Marcel Déat, il “pacifista” che finì collaborazionista: monito alla politica italiana
La polemica di Carmelo Palma contro Matteo Salvini, riportata nel tweet poco sotto, offre l’occasione per rievocare una figura controversa della storia europea: Marcel Déat, un politico francese che da socialista “pacifista” degli anni ’30 finì a guidare, sotto l’occupazione tedesca, un partito collaborazionista al servizio del regime nazista. Un percorso che illumina le ambiguità di certo neutralismo e la fragilità di posizioni politiche (diffuse in tutto l’arco costituzionale: vedi sotto la posizione di Pier Luigi Bersani) che, in nome di un malinteso pragmatismo, finiscono per cedere alle peggiori forze della storia.
Il socialismo “neo” e l’illusione pacifista
Marcel Déat nasce nel 1894, milita a lungo nella SFIO (la sezione francese dell’Internazionale operaia) e si distingue come intellettuale raffinato, influenzato da correnti di pensiero che volevano rinnovare il socialismo francese. Dopo la Grande Guerra – combattuta da ufficiale e da decorato – Déat aderì a una linea politica incentrata sull’idea di un socialismo nazionalista, tecnocratico, sempre più distante dall’ortodossia marxista.
Negli anni Trenta, quando la Germania hitleriana rimetteva in discussione i trattati di pace e lanciava la sfida all’ordine europeo, Déat si impose come voce del pacifismo francese. Le sue prese di posizione contro un conflitto per i Sudeti nel 1938 o per Danzica nel 1939 riflettevano una linea diffusa in parte delle élite politiche francesi e britanniche: l’illusione che assecondare Hitler potesse garantire pace e stabilità. Déat, che allora si muoveva ancora nell’orbita socialista, rappresentava quella parte di sinistra pronta a sacrificare principi e alleanze pur di scongiurare lo scontro.
Dal rifiuto della guerra al collaborazionismo
La sconfitta francese del 1940 segnò per Déat il punto di svolta. Anziché difendere i valori repubblicani, aderì al regime di Vichy e fondò un proprio partito, il Rassemblement national populaire (RNP), che divenne una delle principali formazioni collaborazioniste. Non fu un comprimario: fu ministro del Lavoro nel 1944 e sostenitore convinto della collaborazione con la Germania nazista, anche sul piano militare.
L’ex “pacifista” che non voleva morire per Danzica finì per sostenere la macchina di guerra hitleriana e per legittimare il peggior tradimento della democrazia francese. Dopo la Liberazione fuggì in Italia, protetto da ambienti ecclesiastici, e morì a Torino nel 1955, in esilio e in disgrazia.
La lezione politica di Déat
Rievocare la parabola di Marcel Déat non è un esercizio erudito, ma un monito. La sua vicenda dimostra come il pacifismo di facciata, quando si traduce in rinuncia a difendere principi e libertà, può trasformarsi nel più ignobile degli accomodamenti. Non morire “per Danzica” voleva dire, in realtà, permettere a Hitler di dilagare in Europa: la tentazione di cedere al ricatto delle potenze aggressive, di travestire da “realismo” ciò che è in realtà resa, apre sempre la strada al disonore e alla sconfitta.
Come scriveva Camus nel 1944, “mal nominare le cose è aggiungere al male del mondo”. Chiamare pace la sottomissione è il peggior inganno politico. Ed è proprio quello che ci insegna la parabola di Marcel Déat.








