Mali: Francia fuori, Russia dentro. Poi il vuoto

Vilijar Ujkaj
30/04/2026
Frontiere

All’alba di sabato 25 aprile, Bamako, la capitale del Mali, si è svegliata sotto un attacco coordinato. Due esplosioni alla base militare di Kati, dove risiede il leader della giunta Assimi Goïta. Un’autobomba suicida ha distrutto la residenza del ministro della Difesa Sadio Camara, uccidendolo insieme alla moglie e due nipoti. Soldati russi difendevano l’aeroporto della capitale. Mille chilometri più a nord, i ribelli tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad annunciavano la conquista di Kidal. A rivendicare l’operazione, oltre ai tuareg, il JNIM: l’aggregazione jihadista affiliata ad al-Qaeda nel Sahel. Due forze ideologicamente incompatibili, coordinate al minuto contro lo stesso avversario.
Per capire cosa è successo davvero, e perché conta ben oltre il Sahel, bisogna risalire indietro di una decina d’anni.

Nove anni di Francia


Il Mali è stato per quasi un decennio il cuore della proiezione militare francese in Africa. Nel gennaio 2013 François Hollande lanciò l’Opération Serval: l’Azawad (il nord del paese) era caduto in mano a una coalizione di gruppi tuareg laici e gruppi jihadisti: la capitale Bamako era a tiro. L’intervento francese ebbe successo, in poche settimane Timbuktu, Gao e Kidal furono liberate. Hollande venne accolto in trionfo nella moschea-biblioteca di Timbuktu da una folla che sventolava bandiere francesi.
Da quell’operazione nacque nell’agosto 2014 l’Opération Barkhane, con mandato regionale nel Sahel: G5 Sahel, basi in Mali, Burkina Faso, Niger, Ciad. Si aggiunsero la missione ONU MINUSMA, le missioni UE EUTM ed EUCAP, e nel 2020 la Task Force Takuba: forze speciali europee a cui partecipò anche l’Italia con 250 uomini. Al picco di queste operazioni, l’insieme di forze regolari maliane e contingenti internazionali presenti sul territorio superava le 50.000 unità.


Eppure, gli incidenti violenti passarono da poco più di cento nel 2014 a oltre mille nel 2021. La controguerriglia uccideva leader jihadisti di alto profilo — Droukdel, al-Sahrawi, Bah Ag Moussa — ma il fenomeno si espandeva geograficamente, verso Burkina Faso, Niger, oggi anche Costa d’Avorio, Togo, Benin settentrionale. Un classico di molte campagne militari: vittorie tattiche, sconfitta strategica.
Sul piano politico, gli Accordi di Algeri del 2015, che dovevano integrare i tuareg nello Stato maliano attraverso decentralizzazione e riforma costituzionale, si arenarono. Il Carter Center, osservatore indipendente, descrisse la situazione come 201cstallo senza precedenti201d. Bamako non voleva davvero decentralizzare, l’Algeria mediatrice non poteva imporlo, l’Occidente non aveva strumenti di leva sufficienti.


Il punto di rottura furono i due colpi di stato del colonnello Assimi Goïta: ad agosto 2020 contro il presidente Ibrahim Boubacar Keïta, e a maggio 2021 contro il presidente di transizione Bah N’Daw. La giunta nasceva sull’onda di un sentimento popolare che vedeva Parigi come fallimento e ingerenza coloniale. Nel febbraio 2022 la Francia annunciò il ritiro, accusando la giunta di lavorare con i mercenari russi della Wagner, e la giunta rispose chiedendo il ritiro “senza indugio”: entrambe le parti salvarono così la faccia. Il 15 agosto 2022 l’ultimo soldato francese attraversò il confine col Niger. L’operazione Barkhane fu chiusa ufficialmente a novembre.

