Da Milano, passando per Teheran, Caracas, Kyiv, Tel Aviv e Tblisi: uno spaccato di lotte per la Libertà
A Milano, durante una manifestazione a sostegno del popolo iraniano, ho visto qualcosa che va oltre la solidarietà “di rito”: comunità diverse — iraniana, ebraica, ucraina, venezuelana, georgiana — ritrovarsi nello stesso spazio pubblico per affermare una cosa semplice e radicale: la libertà non è una bandiera di parte, è un principio. E quando viene attaccata, in qualunque continente, chi crede nel mondo libero non può far finta di nulla.
Questa convergenza non nasce dal caso. È figlia di un contesto geopolitico in cui l’autoritarismo non è più (solo) un problema interno di singoli Paesi, ma un fenomeno interconnesso: regimi che si osservano, si imitano, si sostengono, condividono strumenti di propaganda e repressione. E, dall’altra parte, società civili e diaspore che costruiscono alleanze morali e politiche, spesso prima e meglio dei governi.


foto di: Andrea Maniscalco (L’Europeista)
Un filo rosso: libertà contro repressione, non “Occidente” contro “resto del mondo”
Partiamo dall’Iran. Le proteste che stanno attraversando il Paese — con la repressione, i blackout informativi e una narrazione ufficiale che tenta di isolare i manifestanti — ricordano quanto l’autoritarismo contemporaneo abbia imparato a controllare non solo le piazze, ma anche le reti, le comunicazioni, la realtà stessa che arriva all’estero. Il blackout diventa arma politica: serve a spegnere testimonianze, a rendere invisibile la violenza.
Questo è il primo punto chiave: le battaglie democratiche non sono più confinabili nello spazio nazionale. L’ecosistema informativo è globale, come globali sono gli effetti della repressione (migrazioni, destabilizzazione regionale, radicalizzazione, ostilità verso l’Occidente). Per questo una manifestazione a Milano non è “simbolica”: è un pezzo della contesa sulla legittimità.
Ucraina e Georgia: l’Europa come confine politico, non geografico
L’Ucraina è oggi la frontiera più evidente del confronto tra ordine liberale e imperialismo. Ma non è sola. La Georgia, con le crisi politiche, le proteste pro-europee e le tensioni legate a normative sulla “foreign influence” (che molti osservatori riconducono a logiche simili a quelle usate da regimi autoritari per comprimere società civile e media), mostra un elemento cruciale: l’allargamento dell’Europa non è solo un dossier burocratico; è un campo di battaglia tra modelli di Stato. (link all’intervista di Emanuele Pinelli alla Presidente leggittima della Repubblica di Georgia Salomé Zurabishvili)
Qui emerge una seconda intuizione: l’autoritarismo non avanza soltanto con i carri armati. Avanza anche con strumenti legali e amministrativi che “normalizzano” la repressione: registri, etichette, accuse di agenti stranieri, controlli selettivi. La forma cambia, la sostanza resta: ridurre lo spazio del dissenso.
Israele: identità democratica e vulnerabilità strategica
Il caso israeliano è spesso trattato solo in termini emotivi o identitari. Eppure, nel quadro che stiamo descrivendo, Israele rappresenta anche un punto di attrito strutturale: democrazia sotto minaccia, bersaglio di campagne di delegittimazione, inserita in un Medio Oriente dove attori statuali e non statuali — spesso sostenuti o armati da regimi ostili come per appunto quello Iraniano — testano il confine tra sicurezza e tenuta istituzionale.
Senza semplificare: la presenza della comunità ebraica in piazza, accanto a chi sostiene gli iraniani e gli ucraini, racconta una cosa che vale più di mille comunicati: esiste una consapevolezza comune della fragilità delle democrazie quando vengono attaccate dall’esterno (e dall’interno) con strumenti ibridi; come terrorismo, disinformazione e intimidazioni multilivello.
Venezuela: la leadership americana come bussola del mondo libero?
