allentò deliberatamente i controlli di frontiera dopo che Madrid aveva accolto in cura ospedaliera il leader del Fronte Polisario.

Il meccanismo è sempre lo stesso, riconosciuto ormai da molti diplomatici di mezza Europa: il flusso migratorio verso Ceuta e Melilla è una leva che Rabat può attivare e disattivare a piacimento, in base a cosa vuole ottenere da Madrid in quel momento.

Intanto in Europa la crisi ha già prodotto le sue scosse politiche: il governo Meloni ha provato a reintrodurre controlli temporanei alle frontiere interne Schengen, Sánchez ha replicato su X parlando di trattati e di dati Frontex, e Santiago Abascal si è precipitato fino a Ceuta per chiedere, con Vox, la militarizzazione permanente della frontiera. Cronache di una crisi raccontata su ogni prima pagina mondiale.

Quello che nello stesso periodo accadeva fra Rabat e Taipei, invece, è passato totalmente inosservato — eppure racconta di fatto la stessa identica storia, spostata semplicemente su di un altro fronte.
Perché a migliaia di chilometri da Ceuta, il Marocco ha smesso di colpo di rilasciare i visti ai cittadini di Taiwan. E Taiwan, a sua volta, ha sospeso quelli per i cittadini marocchini.

È lo stesso Marocco, è lo stesso schema: un regno che ha imparato a maneggiare le proprie leve diplomatiche e consolari come strumenti di pressione geopolitica, spostando la posta in gioco da un tavolo all’altro con estrema ma soprattutto preoccupante disinvoltura.

La cronologia del caso Taiwan-Marocco


Il 23 luglio l’ambasciata del Marocco a Tokyo — che gestisce le pratiche consolari per Taiwan in assenza di relazioni diplomatiche dirette — comunica alle agenzie di viaggio taiwanesi di sospendere, con effetto immediato, il rilascio delle Visa Confirmation Letters (VCL), il documento che ogni cittadino taiwanese deve ottenere prima di recarsi in Marocco per turismo o affari. L’agenzia Lion Travel, una delle principali di Taiwan, comunica lo stop delle proprie pratiche e inizia a rimborsare i clienti già prenotati.

Il 24 luglio il ministero degli Esteri di Taipei (MOFA) fa sapere di aver contattato le autorità marocchine per avere spiegazioni, ma di non aver ricevuto alcuna risposta in merito.
Nei giorni successivi, gli accertamenti taiwanesi confermano che non si è trattato di un episodio isolato dell’ambasciata di Tokyo: Rabat ha istruito tutte le proprie ambasciate e consolati nel mondo a sospendere il servizio nei confronti dei cittadini taiwanesi.

Il 30 luglio Taipei risponde. Il MOFA annuncia la sospensione, “sulla base del principio di reciprocità”, delle domande di visto per i cittadini marocchini che intendano entrare a Taiwan, salvo casi approvati singolarmente.
Nella nota ufficiale il ministero esorta Rabat a “mantenere accordi agevolati per i viaggi d’affari e turistici” e a “riprendere quanto prima gli scambi regolari fra i due popoli”, specificando che continuerà a monitorare la politica marocchina sui visti e ad “adeguare di conseguenza” le proprie misure.
Chi aveva già ottenuto una VCL prima del 20 luglio può ancora entrare in Marocco fino a scadenza del documento.

Ad oggi, Rabat non ha fornito alcuna spiegazione ufficiale sul perché della sospensione.
Va detto con chiarezza, per onestà di cronaca: il Marocco non ha mai avuto relazioni diplomatiche formali con Taiwan, ha sempre aderito rigidamente al principio di una sola Cina e mantiene legami diplomatici pieni con Pechino.
Non è escluso che si tratti di un mero irrigidimento burocratico legato a ragioni interne marocchine. Ma il tempismo, il metodo — nessun preavviso, comunicazione impartita a tutte le sedi nel mondo — e soprattutto il contesto in cui si inserisce, meritano di essere letti alla luce di qualcosa di più ampio.

Che ci sia altro dietro?