Il pacchetto russo: dalla Wagner all’Africa Corps


Già durante il ritiro francese, alla fine del 2021, sbarcarono i primi militari Wagner. La giunta negò ufficialmente; secondo il Dipartimento di Stato americano, l’accordo prevedeva un canone di circa dieci milioni di dollari al mese per il gruppo russo.
L’attrattiva del pacchetto russo rispetto a quello franco-occidentale per Goïta verteva su un punto fondamentale: nessuna condizionalità. Il gruppo Wagner non chiedeva elezioni, non discuteva di diritti umani, non distingueva tra i ribelli da combattere e quelli con cui negoziare. Tutti i nemici della giunta militare erano semplicemente nemici. E accettava pagamenti misti — denaro più concessioni minerarie sull’oro nel nord del Mali.
La questione Wagner è molto singolare: la struttura giuridica russa vieta formalmente le attività mercenarie. Ma proprio questa illegalità — paradossalmente ma volutamente — era funzionale al regime di Putin: manteneva i gruppi sotto la “verticale del potere”, restringeva il mercato ai favoriti di stato, e offriva a Mosca la possibilità di negare il suo coinvolgimento nelle sedi internazionali. Quartieri generali condivisi con il GRU a Krasnodar, decorazioni statali ai comandanti, intercettazioni che documentavano la catena di comando: tutto rivelava uno strumento dello Stato camuffato da impresa privata.
Il sistema cambiò volto tra 2023 e 2025. Dopo l’ammutinamento di Prigozhin del giugno 2023, la marcia verso Mosca e la sua morte sospetta in agosto, la struttura fu riassorbita ufficialmente nel Ministero della Difesa russo come Africa Corps, sotto il comando del viceministro Yunus-Bek Yevkurov. Più disciplina, meno autonomia, ma anche meno efficacia tattica e maggiore dipendenza da decisioni di Mosca contese con il fronte ucraino.
Oggi il personale russo in Africa si attesta intorno alle 5.000–6.000 unità, con dispiegamenti principali in Mali (circa 2.500 unità), Repubblica Centrafricana (1.500), Libia, Burkina Faso, Niger, Sudan. Una proiezione modesta in valore assoluto ma con grande leva politica, costruita non sulla quantità ma sul posizionamento in regimi fragili che hanno scelto Mosca come unico patrono.

La doppia rottura


La linea politica della giunta Goïta si può sintetizzare come una doppia rottura: esterna e interna, reciprocamente funzionali.
Sul piano esterno: nel 2023 viene espulsa MINUSMA dopo dieci anni; nello stesso anno nasce l’Alleanza degli Stati del Sahel con Burkina Faso e Niger; nel gennaio 2024 il governo termina unilateralmente gli Accordi di Algeri e lancia un attacco frontale all’Algeria; nel gennaio 2025 Mali, Burkina Faso e Niger escono formalmente dall’ECOWAS.
Sul piano interno, nel 2023 viene approvata una nuova Costituzione con scarsa partecipazione; le elezioni presidenziali e legislative sono rinviate sine die nel settembre 2023; i partiti politici sono sospesi nell’aprile 2024 e dissolti per decreto a maggio 2024; nel luglio 2025 una “Carta della Transizione” emendata concede a Goïta cinque anni di mandato rinnovabili “tante volte quanto necessario” senza elezioni.
Una geometria di chiusura sistematica: la giunta ha eliminato ogni canale che potesse metterla sotto pressione. Opposizione interna, mediazione regionale, quadro ONU, binario diplomatico algerino, stampa critica, cooperazione occidentale. Quel che resta è una linea diretta tra Bamako e Mosca, e una giunta militare auto-perimetrata.

