Mercati e influenze, perché il filo teso tra Washington e Pechino passa anche per Roma
Nelle stanze riservate di Palazzo Chigi, la mappa degli interessi strategici italiani è diventata anche una mappa geopolitica. Sul tavolo ci sono Pirelli, CDP Reti, Ansaldo Energia e una costellazione di aziende nei settori più sensibili: energia, trasporti, tecnologia, finanza. In ciascuna di queste realtà c’è, in misura diversa, una quota di capitale cinese. E in ciascun dossier il governo Meloni deve decidere se, e fino a che punto, ridurre quella presenza per evitare frizioni con Washington.
Secondo fonti citate da Bloomberg, Roma sta valutando piani per spingere gli investitori cinesi a cedere quote in società chiave, siano esse pubbliche o private. Il caso più eclatante è Pirelli, fornitore di pneumatici per la Formula 1, in cui Sinochem – colosso statale cinese – detiene il 37%. Negli Stati Uniti, la proprietà cinese ha già acceso allarmi: Washington ha avvertito che le gomme dotate di sensori “intelligenti” potrebbero essere soggette a restrizioni per il timore di raccolta dati. Già nel 2023 il governo italiano aveva usato lo strumento della golden power per limitare l’influenza di Sinochem, imponendo “prescrizioni” a tutela delle tecnologie più sensibili. Ad aprile di quest’anno, su richiesta delle autorità italiane, il consiglio di amministrazione di Pirelli ha formalmente ridotto lo status di governance dell’azionista cinese, sancendo la perdita di controllo sulla società.
Pirelli, però, è solo la punta dell’iceberg. Nel mirino ci sono anche CDP Reti – che controlla le reti energetiche nazionali e ha il 35% in mano a State Grid Corporation of China, con due rappresentanti in consiglio – e Ansaldo Energia, tra i maggiori produttori mondiali di centrali elettriche. Anche se Shanghai Electric ha ridotto la propria quota dallo storico 40% a un simbolico 0,5%, la semplice presenza cinese continua a bloccare la partecipazione dell’azienda a gare e appalti negli Stati Uniti.
Il quadro complessivo è ampio: in Italia ci sono circa 700 aziende con una quota di capitale cinese, ma la priorità del governo è concentrata sui grandi attori dei settori strategici. Un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha già avvertito che la cooperazione con l’Italia è “mutuamente vantaggiosa” e “non dovrebbe essere ostacolata da terze parti”, chiedendo un ambiente “giusto, equo e non discriminatorio” per le imprese cinesi.

Dietro queste mosse c’è un contesto europeo e globale in rapido mutamento. Dopo aver accolto a braccia aperte i capitali cinesi nel post-crisi del 2008, l’Europa è ora impegnata in un difficile esercizio di de-risking: ridurre la dipendenza senza tagliare i rapporti. La presidenza von der Leyen ha spinto gli Stati membri a filtrare con attenzione gli investimenti esteri, indirizzandoli verso settori meno sensibili – come le gigafactory per le batterie dei veicoli elettrici – e lontano da infrastrutture critiche come porti e reti energetiche.
L’uscita dell’Italia, nel 2023, dalla Belt and Road Initiative di Xi Jinping ha segnato un passaggio cruciale. Fu l’unico Paese NATO a firmare il memorandum nel 2019, scelta che irritò Washington. Il disimpegno è stato gestito con cautela: ci sono voluti mesi di lavoro diplomatico per ricucire i rapporti con Pechino, culminati nella visita di Meloni a Pechino l’estate scorsa, celebrata dalla stampa cinese come un successo. Ora, però, Roma deve calibrare ogni decisione: spostare troppo l’ago verso Washington rischia di vanificare quel lavoro, mentre restare troppo aperti a Pechino potrebbe costare caro sul fronte atlantico.
Nel frattempo, la relazione transatlantica si sta ridefinendo. Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la linea americana verso la Cina si è ulteriormente irrigidita, soprattutto nei settori high-tech, automotive e delle infrastrutture critiche. Le restrizioni sui veicoli connessi controllati da società cinesi entreranno in vigore già nei prossimi anni, e le aziende europee dovranno adeguarsi se vogliono mantenere l’accesso al mercato USA.
La sfida per l’Italia, come per l’Europa, è evitare di restare schiacciati. Lo ha sintetizzato di recente Beniamino Irdi, già consigliere del ministro Giulio Terzi di Sant’Agata e oggi a capo della società di consulenza Highground: “L’Europa sta subendo uno shock asimmetrico: la Cina accelera la sua autosufficienza industriale mentre erode la base produttiva europea. Senza un’azione concertata, continueremo a essere divisi e reattivi, non proattivi”.
L’Italia è oggi un banco di prova di questa azione concertata: ogni scelta su Pirelli, CDP Reti o Ansaldo Energia è un messaggio sia a Washington sia a Pechino. Il rischio è alto, ma anche la posta in gioco: la capacità di mantenere margini di manovra in un mondo in cui le catene del valore, gli investimenti e la geopolitica sono ormai un unico intreccio.
Quel che è evidente è che, in un mondo dominato dalla rivalità tra superpotenze, un’Europa incerta e debole resta alla mercé dell’antico scontro tra America e Cina, che con ogni probabilità costituisce il fulcro di tutte le tensioni economiche, finanziarie e geopolitiche del nostro tempo. In un contesto in cui le grandi potenze usano l’economia e la tecnologia come armi, o si è padroni del proprio destino, o si è destinati a subire quello deciso da altri.








