No, Odifreddi: Taiwan è una democrazia vivissima, altro che fascista
A “L’Aria che tira”, su La7, il matematico Piergiorgio Odifreddi ha paragonato Taiwan alla Repubblica di Salò e ha affermato che l’isola “non ha diritto di esistere” perché sarebbe un’enclave fascista. Un’affermazione che, oltre ad essere offensiva per ventitré milioni di persone, è storicamente sbagliata. Punto per punto.
Cos’ha detto Odifreddi su Taiwan
Il passaggio è andato in onda su La7, all’interno della trasmissione “L’Aria che tira”, e nel giro di poche ore è diventato virale. In particolar modo, si discuteva di Taiwan, della pressione cinese sullo Stretto, della posizione che l’Occidente dovrebbe assumere.
E lì, davanti alle telecamere e a uno studio che ha reagito con un misto di imbarazzo e ironia trattenuta, il matematico Piergiorgio Odifreddi ha pronunciato una sentenza secca: “Taiwan è l’analogo di quella che sarebbe la Repubblica di Salò oggi. Erano i fascisti, praticamente, che sono scappati dopo una guerra civile e hanno fatto un’enclave per resistere. Però questo non è un motivo per permettergli di esistere”.
David Parenzo, in conduzione, ha provato come suo solito a stemperare con una battuta — “Lo sa, professore, che la sua frase diventerà virale?” — e Odifreddi ha confermato senza scomporsi: “Ma certo, letteralmente: il governo di Chiang Kai-shek era l’analogo di Mussolini”.
Si potrebbe dunque liquidare il tutto come l’ennesima provocazione di un intellettuale che da anni cerca lo scandalo come tecnica retorica.
Eppure, le parole pesano. Soprattutto quando vengono pronunciate in prima serata, in un Paese dove la conoscenza della storia asiatica è scarsa per definizione, specie verso la storia di Taiwan, e da una persona che almeno un certo pubblico identifica con il rigore della matematica.
Vale la pena, allora, prendersi il tempo di smontare quanto detto. Non per accanimento, ma perché Taiwan merita molto di più di una battuta sopra le righe e perché una nazione merita rispetto, non semplici frasi virali che ne stravolgano la storia.
Primo errore: la guerra civile cinese non fu una lotta tra fascisti e antifascisti
L’equiparazione fra il Kuomintang del 1949 e la Repubblica Sociale Italiana è grottesca prima ancora che storicamente discutibile.
Chiang Kai-shek era un nazionalista autoritario, conservatore, anticomunista, sostenuto dagli Stati Uniti e — durante la Seconda guerra mondiale — alleato delle potenze antifasciste contro l’imperialismo giapponese. Il Giappone era l’aggressore in quello scacchiere, non la Cina di Chiang.
La Repubblica di Cina partecipò alla guerra dalla parte degli Alleati, sedette tra i vincitori al tavolo del 1945 e fu uno dei membri fondatori delle Nazioni Unite, con tanto di seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, mantenuto fino al 1971.
Salò, al contrario, era uno Stato fantoccio del Terzo Reich, sostenuto militarmente da Hitler, costituito su di un territorio occupato dai nazisti.
Chiang non aveva nessuna di queste caratteristiche.
Era un dittatore — questo sì, e nessuno lo nega — di matrice nazionalista cinese, in continuità con la rivoluzione del 1911 di Sun Yat-sen, non con i fascismi dei tempi.
Confondere le due cose significa non aver capito né la prima cosa né la seconda.
Secondo errore: Taiwan non è “rimasta” l’isola di Chiang Kai-shek
Questo è il punto più importante, ed è quello che rende la frase di Odifreddi non solo semplicemente inesatta, ma proprio falsa nel suo significato profondo.
Taiwan oggi non è il regime del 1949.
Non lo è da quasi quarant’anni.
E pretendere che lo sia equivale a sostenere che la Spagna di oggi sia ancora il franchismo, o che la Germania attuale sia ancora il Reich. Una sciocchezza che nessuno si permetterebbe di dire in televisione senza essere immediatamente contestato.
Il regime autoritario del Kuomintang, instaurato nel 1949 con la legge marziale e proseguito attraverso il cosiddetto “Terrore Bianco” — durante il quale circa 140.000 persone furono incarcerate o uccise per presunti legami con il comunismo o per dissenso politico — è finito il 15 luglio 1987, quando Chiang Ching-kuo, figlio di Chiang Kai-shek, abolì la legge marziale e avviò la transizione democratica.