Il Marocco, rampa di lancio cinese per colonizzare l’Europa


Potremmo trovare una risposta qui, che farebbero intendere al meglio le azioni del Marocco.
Perché negli ultimi tre anni, Rabat è diventata, silenziosamente ma inequivocabilmente, la testa di ponte industriale della Cina verso il mercato europeo.
I numeri, verificabili e pubblici, sono impressionanti. Il colosso cinese delle batterie Gotion High-Tech ha firmato con il governo marocchino un accordo per costruire a Kenitra quella che sarà, entro fine 2026, la più grande gigafactory di batterie dell’intera Africa: un investimento iniziale di 1,3 miliardi di dollari destinato a salire fino a 6,5 miliardi, con una capacità produttiva che dai 20 GWh iniziali punta a raggiungere i 100-120 GWh — sufficienti per equipaggiare centinaia di migliaia di veicoli elettrici l’anno.

Non è l’unico caso. A Tangeri sono in costruzione o già operativi impianti di BTR New Material Group (materiali catodici e anodici, con un secondo stabilimento da 363,5 milioni di dollari annunciato quest’anno), di Zhejiang Hailiang (lavorazione del rame, 150mila tonnellate annue), di Shinzoom (materiali anodici, 690 milioni di dollari di investimento).

A Jorf Lasfar, vicino Casablanca, la joint venture sino-marocchina COBCO produce dal giugno 2025 precursori per batterie al litio in un impianto da 2 miliardi di dollari con capacità equivalente a 70 GWh — abbastanza per un milione di veicoli elettrici l’anno. Nel complesso, i produttori automobilistici e i fornitori cinesi hanno investito oltre 10 miliardi di euro in Marocco dalla pandemia a oggi, rendendolo il principale hub manifatturiero cinese fuori dalla Cina.

Il commercio bilaterale fra i due Paesi ha superato gli 11 miliardi di dollari nel 2025, in crescita di oltre il 20% in un solo anno: la Cina è ormai il terzo partner commerciale del Marocco. E la scelta di Rabat non è casuale sotto nessun profilo: il Marocco possiede fino all’80% delle riserve mondiali di fosfati, materia prima strategica per l’industria delle batterie, ha accordi di libero scambio che gli garantiscono accesso privilegiato al mercato europeo e statunitense, e si trova a soli 14 chilometri dalla costa spagnola.

Attraverso il Marocco, in altre parole, la Cina costruisce sul suolo africano una piattaforma da cui esportare verso l’Europa aggirando dazi, controlli e le crescenti resistenze politiche di Bruxelles verso i prodotti made in China.
Il Financial Times e l’European Council on Foreign Relations lo hanno scritto a chiare lettere nei mesi scorsi: Rabat è diventata, di fatto, la “testa di ponte” cinese nel Mediterraneo occidentale.

Il cerchio che si chiude


Torniamo, allora, a Ceuta. Quello che accomuna la crisi migratoria di fine luglio e la sospensione dei visti a Taipei è la stessa logica di fondo: un Marocco che ha imparato ad utilizzare ogni leva disponibile, migratoria, consolare, commerciale, come strumento di pressione politica.
Verso la Spagna, la leva è il controllo dei flussi migratori. Verso Taiwan, la leva è l’accesso consolare. In entrambi i casi, la vittima è un attore che ha meno potere contrattuale di Rabat: da un lato un’Unione Europea che fatica a presentarsi compatta di fronte al ricatto migratorio, dall’altro una Taiwan che non ha voce in capitolo diplomatica per protestare con la forza che vorrebbe.

E in entrambi i casi, sullo sfondo, c’è Pechino. Non necessariamente come regista diretto di ogni singola mossa — mancano, ad oggi, prove di un’istruzione esplicita cinese sulla vicenda dei visti — ma come architrave strategica di un Marocco che ha tutto l’interesse a mantenersi allineato con Pechino proprio mentre ne ospita gigafactory multimiliardarie destinate al mercato europeo.

Un Marocco scomodo con Taiwan è, semplicemente, un Marocco coerente con i propri interessi economici più grandi. La domanda che dovrebbe porsi l’Europa, a questo punto, non è se il Marocco stia giocando su più punti di una scacchiera. È se l’Europa, e Taiwan con essa, abbiano ancora abbastanza margine di manovra per non subire soltanto le mosse altrui.

Reagire in modo compatto è la parola d’ordine.