Coordinamento, ma non alleanza


L’attacco di sabato 25 aprile va incasellato nello scenario appena descritto. Le forze che hanno colpito Bamako, Kidal, Sevaré e Gao sono di natura profondamente diversa.
Il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) è un movimento etno-nazionalista tuareg laico, con radici nelle rivolte del nord che si succedono dal 1963. Il suo orizzonte politico è l’autonomia o l’indipendenza della regione dell’Azawad: nazionalismo territoriale identitario.
Il JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin) è un’aggregazione jihadista salafita affiliata ad al-Qaeda, guidata da Iyad Ag Ghali, paradossalmente un ex leader della rivolta tuareg degli anni ’90 transitato al jihadismo. L’obiettivo è il governo islamico secondo la sharia su tutta la regione.
Queste due forze hanno fini politici incompatibili: un Azawad indipendente tuareg e laico, e un Sahel islamizzato sotto sharia non possono coesistere. Confermato anche dai precedenti storici: nel 2012, MNLA e gruppi jihadisti collaborarono per cacciare l’esercito maliano dal nord; tre mesi dopo, gli islamisti cacciarono i tuareg laici da Gao e Timbuktu. La convergenza si era sgretolata appena il nemico comune era arretrato.
Quello che abbiamo visto in questi giorni è dunque un coordinamento tattico più che un’alleanza strategica. Due insurrezioni distinte hanno trovato un’occasione per colpire simultaneamente un avversario indebolito, sfruttando l’attenuarsi dell’ombrello russo dovuto alla pressione del fronte ucraino. Domenica 26 aprile, Africa Corps ha negoziato con i tuareg un’uscita protetta da Kidal: i mercenari russi che nel novembre 2023 avevano riconquistato la città, due anni e mezzo dopo l’hanno restituita senza combattere.
L’erosione delle forze russe dovuta allo sforzo in Ucraina è lo stesso fattore che spiega anche la riconquista azera del Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 e la fuga di Assad dalla Siria nel dicembre 2024: il Cremlino che non riesce più a essere un garante per i suoi clienti.

Mappa di nessuno


Ma proprio qui sta la lezione del 25 aprile. L’attacco non è il segnale di una forza ritrovata di tuareg e jihadisti: è il segnale del vuoto attorno al regime maliano. FLA e JNIM hanno potuto colpire perché non c’è più nessuno fra loro e Bamako. Né Algeri che mediava, né MINUSMA che monitorava, né Barkhane che pattugliava, né partiti maliani che producevano dibattito politico interno.
Il Mali è ridotto al binomio giunta militare + Africa Corps, ed è quel binomio a essere stato attaccato, mostrando tutte le vulnerabilità: la morte del ministro Sadio Camara e il ritiro negoziato dell’Africa Corps da Kidal. Due fatti che non potrebbero spiegarlo meglio: il modello russo non è stato solo bucato. È stato accompagnato fuori.


Il Mali è un caso studio di cosa accade quando un governo tratta la sovranità come un gioco a somma zero fra dipendenza occidentale e dipendenza russa, ignorando opzioni terze — Turchia, Marocco, Cina, Stati del Golfo, India. Bamako ha optato per una sostituzione pulita di un patrono con un altro, e ora paga il prezzo della scelta. Quando il sostegno russo si è indebolito, il regime non ha più avuto alcun paracadute alternativo.
Quello che oggi pare un fronte unito è invece un equilibrio precario fra due insurrezioni che hanno scelto, per una settimana, lo stesso bersaglio. Il Sahel non è più mappa francese, ma non è ancora mappa russa. È mappa di nessuno. Ed è proprio questa, oggi, la sua condizione più pericolosa.

La lezione per l’Europa


Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il caso maliano dovrebbe essere un serio avvertimento. L’uscita coordinata della Francia e dei partner europei ha aperto un vuoto rapidamente occupato da Mosca. Ed è anche segnale che la proiezione russa si sta spostando verso l’arco atlantico africano (Guinea Equatoriale, Togo, possibilmente Senegal): un fronte che tocca direttamente le rotte energetiche del Golfo di Guinea, dove operano Eni e i nostri partner di sicurezza marittima.
Il Mali del 25 aprile non è solo un affare saheliano. È quello che potrebbe accadere alle nostre rotte energetiche se continueremo a credere che il vuoto strategico africano si regoli da solo e pacificamente.