Non chiamateli “danni collaterali”: le vite cancellate dall’occupazione russa

Federica Valcauda, Europa Radicale
05/09/2025
Frontiere

Ci sono incontri che non ti lasciano scampo. Non perché ti impongano una verità, ma perché ti tolgono l’alibi. Quello della distanza, della complessità, del “non sappiamo abbastanza”. Ieri ho incontrato Oleksandr Tarasov, ex prigioniero politico ucraino, e Yevgeniya Chirikova, attivista. Sono venuti a raccontarci ciò che molti preferiscono non vedere: il volto dell’occupazione quando non ci sono telecamere, quando i fari dei notiziari si spengono e restano le porte blindate, i sotterranei senza finestre, i sacchetti di plastica calati sulla testa, il ronzio della corrente elettrica.

Oleksandr ci ha detto la data esatta: 7 marzo 2022. Cinque giorni dopo l’ingresso dei russi a Kherson, mentre la città cercava di resistere con proteste civili, lui è stato arrestato, proprio perché quelle proteste le stava realizzando. Prima è stato portato nei sotterranei di Kherson, poi trasferito in Crimea, in isolamento totale: nessun contatto col mondo esterno, nessun avvocato scelto, nessuna garanzia, per un anno intero. Grazie alle pressioni della comunità internazionale è riuscito a uscire, e oggi cerca di aiutare tutti i civili che si trovano prigionieri della Federazione Russa.

I numeri fanno rabbrividre. Sono trentamila i detenuti civili ucraini. L’opinione pubblica ne conosce a malapena quattrocento. Il resto sono nomi sussurrati, liste clandestine, famiglie che tacciono per paura dell’FSB, la macchina di controllo che monitora telefoni, social, spostamenti, che pedina, schedula, intimidisce. Chi non dimostra lealtà alla Federazione russa finisce nelle maglie di un sistema punitivo creato ad hoc. Dopo l’occupazione di Kherson la Federazione Russa ha istituito delle amministrazioni civili-militari, trasferito dei giudici dalla Crimea per formare dei nuovi tribunali che avevano il mandato unico di punire. Punire chi? Anche chi rifiutava l’imposizione di una nuova identità, tramite l’accettazione della cittadinanza e del passaporto russo.

Questo è forse il punto più duro da accettare per chi, da lontano, si illude che la guerra sia una questione di mappe. L’occupazione è una politica di identità. Se resti, devi diventare altro: cittadino di un altro Stato, fedele a un’altra chiesa, suddito di un altro diritto. Rifiutarsi significa rischiare la prigione. È accaduto ai pastori non allineati al Patriarcato di Mosca; i loro nomi — Viktor Bondarenko, Konstantin Maksimov — oggi dicono soprattutto questo: che la repressione passa anche dai simboli, dai luoghi di comunità, dall’anima di un popolo.

Tortura, repressione e storie dimenticate

Le storie si somigliano, eppure ciascuna è insopportabilmente unica. Oleksandr ha ricordato un compagno di detenzione che rifiutò l’avvocato imposto dalla federazione. Lo portarono in un’altra stanza, e lo torturarono con la corrente elettrica. C’è poi il racconto del sindaco di Kherson, che nel marzo 2022 si oppose all’occupazione, e per questo ha pagato con la detenzione e le torture la decisione di difendere il suo Paese dall’invasione russa. Da qualche settimane è stato rilasciato, ma i segni hanno avuto una ricaduta su tutta l famiglia.

Quando scomparve nel 2022 la nipote denunciò la sua scomparsa all’amministrazine civile militare, proprio quella che avevano istituito i russi dopo l’occupazione. Sentendo il nome del sindaco oppositore, i servi, perchè è difficile chiamarli in altro modo, di Putin, l’hanno violentata e picchiata per ore, con l’arroganza criminale di chi pretende perfino di dettare il significato dell’abuso: “consideralo un’esperienza di vita”, le è stato detto.

Dopo averli ascoltati, diventa impossibile accettare una certa superficialità europea e internazionale quando si discute di “cessioni territoriali” come prezzo per trattare. Non è una mossa su una scacchiera: è la vita di migliaia di persone. È il destino di intere comunità consegnate a un regime d’eccezione che non ha niente dell’eccezione: l’eccezione è la regola, la legge è il suo simulacro. Parlare di confini senza parlare del diritto, della protezione dei civili, dell’accesso umanitario, di liste verificate dei detenuti e del loro rilascio significa accettare che le cifre restino ombre. Significa tradire la realtà per addomesticarla a un pragmatismo senza persone.

