Modus credendi: teocrazie e populismi che minacciano l’unica vera forma di libertà.

Umberto Cuomo
03/01/2026
Radici

Mentre le piazze d’Occidente ribollono di un furore selettivo, il mondo si sta spaccando lungo una faglia che non è più geografica, ma antropologica. Da una parte, l’Iran del regime che oggi, 3 gennaio 2026, minaccia il “caos totale” per bocca di Khamenei; dall’altra, il populismo muscolare di Donald Trump che promette una “libertà” che rischia di essere solo una diversa forma di sottomissione. In mezzo, i popoli, schiacciati tra l’incudine di una fede fatta arma e il martello di una politica fatta show.

Il paradosso di Gaza: una libertà già prigioniera

Dobbiamo smetterla con l’ipocrisia di chi parla del futuro della Palestina come di un rischio di deriva teocratica. La verità è più cruda: Gaza è già nel baratro. Non dobbiamo temere che ci scivoli; dobbiamo prendere atto che vi è immersa da anni. Sotto il dominio di Hamas, il dissenso è già apostasia e la libertà femminile è già un reato punito con la forza. Gridare “Palestina Libera” ignorando che una parte di quel popolo è già ostaggio di un regime islamista interno è un esercizio di cecità morale. Se la liberazione dall’occupazione esterna non coincide con la liberazione dall’oppressione teocratica interna, stiamo solo avallando un cambio di carceriere. Chi manifesta per Gaza ma tace sulle catene imposte dal fondamentalismo islamico ai palestinesi stessi, non sta difendendo un popolo, sta difendendo un’ideologia.

Israele: il labirinto dei dogmi

Anche sul fronte israeliano, la confusione regna sovrana. Dobbiamo distinguere per capire. Da un lato ci sono gli ebrei ultra-ortodossi (Haredim), paradossalmente spesso contrari all’esistenza stessa dello Stato di Israele (in quanto entità laica che anticipa il Messia) e refrattari ai doveri civili come il servizio militare. Dall’altro, c’è la destra nazionalista religiosa, che invece fonde messianismo e politica statale. È questa seconda forza che spinge Israele in un limbo cupo: un luogo dove il confine tra Stato di diritto e identità etno-religiosa si fa poroso. Quando il dogma nazionalista si appropria delle istituzioni, la democrazia liberale vacilla, schiacciata tra chi lo Stato non lo vuole e chi lo vuole trasformare in uno strumento teocratico.

La nuova liturgia contemporanea: il populismo

Si fa un gran parlare del supporto di Trump alla libertà degli iraniani. Ma attenzione: il populismo contemporaneo non è un’alternativa alla teocrazia, ne è la versione secolarizzata. Negli Stati Uniti, questo si fonde con il protestantesimo carismatico, una forza religiosa che non ha eguali in Europa e che trasforma il leader politico in una figura messianica. Se i social media non sono un testo sacro in senso letterale, ne sono diventati la liturgia quotidiana: un flusso di “verità” indiscutibili che non richiedono verifica ma solo fede. Il populista non cerca elettori, cerca fedeli. E quando la politica diventa una questione di fede nell’Unto di turno, il pensiero critico — cuore della democrazia — viene sacrificato sull’altare del consenso immediato.

Il nemico comodo e il silenzio su Teheran

Perché le piazze si riempiono per Gaza e restano tiepide per le donne di Teheran? La risposta è nel “nemico”. Manifestare per Gaza è “facile” perché permette di puntare il dito contro un nemico esterno e identificabile — Israele — spesso ridotto a slogan come “Stato genocida“. È una narrazione che rassicura perché mette nel mirino quello che molti percepiscono come il braccio armato del sistema di valori occidentale o “giudaico”.

Manifestare per l’Iran, invece, è scomodo. Significa ammettere che il male può essere interno a una cultura che l’Occidente ha deciso di non criticare per un malinteso senso di tolleranza. Significa riconoscere che una teocrazia islamica è un carnefice reale. Il doppio peso etico è qui: si accusa l’Occidente di ogni colpa per non dover affrontare l’orrore di un regime che uccide in nome di Dio. Ma ignorare le ragazze impiccate a Teheran per non apparire “intolleranti” è l’atto più discriminatorio possibile: significa decidere che quei popoli non hanno diritto alla libertà universale.

Sanare il futuro

Nessun popolo è padrone del proprio destino finché deve scegliere tra il bunker di un Ayatollah, il dogma di un colono o il profilo social di un leader populista. La democrazia va sanata con un ritorno alla ragione laica e al dubbio. Dobbiamo avere il coraggio di essere intolleranti con chi usa Dio per calpestare l’uomo. Perché la libertà non è un dogma, né un post di successo: è il diritto di ogni individuo di vivere senza dover chiedere il permesso a un cielo o a un capo.