Il mediatore e il suo padrone: le indagini spagnole su Zapatero e sui fondi di Caracas

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Samuele Dario Lunghi
05/06/2026
Interessi

Madrid e Miami. Settemila chilometri di distanza, lo stesso giorno, la stessa architettura finanziaria.

Il 19 maggio 2026, la Audiencia Nacional firma l’ordinanza del giudice José Luis Calama: l’ex premier José Luis Rodríguez Zapatero è formalmente imputato per riciclaggio di denaro (blanqueo de capitales), traffico di influenze, falsità documentale e appartenenza a organizzazione criminale.
Nello stesso giorno, il tribunale federale del Southern District of Florida aggiunge un capo d’accusa contro Álex Saab, prestanome di Maduro, per aver riciclato attraverso i programmi alimentari CLAP e il petrolio PDVSA oltre 350 milioni di dollari.

Il mediatore e il faccendiere

Dal 2015 al 2019, Zapatero ha effettuato oltre cinquanta viaggi in Venezuela, trascorso centinaia di notti a Caracas, guidato la Mesa de Diálogo in Repubblica Dominicana con il mandato informale di trovare un accordo tra Maduro e l’opposizione democratica.
Non aveva un incarico ONU né un mandato UE.
Era l’uomo che l’Europa non era disposta a mandare ufficialmente e che il chavismo accettava perché non minacciava.

Nel febbraio 2018 il processo collassa.
La Mesa de la Unidad Democrática rifiuta di firmare l’accordo: per l’opposizione, il testo non garantisce condizioni minime di competitività elettorale. Julio Borges, presidente dell’Assemblea Nazionale, accusò Zapatero di aver minacciato i negoziatori che si rifiutavano di cedere, di aver legittimato Maduro e di essere nemico del Venezuela. Infatti Zapatero non ha mai chiamato Maduro dittatore.

L’ordinanza di Calama svela l’altra faccia di quella decennale mediazione. Al centro c’è Inteligencia Prospectiva SL, fondata a Madrid nel gennaio 2020 da Domenico Arnaldo e Guillermo Alfredo Amaro Chacón, figli di un assicuratore della compagnia petrolifera statale venezuelana PDVSA.

La società non produce nulla di verificabile. Il giudice la descrive come una struttura che “excede de forma manifiesta las capacidades y funciones propias de un empresario común, incidiendo en asuntos de Estado de primer nivel.”
Circa 500.000 euro finiscono in Whathefav SL, l’azienda delle figlie di Zapatero. La copertura formale è questa: Zapatero produce report, i clienti sono gli Amaro Chacón, il denaro non ha correlato reale secondo l’impianto accusatorio.

L’oro di Barajas

Il 20 gennaio 2020, due mesi prima che Inteligencia Prospectiva venisse fondata, l’aereo privato di Delcy Rodríguez atterrava a Barajas.
Rodríguez era bandita dal territorio dell’Unione dal 2017 per il suo ruolo nella repressione dell’opposizione venezuelana. Ad accoglierla c’era José Luis Ábalos, ministro dei Trasporti e segretario organizzativo del PSOE, insieme al suo advisor Koldo García.
Nella sala VIP dell’aeroporto, secondo i documenti dell’Unidad Central Operativa della Guardia Civil, Rodríguez propose l’acquisto di 104 lingotti d’oro venezuelano sanzionato per 68,5 milioni di dollari.

La versione ufficiale: Ábalos stava cercando di evitare un incidente diplomatico. Quando il caso Koldo riaprì il dossier nel 2024, saltò fuori la lettera, costellata da 27 errori grammaticali su appena 197 parole.
La lettera, firmata da Ábalos, è stata scritta da Víctor de Aldama, imprenditore già al centro della rete corruttiva di Madrid, a conferma che i canali istituzionali spagnoli erano stati appaltati a mediatori del tutto opachi.

Ábalos è oggi imputato nel caso Koldo: primo parlamentare spagnolo in attività mandato in carcere preventivo mentre ancora in carica.

Quindi è arrivata la risposta istituzionale europea, che dice più dello scandalo stesso.
Interrogata in merito, la Commissione, per bocca dell’Alto Rappresentante Josep Borrell, ha sigillato la questione dietro uno scudo burocratico inattaccabile: le sanzioni sui divieti di viaggio rientrano nella Politica Estera e di Sicurezza Comune, materia su cui Bruxelles non ha il potere formale di aprire procedure di infrazione contro uno Stato membro.
Nessuna indagine. Nessun richiamo.
Un tecnicismo legale che nasconde un messaggio politico: le sanzioni europee diventano inapplicabili se a violarle è uno stato abbastanza potente da non poter essere disturbato.

