C’è una parte di Magnifica Humanitas che sembra scritta per i nostri “pacifisti”

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Emanuele Pinelli
09/06/2026
Orizzonti

La prima enciclica di papa Leone sta facendo discutere soprattutto per le pagine specificamente dedicate agli algoritmi e all’IA.

Non c’è da stupirsi: ad oggi è stato l’unico tentativo di dare una piena legittimazione morale, giuridica e persino spirituale a un nuovo modello di design e di governance delle piattaforme digitali, che secondo il pontefice non vanno più progettate come la torre di Babele (unica, centralizzata, calata dall’alto, nelle mani di pochi e incurante della dignità umana) ma come le mura di Gerusalemme (con trasparenza, valutazioni d’impatto e condivisione delle responsabilità).

Solo così, sostiene il testo, la tecnologia potrà continuare a svolgere il suo ruolo naturale di “alleviare le sofferenze e aprire nuove possibilità”, invece di servire il disegno demoniaco di “ridurre la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema”.

Chi ha il passaporto di Babele?


Tutto questo è trapelato abbastanza sui grandi media. Ma l’enciclica, in realtà, contiene molto più dei due capitoli centrali imperniati sul tech – che peraltro sono un compendio di due documenti precedenti stesi da commissioni di esperti, Antiqua et Nova e Quo vadis humanitas.

Nella sua lunga meditazione, Leone ha ripreso i temi dei più significativi interventi che aveva fatto nel suo primo anno di pontificato: da quelli su verità e disinformazione di fronte ai giornalisti a quelli su pace e giustizia di fronte ai diplomatici, dai pareri sull’infanzia negli incontri con le scuole fino alle prediche per il Natale e per le feste di Maria.
Si ha davvero l’impressione che nel corso dell’anno nessuna sua parola fosse stata fuori posto, ma tutto fosse stato un lento lavoro preparatorio, come se Prevost vivesse già con la mente proiettata in Magnifica Humanitas dovunque si trovasse con il suo corpo.

Così, come c’è da aspettarsi, un’intera sezione è dedicata alla “cultura della potenza”, ovvero a come la torre di Babele si manifesta non nel mondo cyber ma nel mondo politico.

E qui il lettore ingenuo si pone subito una domanda: agli occhi di questo papa, chi sono i buoni e chi sono i cattivi?
Qual è il nome e il cognome dei padroni della torre di Babele, e che faccia hanno invece i ricostruttori di Gerusalemme?
Per fare solo l’esempio più scottante: la sua antipatia verso Trump è nota e ampiamente ricambiata, ma come giudica Putin?

Com’è ovvio, nell’enciclica nomi e cognomi non se ne fanno. Il perché è scritto nero su bianco: uno dei modi in cui la Santa Sede “si pone al servizio dell’umanità” è mediare nei conflitti “facendosi voce dei poveri, dei migranti e delle vittime delle guerre”.
Per non compromettere questo ruolo, si condanna il peccato ma non il peccatore.
Ciò premesso, in Magnifica Humanitas le condanne di alcuni peccati sono talmente precise e minuziose che è impossibile equivocare su chi il peccatore sia.

Putin, l’Ucraina e la cultura della potenza


Di certo a Putin saranno fischiate le orecchie quando il papa ha affermato che “qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile”, e più avanti che “riemergono forme di conflitto per espansione territoriale che si credevano superate” mentre “l’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione”. A più riprese Leone suona l’allarme contro “attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza” con l’IA che “entra in questi processi come fattore di accelerazione”.

Sfogliando la straordinaria invettiva contro i “nuovi attori armati – gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali – che segnano la fine del monopolio statale della forza” e “intrecciano motivazioni ideologiche vaghe con interessi economici molto concreti, trasformando la guerra in un vero modo di vivere per intere generazioni di giovani e bambini”, vengono in mente non solo Hamas, Hezbollah e affini, ma anche l’Africa Corps e i signori della guerra filorussi tra Libia e Sudan.

Dunque nessuna comprensione verso Putin.

D’altra parte, anche le autorità ucraine non ne escono del tutto assolte, perché al momento il loro esercito è quello che fa l’uso più disinvolto dei droni a intelligenza artificiale.
Un’arma che sì, negli ultimi sei mesi ha salvato l’Ucraina, facendo strage di camion e magazzini nemici a centinaia di km dal fronte senza alcun bisogno di pilotaggio umano (e quindi senza bisogno di segnale radio o GPS che i russi possono disturbare). Ma un’arma che in prospettiva, secondo Leone, avrà implicazioni disumane, in quanto “abbassa la soglia del ricorso alla violenza”, “riduce le vittime a dati” e invalida il diritto stesso alla legittima difesa, della quale una macchina incosciente non può valutare la legittimità.