Il caso venezuelano rappresenta, in questo senso, un passaggio politico decisivo. L’azione degli Stati Uniti contro il regime di Nicolás Maduro — al di là delle reazioni istintive — va interpretata per ciò che è: un atto di leadership. In un sistema internazionale sempre più segnato dall’audacia degli autoritarismi, Washington ha scelto di non limitarsi alla condanna verbale, ma di assumersi la responsabilità di intervenire contro una dittatura che da anni soffoca il proprio popolo, destabilizza l’area e si regge su repressione, corruzione e alleanze ostili all’Occidente.
Leggi i nostri approfondimenti e le nostre analisi successive all’azione americana del 3 gennaio (Palma, D’Andrea, Brioschi, Lo Monaco, Verdoliva, Vivenzi, Hausmann)
Da europeista e atlantista, ritengo che questa scelta chiarisca un punto spesso rimosso dal dibattito europeo: il mondo libero non si difende da solo. I valori che l’Occidente proclama — libertà, diritti, autodeterminazione — hanno bisogno di unaforza politica e strategica che li renda credibili. Senza una guida, quei valori rischiano di ridursi a un linguaggio morale privo di conseguenze. Gli Stati Uniti, anche sotto la presidenza Trump, hanno dimostrato di essere ancoral’unico attore disposto a esercitare questa funzione di deterrenza e, quando necessario, di azione.
L’Europa appare esitante proprio perché fatica ad accettare questa realtà: non esiste una contrapposizione tra valori e forza, se la forza è messa al servizio della libertà. Il vero rischio non è l’intervento, ma l’inazione; non il precedente politico, ma l’idea che le dittature possano essere tollerate in nome di una stabilità apparente. In questa prospettiva, il Venezuela non è un’eccezione, ma un segnale.
Ed è difficile non trarre una conclusione più ampia: se l’Occidente intende essere coerente con sé stesso, non può ignorare che la stessa determinazione mostrata a Caracas sarà prima o poi necessaria anche altrove — dall’Iran, dove un regime teocratico reprime brutalmente ogni richiesta di libertà, a tutti quei contesti in cui l’autoritarismo si regge sull’assenza di una risposta credibile. La leadership americana, con tutti i suoi limiti, resta oggi il perno attorno a cui può ancora ruotare la difesa del mondo libero.

L’allineamento delle diaspore: una geopolitica dal basso
In questo quadro, l’immagine di Milano — iraniani, ucraini, georgiani, venezuelani, comunità ebraica — è una piccola lezione di geopolitica “dal basso”. Le diaspore non sono semplici comunità culturali: sono attori politici che influenzano agende, sensibilità, scelte elettorali, priorità mediatiche. E spesso funzionano come anticorpi: tengono viva l’attenzione quando la politica istituzionale si distrae o quando l’opinione pubblica si stanca.
C’è anche un aspetto interessante, che la scienza politica recente ha iniziato a misurare: le grandi crisi internazionali possono generare un “rally for democracy”, cioè un rafforzamento dell’identificazione con la democrazia come ideale globale, non solo come preferenza domestica.
È esattamente ciò che si percepisce quando comunità con storie diverse riconoscono uno schema comune: repressione, propaganda, prigionieri politici, esilio, censura, aggressione esterna, criminalizzazione del dissenso.
Un’idea di Occidente che non sia nostalgia
La tentazione, in tempi confusi, è ridurre la categoria “Occidente” agli scaffali della nostalgia o della retorica. Ma l’Occidente, se vuole essere qualcosa di politicamente utile, deve tornare ad essere un progetto: difesa delle democrazie, sicurezza collettiva, economia aperta, tutela dei diritti, resilienza contro la guerra ibrida, investimento su informazione libera e società civile.
Questo richiede una politica transatlantica forte — sì — ma anche matura: capace di distinguere tra alleanze e sudditanza, tra interesse e opportunismo, tra forza e abuso. Soprattutto: capace di non lasciare soli i popoli che chiedono libertà, e di non abbandonare l’Europa al suo riflesso peggiore, quello dell’ambiguità permanente.
Perché la linea che unisce Teheran, Kyiv, Tbilisi e Caracas non è una mappa astratta. È una domanda rivolta a noi: che cosa facciamo, concretamente, quando la libertà viene assediata?