L’anti-atlantismo a pagamento

Pedro Sánchez ha costruito la propria narrativa europea su un posizionamento preciso.
Ha mantenuto la spesa militare spagnola ben al di sotto dell’obiettivo NATO, resistendo per anni alla pressione dell’Alleanza. Ha riconosciuto lo Stato palestinese nel maggio 2024. Ha qualificato Israele come “estado genocida.” Si è presentato come il volto del socialismo dissidente europeo, l’alternativa credibile al riarmo e al sovranismo, nonché l’unico leader di un grande paese europeo che rifiuta categoricamente di fornire supporto logistico agli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran.
Questa postura ha un prezzo di coerenza che il caso Plus Ultra rende difficile pagare.

Il margine di manovra internazionale di Sánchez è ostaggio della sua sopravvivenza interna. È il win-set di Putnam ridotto a zero: non può aumentare la spesa NATO senza perdere Sumar, non può prendere distanza da Zapatero senza spaccare il partito, non può cedere su Catalogna senza perdere Junts.
Ogni scandalo ha codificato un vincolo. Ogni vincolo ha ridotto la capacità negoziale verso l’esterno.

La Spagna vota le sanzioni UE al Venezuela, ma si rifiuta di riconoscere Edmundo González come presidente eletto dopo il luglio 2024. Ma quelle sanzioni esistono precisamente perché Bruxelles non riconosce la legittimità del regime. Votarle e rifiutare simultaneamente di riconoscere il candidato vincitore, con prove di frode diffuse, confermate e documentate, è una posizione incoerente per definizione.

Non riconoscere González come presidente eletto, chiedere l’allentamento delle sanzioni nel maggio 2026, difendere Zapatero a oltranza: tre decisioni di politica estera con la stessa radice interna.
Dipendere da capitali opachi esteri trasforma l’economia in uno strumento di coercizione strategica, quello che Waltz chiamava il rovescio dell’interdipendenza. I fondi venezuelani che hanno attraversato Plus Ultra sono il prezzo di un’indipendenza che Sánchez non ha mai avuto.

Il vuoto nel Consiglio

Un governo sotto assedio giudiziario non può guidare posizioni europee, non perché non voglia, ma perché ogni dossier diventa merce di scambio per la sopravvivenza interna.
La Spagna pesa nel fianco mediterraneo dell’Unione su migrazioni, politica energetica, relazioni con il Nord Africa, equilibri nel Consiglio Europeo. Ma le mani del governo spagnolo sono legate da troppe corde per poter esprimere questo peso.

C’è un dettaglio che chiude il cerchio con una certa precisione amara. Nel febbraio 2026 l’Alta Rappresentante Kaja Kallas accetta di proporre al Consiglio la revoca delle sanzioni contro Delcy Rodríguez, nel frattempo diventata presidente ad interim del Venezuela dopo la rimozione di Maduro.
L’OFAC americano l’ha rimossa dalla lista SDN in aprile. La stessa persona che nel gennaio 2020 non poteva transitare a Barajas è oggi un’interlocutrice diplomatica accettabile per Bruxelles.
Il cambio non è di principio. È di convenienza geopolitica, e quella convenienza ridefinisce retroattivamente sei anni di inerzia europea come una scelta deliberata.

Nessuna via d’uscita

Il problema non è Sánchez. È l’architettura che lo ha tenuto in piedi: una rete di dipendenze costruita pezzo per pezzo, ogni scandalo un mattone, ogni alleato di coalizione un vincolo in più.
Chiunque verrà dopo erediterà quella fragilità, senza avere gli strumenti per gestirla.

Il declino politico di Sánchez apre uno scenario insidioso per l’Europa. Il Partido Popular di Feijóo si presenta come l’alternativa atlantista affidabile: pro-NATO senza ambiguità, storicamente anti-chavismo, una scelta sicura per Bruxelles e Washington.
Un governo PP avrebbe però bisogno dell’estrema destra di Vox. Una Spagna che vira a destra consolida il blocco dei Patrioti Per L’Europa.
Se invece il PSOE arrivasse alle elezioni del 2027 ancora in carica, uscirebbe dallo shock con una sinistra di coalizione radicalizzata: la pressione per non perdere l’elettorato di Sumar spinge verso posizioni sempre più difficili da tenere in sede europea.
È lo stesso meccanismo che ha trasformato la gauche francese dopo l’ascesa della France Insoumise.

In entrambi i casi, l’Europa che emergerebbe dalle elezioni del 2027 non sarebbe più forte: solo diversamente fragile.
E mentre Bruxelles delibera, Washington stringe: il processo a Saab continua, l’OFAC mantiene la pressione sulle reti finanziarie chaviste, e la tolleranza spagnola verso quell’ecosistema la trasforma, agli occhi degli alleati, da partner NATO a potenziale falla nell’Alleanza.

L’Unione Europea ha assistito per anni a un governo membro penetrato da capitali di potenze autoritarie, a sanzioni violate senza conseguenze, a un ex premier usato come presunto terminale finanziario di un regime chavista.

La risposta ufficiale è stata un tecnicismo impeccabile: quelle sanzioni appartengono alla PESC, materia su cui la Commissione non ha il potere di aprire procedure di infrazione.
Tutto giusto sul piano legale.  
L’Unione Europea non ha chiuso gli occhi. Ha costruito un sistema in cui aprirli era facoltativo.