(Va comunque osservato che i russi, se avessero le capacità tecnologiche, starebbero già facendo anche di peggio: anzi, da anni addestrano i loro droni usando come bersaglio i civili inermi di Kherson nei safari umani deplorati anche dall’ONU come crimini contro l’umanità).

Pensare alle erbacce del proprio campo


Sul piano dei grandi attori internazionali, perciò, ognuno ha i suoi difetti e le sue colpe di fronte a Dio, come è ovvio che sia.
Non ha senso imbastire banchetti cattolici contro il riarmo o contro i fondi all’Ucraina senza pretendere che in simultanea la Russia rinunci al suo espansionismo, così come non ha senso impugnare contro la Russia le parole del papa ignorando che anche alcune scelte difensive ucraine potrebbero avere implicazioni pericolose nel prossimo futuro.

I cattolici italiani e di altre parti d’Europa dovrebbero, piuttosto, soffermarsi su un capitolo dell’enciclica che forse passa un po’ sottotraccia, ma li inchioda sulle loro scelte personali di fronte al conflitto ucraino.

Si trova nella corposa pars construens della lettera del papa, che nel suo complesso – con lo spirito pratico che tanto invidiamo agli americani – dedica più pagine a proporre soluzioni che a lamentarsi dei problemi.

Si apre con la famosa citazione di Gandalf nel Signore degli Anelli: “Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo”.

E, dopo aver ricordato che “nessuno è senza responsabilità” e che l’idea che “i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli” è una tentazione da respingere, propone cinque impegni quotidiani per far prevalere “la logica della pace” contro “la logica della forza”.

I cinque impegni


Il primo è “fare un esame di coscienza sulle parole che usiamo, sui pregiudizi di cui sono impregnate e sull’aggressività, aperta o larvata, che le abita”.
Non proprio la specialità di Travaglio, di Belpietro, dei bot putiniani e degli altri farisei che in nome della “pace” chiedono la testa dell’Ucraina.

L’esame di coscienza sulle parole include anche dire la verità, che invece da quei propagandisti è stata travisata fin dall’inizio, con continue incoerenze non solo fattuali ma persino cronologiche (specie sul Maidan e sull’invasione della Crimea).
Col passare degli anni, svariati protagonisti russi della guerra delusi da Putin hanno raccontato quello che sapevano, da Igor Girkin a Ilya Remeslo passando per Evgenij Prigozhin, e quel racconto smascherava puntualmente la malafede di quel tipo di “pacifisti”.

Il secondo impegno è non cercare “una pace qualunque, un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia”. È la formula esatta usata nei negoziati dagli ucraini e dai loro alleati, mentre certi “pacifisti” farneticano di cedere territori o persone pur di farla finita.

Il terzo impegno è “assumere lo sguardo delle vittime”.
Qui Leone non ha fatto sconti: “Ci sono conflitti in cui non è giusto rimanere neutrali e non basta ritenere di non essere complici. Quando siamo davanti a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa. Per questo non possiamo restare a livello di analisi astratte” – proprio quelle con le quali intorbidano le acque i don Abbondi alla Caracciolo, Orsini e Barbero.

Se al loro posto, in televisione, fosse stata data ogni giorno la parola ai civili ucraini colpiti dal conflitto o ai loro parenti in Italia, se gli schermi ci avessero aiutato a “guardare i volti, ascoltare le storie, riconoscere le ferite”, la storia degli ultimi anni forse sarebbe stata diversa.

Il quarto impegno è “coltivare un sano realismo”, che il papa contrappone a due errori: da un lato “un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li piega, li rinomina, e finisce per abitare una realtà costruita a misura delle proprie convinzioni”, dall’altro “un realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare”.
Due atteggiamenti, anch’essi, tutt’altro che estranei ai più famosi sedicenti “pacifisti” di casa nostra.

Infine, dopo aver invitato a preferire il dialogo rispetto alla violenza (non proprio quello che succede ogni giorno sui social e ogni sera nei talk show) e aver condannato l’uso della religione per sacralizzare la guerra (il patriarca Kirill ne sa qualcosa), Leone difende i morenti organismi multilaterali (come quella Corte Penale Internazionale che ha spiccato un mandato d’arresto per Putin, facendo alzare più di un sopracciglio nel fronte “per la pace”).

Frutti inattesi


Qualunque cristiano sa che deve guardarsi dai lupi travestiti da agnelli, e che il segreto per non sbagliarsi è giudicarli dai loro frutti.
Ebbene, il capitoletto “tolkieniano” di Magnifica Humanitas ci mostra che talvolta, pur proclamando in astratto la “logica della pace”, si producono i frutti della “logica della forza”.

È questo, forse, il contributo più prezioso che l’enciclica dà sulla questione ucraina.
Nello stallo alla messicana tra le grandi potenze mondiali, forse – forse – un diverso modo di comportarsi nel quotidiano, soprattutto da parte di alcuni illustri cattolici, avrebbe fatto la differenza.