Una scelta presa, vale la pena ricordarlo, dall’interno stesso del partito che aveva governato la dittatura: caso piuttosto raro nella storia delle transizioni autoritarie.
Da lì in avanti, Taiwan ha percorso una strada completamente diversa.
Nel 1986 era nato il Partito Democratico Progressista (DPP), prima formazione di opposizione legalizzata.
Nel 1991 sono state abrogate le “disposizioni temporanee contro la ribellione comunista”, l’apparato giuridico che teneva l’isola in stato d’eccezione permanente.
Nel 1996 si sono tenute le prime elezioni presidenziali a suffragio universale diretto, vinte da Lee Teng-hui, soprannominato “Mister Democracy” e ricordato come l’architetto della transizione.
Nel 2000, con la vittoria di Chen Shui-bian del DPP, c’è stato il primo passaggio di potere tra partiti diversi: la prova decisiva, secondo Samuel Huntington, che una democrazia sia tale davvero.
Da allora ci sono stati cambi di governo regolari, alternanze tra Kuomintang e DPP, ricorso costante al voto popolare.
Il presidente attuale, Lai Ching-te, è stato eletto nel gennaio 2024 con il 40 per cento dei voti in un’elezione giudicata libera, competitiva e plurale. Tre partiti rappresentati in Parlamento, opposizione presente e viva, magistratura indipendente, libertà di stampa fra le più solide dell’Asia. Questo è la vera Taiwan, non quello immaginata da Odifreddi.
Terzo errore: il diritto di esistere non si concede, si riconosce
C’è poi la frase che pesa di più nel passaggio televisivo, e che meriterebbe da sola un editoriale a parte. “Questo non è un motivo per permettergli di esistere”.
Detta così, in una nazione democratica, di un altro Paese democratico, in prima serata, è qualcosa che dovrebbe far riflettere.
Non sui rapporti tra Taipei e Pechino, ma sullo stato attuale del dibattito pubblico italiano.
Ventitré milioni di taiwanesi vivono, lavorano, votano, scioperano, manifestano, cambiano governo attraverso le urne.
Producono i microchip più avanzati del pianeta — TSMC vale da sola circa il 90 per cento del PIL dell’isola, ed è la più grande azienda al mondo per produzione di semiconduttori, davanti a colossi come Intel e Samsung.
Senza Taiwan, l’intera economia digitale globale si fermerebbe nel giro di pochi mesi.
Decidere che tutto questo “non ha il diritto di esistere” perché settantasette anni fa una guerra civile ha avuto un certo esito è una posizione che riecheggia, parola per parola, la retorica del Partito Comunista Cinese.
Su questo Odifreddi è in buona compagnia, peraltro: anche Vladimir Putin, prima di invadere l’Ucraina, aveva spiegato a lungo che Kyiv era una “creazione artificiale” e che il governo di Zelensky era “nazista”. La logica è identica. Si delegittima l’avversario etichettandolo con la parola più infamante che ci possa essere e si apre la strada all’idea che la sua sparizione sarebbe non solo accettabile, ma quasi auspicabile.
È un meccanismo retorico vecchio, ed è esattamente quello che la propaganda di Pechino usa quotidianamente su Taipei, anzi, quella che purtroppo viene definita “Taipei cinese”.
Una questione di serietà, prima ancora che di geopolitica
Quel che è certo, è che Formosa (Ilha Formosa – nome storico con cui è stata conosciuta Taiwan in Occidente per secoli) non ha bisogno di essere difesa dalle parole di Odifreddi.
Taiwan è una democrazia adulta, capace di reggere pressioni ben più gravi di un’uscita televisiva italiana — pensiamo alle incursioni quotidiane dell’aviazione cinese nel suo spazio di identificazione di difesa, o alle campagne di disinformazione documentate prima delle ultime elezioni.
Quello che resta da difendere, semmai, è il principio che in un Paese serio le sciocchezze andrebbero chiamate con il loro nome. Non per zittire chi le dice, ma per rispetto verso chi ascolta.
Caro Odifreddi, Taiwan non è Salò.
È una democrazia piena, classificata al dodicesimo posto al mondo, abitata da ventitré milioni di cittadini che non hanno bisogno del permesso di nessuno per esistere.
La prossima volta che le capita di parlarne in TV, forse varrebbe la pena fare prima un giro a Taipei. Si scoprirebbe, magari con sorpresa, che è una delle città più libere e vive del continente asiatico.









