Il mondo come scacchiera: tre leader anziani, un’idea imperiale e il rischio di un’Europa servita a tavola

Riccardo Lo Monaco
09/01/2026
Orizzonti

Nel 2025 il mondo appare sempre più come una scacchiera ottocentesca, sulla quale tre leader anziani muovono pedine secondo logiche che sembravano archiviate con la fine della Guerra fredda.

Donald Trump, Xi Jinping e Vladimir Putin — alla guida delle tre principali superpotenze globali — sembrano accomunati da una visione della politica internazionale fondata sulla spartizione delle sfere di influenza, sul primato della forza e su una concezione “imperiale” del potere. Non un ordine multilaterale, ma un concerto tra grandi, in cui i più forti decidono e gli altri subiscono.

Canoni politici novecenteschi nel secolo delle interconnessioni

La storia, però, non si ripete mai identica: oggi questa visione del mondo si innesta su un contesto radicalmente diverso: interconnesso, tecnologico, fragile. Ed è qui che emerge un problema spesso sottovalutato: quello generazionale.

Trump (classe 1946), Putin (1952) e Xi (1953) appartengono a una generazione cresciuta politicamente nel Novecento, formata da guerre fredde, blocchi contrapposti, materie prime come leva di potere e confini come linee da difendere o spostare. È inevitabile che l’età, più ancora che l’anagrafe, condizioni lo sguardo sul mondo: una visione che tende a leggere la complessità del XXI secolo con categorie del XIX e del XX. Stati come imperi, risorse come bottino, alleanze come strumenti temporanei e revocabili.

Il risultato è una politica estera muscolare, poco incline alla sintesi tra ideale e pragmatismo, e soprattutto incapace di parlare alle nuove generazioni, che vivono in un mondo segnato da: crisi climatica, transizione energetica, intelligenza artificiale, catene globali del valore e minacce non convenzionali. Il vero vuoto non è solo di potere, ma di leadership emergenti: figure capaci di tenere insieme visione e realismo, principi e interessi, senza scivolare né nel cinismo né nell’utopia.

La realpolitik cinese

In questo quadro, le differenze tra i tre leader sono reali e significative, soprattutto se si confrontano Stati Uniti e Cina. Xi Jinping, pur guidando un sistema autoritario e repressivo, mostra una lungimiranza strategica che va oltre il breve periodo. La Cina ha compreso da tempo che il petrolio, oltre a essere una risorsa finita, è anche una vulnerabilità geopolitica. Per questo Pechino investe massicciamente in energie rinnovabili, reti elettriche, auto elettriche, batterie, terre rare e infrastrutture verdi. Non è idealismo ecologista: è realpolitik del XXI secolo. Ridurre la dipendenza energetica significa ridurre l’esposizione ai ricatti e aumentare l’autonomia strategica.

Le categorie obsolete della politica di potenza trumpiana

All’opposto, l’approccio dell’amministrazione Trump appare ancorato a una visione regressiva. La centralità del petrolio ritorna come ossessione geopolitica, fino a giustificare nuove tensioni e conflitti in aree già instabili. Persino la “guerra al narcotraffico” viene riletta con categorie obsolete, come se il problema globale delle droghe fosse ancora la cocaina e come se il baricentro fosse il Sud America. Nel frattempo, l’emergenza reale si chiama fentanyl: una droga sintetica, devastante, che non nasce nelle piantagioni ma nei laboratori chimici e nelle filiere industriali globali. Combatterla con strumenti concettuali degli anni Ottanta significa combattere l’ombra di un problema che non esiste più, lasciando intatto quello reale.

La concezione terricola di Putin

Putin, dal canto suo, incarna forse la forma più classica di questa visione imperiale: territori, confini, zone cuscinetto, influenza militare diretta. Una politica che guarda alla storia come a una legittimazione e al futuro come a una minaccia. Anche qui, l’età politica pesa più di quella biologica: la Russia di Putin combatte il mondo di domani con le mappe di ieri.

E l’Europa? È qui che la partita si fa decisiva

Perché se il mondo viene trattato come un tavolo apparecchiato dai “tre grandi”, il rischio concreto è che l’Europa finisca nel menù. E questo nonostante un dato spesso ignorato: nel 2025 l’Europa, considerata come continente e non solo come Unione Europea, resta il più grande mercato del mondo e, secondo diverse stime, ha mostrato una capacità di crescita economica superiore a quella statunitense. Un gigante economico, ma ancora un nano politico e strategico.

La fragilità europea è aggravata dall’incertezza sull’ombrello NATO. L’atteggiamento dell’amministrazione Trump, oscillante tra disimpegno e ricatto, ha reso evidente una verità scomoda: la sicurezza europea non può dipendere in eterno dagli umori della politica interna americana. Anche l’alleanza più solida può sgretolarsi se viene svuotata di fiducia.

Da qui l’urgenza di una nuova formula istituzionale europea

Non necessariamente una federazione classica, ma una struttura più agile, capace di decisione rapida e di integrazione reale su difesa, politica estera, industria strategica ed energia. Un modello che potrebbe prendere spunto dalla cosiddetta “coalizione dei volenterosi”: un nucleo di Paesi europei — UE e non UE, UK compreso — pronti ad avanzare insieme senza essere frenati dai veti incrociati.

Non si tratta di contrapporsi ai grandi, ma di smettere di essere oggetto delle loro trattative. In un mondo che cambia a velocità vertiginosa, restare immobili equivale a scegliere il declino. L’Europa ha le risorse economiche, umane e culturali per essere un polo autonomo. Quello che ancora le manca è una leadership all’altezza del tempo: non nostalgica, non imperiale, ma finalmente adulta.


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