Meloni e Trump, il paradosso di un’alleanza che conviene a uno solo
A ogni nuova dichiarazione di Donald Trump, in Europa, e in Italia in particolare, cresce una domanda: quanto può essere davvero utile alla destra italiana un leader americano così imprevedibile, aggressivo e spesso ostile agli interessi europei?
C’è un dato che in Italia si fa ancora fatica ad accettare: la destra americana di Donald Trump e la destra italiana di Giorgia Meloni non sono due varianti della stessa famiglia politica, bensì due mondi diversi, mossi da interessi diversi, che si incrociano solo in superficie e divergono radicalmente nella sostanza.
L’idea comune è che Trump e Giorgia Meloni siano molto affini, in quanto entrambi “sovranisti”, conservatori, “anti-establishment”, ma la realtà è molto più sfumata e, in alcuni casi, addirittura contraddittoria.
È un equivoco che fa comodo a molti, siano essi sostenitori zelanti che cercano appartenenze internazionali rassicuranti o critici che amano dipingere Meloni come una versione “temperata” del trumpismo, ma che, analizzato con attenzione, rivela un paradosso pericoloso: il rapporto con Trump rischia di essere molto più vantaggioso per Trump stesso che per Meloni.
Dietro la retorica della “vicinanza” politica, infatti, si nascondono divergenze profonde che potrebbero mettere in difficoltà proprio la leader italiana, specie in vista delle prossime elezioni.
La favola di un blocco conservatore globale
Da anni, a destra, si parla dell’idea di un “fronte conservatore internazionale”. Un racconto seducente fatto di leader forti, identità nazionali robuste, valori tradizionali, e rifiuto del “globalismo” (qualunque cosa sia), di un “noi contro loro” che promette semplicità in un mondo complesso. Ma la politica globale non funziona così.
Trump non vuole una rete internazionale di alleati conservatori: vuole che ogni Paese giochi una partita in cui gli Stati Uniti vincono sempre. È un nazionalista americano, non un costruttore di alleanze.
Per Trump l’Europa non è un alleato, ma un concorrente economico.
Da anni ripete che l’UE “frega gli USA sul commercio”, che gli europei “non pagano abbastanza” nella NATO, che l’America deve prima pensare a se stessa.
Tradotto: più dazi, meno cooperazione, più pressioni militari.
Una linea che, già durante il primo mandato, ha portato a tensioni commerciali e minacce di nuove tariffe sulle auto europee. Per Trump, chiaramente, l’Europa non è un partner. È un competitor.
Un blocco economico che esporta troppo, che spende poco in difesa e che, agli occhi dell’ex presidente, per anni ha “approfittato” dell’ombrello americano.
Nel suo schema mentale, l’UE funziona solo se compra prodotti americani, compra armi americane, segue le priorità politiche americane. Non certo se cerca una propria autonomia.
E l’Italia?
Nei confronti del nostro Paese, il ritorno al protezionismo USA rappresenta un colpo durissimo: dagli elettrodomestici alla moda, dalla meccanica ai prodotti agricoli, gran parte dell’export italiano verso gli Stati Uniti è già a rischio.
E questo rappresenta un problema gigantesco per l’Italia di Meloni, che negli ultimi tre anni si è imposta in Europa proprio puntando su credibilità, stabilità e dialogo costante con Bruxelles.
Trump parla a nome dell’America e per l’America. Il suo sovranismo significa: “Prima gli Stati Uniti”, “Prima l’economia americana”, “Prima il lavoro americano”.
Un’impostazione che non aiuta affatto governi europei che si definiscono sovranisti, anzi li mette in competizione diretta con il gigante d’Oltreoceano.
Meloni: istituzionale, atlantista, filo-UE. Il contrario del trumpismo
C’è una poi una distanza che molti fingono di non vedere. Giorgia Meloni, da premier, ha scelto un posizionamento internazionale preciso e istituzionale: difesa decisa dell’Ucraina, adesione convinta alla NATO, asse con la Commissione UE e rapporti solidi con gli altri importanti governi europei, paradossalmente più con Macron che con Orban, con il quale condivide ancora qualche retaggio di una destra ormai anacronistica, ma non certo il ruolo di cavallo di troia putiniano in Europa.
Una postura da leader affidabile, non da incendiaria politica.
Trump, al contrario, mina esattamente quei pilastri su cui l’Italia sta cercando di costruire la propria credibilità: minaccia gli alleati NATO “che non pagano abbastanza”, ipotizza di lasciare l’Europa da sola contro la Russia, attacca l’UE con toni bellicosi e ormai paventa con l’assoluta leggerezza che gli è propria, l’estinzione della civiltà europea, comunica per indurre shock, non stabilità.
Chiunque conosca la diplomazia internazionale lo sa: queste due posizioni non sono conciliabili, ancor di più se pensiamo alle posizioni dei due “amici” sull’Ucraina.
Anche nella comunicazione politica le distante sono molto più ampie di quanto si possa immaginare: Trump comunica attaccando, dai media agli avversari, dalle istituzioni americane fino ai suoi stessi alleati. È un conflitto permanente, una mobilitazione continua della base più radicale.
Meloni ha scelto un’altra strada, fatta di toni più istituzionali, di una volontà di non spaccare il Paese e del tentativo di essere rispettata nei consessi internazionali.