Nel nostro incontro, l’emozione non ha indebolito l’analisi: l’ha resa più esatta. Perché le parole di chi ha subito la repressione costringono a ricalibrare le categorie. I prigionieri di guerra possono rientrare negli scambi, il loro status è riconosciuto; i civili, invece, sono l’angolo cieco del discorso pubblico. Spariscono nei “sotterranei”, vengono riclassificati come spie, sabotatori, estremisti, fino alla denaturalizzazione: nuovi documenti, nuova lingua, nuova chiesa. Un popolo si difende anche rimanendo se stesso. Per questo, nell’architettura dell’occupazione, l’identità ucraina diventa un bersaglio.

C’è un’altra parola che ieri è tornata molte volte: paura. Paura di denunciare, paura di essere ascoltati, paura che una chiamata o un messaggio tradiscano un contatto, un pensiero, un dissenso. La capillarità del controllo è il tratto più moderno di questa occupazione. Non è soltanto l’uomo in uniforme: è l’algoritmo che legge i social, la cella telefonica che ti localizza, la rete che ti stringe anche quando pensi di essere all’aperto. È un panopticon 2.0, dove l’FSB non deve essere ovunque perché basta che possa esserlo.

La responsabilità europea e la voce delle vittime

Che cosa significa, allora, assumersi la responsabilità qui, in Europa? Significa rifiutare la scorciatoia mentale che separa diplomazia e diritti umani. Ogni tavolo deve contenere clausole minime e verificabili, perchè l’Ucraina non può essere lasciata sola neanche in questo.

Chi scrive non ha illusioni: il diritto internazionale è pieno di zone grigie e le istituzioni sono spesso più lente del dolore. La Corte penale internazionale ha poteri limitati, la Russia è uscita dal Consiglio d’Europa e dai suoi meccanismi di tutela. Ma proprio per questo, la società civile (giornalisti, associazioni, università, centri di ricerca) deve evitare la più comoda delle tattiche: la rimozione.

Continuare a raccontare, pretendere dati, costruire archivi, insegnare ai lettori a leggere le notizie per quello che implicano, non solo per quello che dicono. Un titolo che parla di “scambi di prigionieri” deve sempre ricordare l’altra metà: gli scambi non riguardano i civili sequestrati sotto occupazione. E, come ci ha ricordato Oleksandr, quando viene liberato un prigioniero civile, altri 3 vengono incarcerati.

A questo punto qualcuno obietterà che le emozioni non devono guidare la politica. È vero il contrario: le emozioni informate sono ciò che distingue l’empatia dalla propaganda. La testimonianza di Tarasov e Chirikova non è uno slogan; è prova personale, è memoria che chiede di essere presa in carico. Quando un uomo ti racconta di essere stato bendato,con le mani legate dietro la schiena, la testa spinta in giù in quella che viene definita ‘la posizione del cigno’, non sta chiedendo compassione. Sta chiedendo giustizia.

La domanda più difficile resta questa: che cosa possiamo fare noi? Possiamo fare ciò che sappiamo fare: informare, spiegare, collegare i puntini, togliere al cinismo la scusa dell’ignoranza. Possiamo pretendere che i numeri smettano di essere statistiche e tornino persone: trentamila non è una cifra, è un coro soffocato. Possiamo ricordare che ogni negoziato ha costi umani e che valutarli non è un vezzo moralista, è la misura umana e politica.

Oleksandr e Yevgeniya ci hanno chiesto una cosa semplice e difficilissima: “raccontate, non lasciate che la ragnatela del terrore renda muti anche noi”.

Per questo, quando in Europa sentiamo ripetere che forse bisogna “cedere qualcosa” per far tacere le armi, dovremmo avere il coraggio di chiedere: che cosa, esattamente, stiamo cedendo? Non chilometri quadrati, ma corpi; non linee su una carta, ma vite che verranno interrogate, schedate, reclutate, rieducate. Non è pace questa: è trasferimento della violenza da un luogo visibile a mille luoghi invisibili. È la pace dei sotterranei.

Non chiamateli “danni collaterali”. Sono cittadini, madri, padri, sorelle, nipoti. Sono trentamila storie che chiedono di tornare alla luce. E di fronte a questo la politica, l’informazione, la diplomazia hanno una sola, semplice responsabilità: non distogliere lo sguardo.