Milano-Cortina, il casco della memoria e la neutralità ipocrita del CIO

Riccardo Lo Monaco
12/02/2026
Orizzonti

Alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, lo sport avrebbe dovuto parlare il linguaggio universale della competizione, della resilienza, della pace. E invece, a far rumore, è oggi un casco.

Vladyslav Heraskevych, atleta ucraino simbolo di una generazione cresciuta tra guerra e sogni olimpici, è stato squalificato per aver indossato un casco su cui erano impresse le immagini di atleti ucraini uccisi dopo l’invasione russa. Non uno slogan politico o un appello diretto contro l’avversario russo, ma volti. Volti di colleghi, amici, giovani sportivi caduti non in pista ma sotto le bombe che hanno distrutto, per sempre, i loro sogni olimpici.

Il Comitato Olimpico Internazionale ha motivato la decisione richiamandosi al principio di neutralità politica sancito dalla Carta Olimpica, che vieta manifestazioni e propaganda di natura politica durante le competizioni. Una regola storica, ribadita più volte nel corso degli anni, pensata per proteggere i Giochi da strumentalizzazioni ideologiche.

Eppure, in questo caso, la sensazione diffusa è che il confine tra neutralità e umanità sia diventato improvvisamente sottile. E ipocrita.

Neutralità olimpica e memoria in guerra

Il CIO difende da sempre l’idea che lo sport debba rimanere uno spazio neutro, un territorio sospeso rispetto ai conflitti del mondo. È un principio che affonda le radici nell’ideale olimpico moderno: creare un luogo dove le nazioni possano incontrarsi senza armi, almeno simbolicamente.

Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, lo stesso CIO aveva preso posizione con decisioni difficili, limitando la partecipazione degli atleti russi e bielorussi, e sostenendo economicamente e logisticamente gli atleti ucraini costretti ad allenarsi sotto le sirene antiaeree o lontano da casa. Heraskevych, in passato, era stato considerato uno dei volti di quella resistenza sportiva che il movimento olimpico aveva dichiarato di voler proteggere.

Proprio per questo, la squalifica colpisce in modo particolare. Non si tratta di un gesto isolato contro un atleta qualsiasi, ma contro uno che il sistema olimpico aveva contribuito a sostenere.

Il nodo è tutto qui: il casco di Heraskevych era propaganda politica o atto di memoria? La Carta Olimpica vieta espressioni politiche sul campo di gara. Ma ricordare atleti morti in guerra è un atto politico o umano? È una presa di posizione contro uno Stato o un gesto di lutto collettivo?

La risposta del CIO è stata formale: qualsiasi riferimento diretto a un conflitto in corso può essere interpretato come messaggio politico. La coerenza regolamentare impone uniformità.

Eppure, le Olimpiadi non sono mai state davvero impermeabili alla storia. Dai pugni alzati di Tommie Smith e John Carlos nel 1968 al rifiuto di competere contro determinate nazioni in altri contesti storici, lo sport è sempre stato attraversato dalla realtà. Fingere il contrario non ha mai cancellato le tensioni: le ha solo rese più evidenti.

In questo caso, la domanda che molti si pongono è se il CIO non abbia sacrificato l’umanità sull’altare della neutralità. Perché il casco di Heraskevych non invocava odio, non chiedeva sanzioni, non lanciava slogan: ricordava nomi, volti, storie spezzate di atleti che sognavano di calcare campi e piste olimpiche.

Il precedente di Milano-Cortina e il rischio del silenzio

La neutralità assoluta può trasformarsi in indifferenza? È possibile difendere l’idea di sport come spazio neutro senza negare il diritto al dolore?

C’è un paradosso evidente: il movimento olimpico sostiene economicamente gli atleti colpiti dalla guerra, riconoscendo implicitamente l’esistenza del conflitto e le sue conseguenze, ma chiede loro di non mostrarne i segni più dolorosi sul campo di gara.

La squalifica di Heraskevych apre un precedente complesso. Se si ammette l’espressione di memoria legata a un conflitto, dove si traccia il limite? Se si vieta tutto, si rischia di trasformare l’atleta in un corpo neutro, privo di biografia, senza storia.

Le Olimpiadi di Milano-Cortina avrebbero potuto essere l’occasione per ribadire che lo sport non è estraneo al mondo, ma può essere uno spazio di dignità e ricordo. Invece, la scelta è stata quella di applicare rigidamente la norma.

Una domanda resta.

Forse il CIO temeva un effetto domino, la politicizzazione diffusa dei Giochi. Forse ha voluto prevenire tensioni ulteriori in un contesto già fragile. Ma resta una domanda difficile da ignorare: nel tentativo di proteggere l’universalità olimpica, il Comitato ha perso qualcosa della sua umanità?

Heraskevych non ha cambiato il risultato di una gara. Non ha alterato l’equilibrio sportivo. Ha portato con sé un pezzo del suo Paese ferito.

E oggi, più che la squalifica di un atleta, pesa il silenzio imposto a una memoria.