Un’eccessiva vicinanza a Trump rischierebbe di trascinarla in un modello comunicativo che potrebbe penalizzarla sia in Europa sia tra gli elettori moderati italiani.
I rischi per la premier italiana sono almeno tre: economico-industriali, politici e geopolitici.
I primi sono rappresentati dal ritorno ai dazi e al protezionismo USA che sta già danneggiando in modo diretto le esportazioni italiane. Inoltre, Trump spinge gli alleati ad acquistare più armi americane, ma l’Italia (così come l’Europa) sta cercando di sviluppare una propria autonomia militare-industriale.
Sul piano politico, invece, in Italia l’elettorato conservatore non è identico all’elettorato trumpiano e una sovraesposizione con l’ex presidente USA potrebbe alienare moderati, imprese ed elettori europeisti.
Sul fronte internazionale e degli equilibri geopolitici, se Trump ridurrà, come ormai certificato, il sostegno alla NATO, l’Italia resterebbe più esposta alle tensioni nel Mediterraneo, nei Balcani e nel Mar Nero.
Ogni volta che Trump apre bocca, aiuta un avversario di Meloni
C’è peraltro un aspetto sorprendentemente sottovalutato nel dibattito pubblico italiano: le politiche e le dichiarazioni di Trump sono, di fatto, funzionali alle forze politiche che si oppongono al modello di centrodestra rappresentato da Meloni.
Paradossalmente, Trump offre munizioni comunicative e politiche sia alla sinistra antagonista che alla destra filo-Putin.
Limitatamente alla sinistra antagonista, europea e italiana, ogni volta che il presidente USA attacca l’UE, la NATO o le democrazie liberali alleate, radicalizza il dibattito e rende più facile presentare il conservatorismo come una minaccia reazionaria, destabilizzante e anti-europea.
Un regalo narrativo alla sinistra più dura, che può rafforzare la contrapposizione “noi europeisti contro loro sovranisti”, indebolendo l’immagine governativa e istituzionale che Meloni sta cercando di costruire.
Allo stesso tempo, le ambiguità di Trump sulla Russia e sulla guerra in Ucraina finiscono per alimentare le forze conservatrici che guardano con simpatia al Cremlino.
Sono forze spesso in competizione con Fratelli d’Italia e con molte famiglie conservatrici europee— dalla galassia sovranista radicale fino ad alcuni partiti europei dell’Est — che usano Trump come legittimazione estetica e geopolitica per posizioni più estremiste e antieuropee.
Trump, con le sue posizioni muscolari e divisive, finisce per rafforzare gli estremi e indebolire i moderati conservatori.
Il contrario di ciò di cui ha bisogno un governo che vuole durare, consolidarsi e governare un grande Paese europeo.
Trump può nuocere a Meloni più di quanto possa aiutarla
Se Meloni sta lavorando per presentarsi come leader europea responsabile, Trump rappresenta l’esatto contrario: un fattore di caos, un detonatore politico, un moltiplicatore di crisi.
L’apparente affinità ideologica, che tanto piace a una certa narrazione, rischia di essere un peso enorme per il governo italiano che così, mettendo a rischio l’export, i rapporti con Bruxelles, la stabilità atlantica, la credibilità internazionale faticosamente costruita, rischia di perdere il consenso interno più moderato.
Se Trump ha solo da guadagnare da un sostegno europeo simbolico, Meloni, invece, ha tutto da perdere: alle prossime elezioni italiane, un Trump troppo protagonista potrebbe diventare un fattore destabilizzante più che un alleato.
Meloni lo sa bene. Per questo ha scelto un approccio prudente, fatto di cordialità pubblica ma distanza strategica. Un equilibrio sottile, che potrebbe però rompersi se la politica americana dovesse imboccare – ancora una volta – la strada del muro contro muro tracciata da Donald Trump.
L’alleanza più celebrata della destra contemporanea, insomma, rischia di essere un’alleanza a senso unico. E in politica, soprattutto in tempi come questi, le alleanze a senso unico sono le più pericolose di tutte.
Chissà quante volte, dopo che la Giorgia Meloni leader della destra “Dio, patria, famiglia” ha esultato per la vittoria di Trump, la Giorgia Meloni Presidente del Consiglio di una delle nazioni fondatrici dell’Unione Europea e componente del G7, si sarà chiesta quanto sarebbe stato più semplice su dazi, NATO, Ucraina e Medioriente, se alla Casa Bianca ci fosse finita quella donna, per lei un po’ troppo “woke”, ma almeno con tutte le categorie politiche (e non solo) in testa.
Una impasse tutta italiana
Se Sparta piange, Atene non ride. E se l’attrazione di Meloni per Trump può rischiare di rivelarsi fatale per la premier italiana e per un centrodestra che abbia ambizioni di un bis alle politiche del 2027, la sinistra italiana rischia di vedere sfumare ogni prospettiva di contendibilità del governo del Paese mutuando a titolo di programma politico di coalizione le posizioni, tanto opposte al trumpismo quanto estreme, delle piazze urlanti, troppo spesso violente nei toni e nei modi, alle quali la frankensteiniana e vasta leadership campolarghesca risponde sempre più tiepidamente, guardandosi bene dal condannare i nuovi “compagni che sbagliano”. Ma questo sarà oggetto di una prossima puntata.








