Madrid, Pechino, Taipei: il triangolo che Vox porta sul tavolo della Kallas

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Guido Gargiulo
10/05/2026
Poteri

Il partito di Santiago Abascal scrive all’Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea e chiede spiegazioni su quanto Pedro Sánchez avrebbe detto a Xi Jinping su Taiwan.
L’ufficio di rappresentanza di Taipei in Spagna ha pubblicamente ringraziato.
Sullo sfondo, quattro viaggi a Pechino in quattro anni e una linea diplomatica che imbarazza una parte dell’Europa.

Un post su X che ha fatto rumore

Ci sono delle volte dove un singolo post fa ciò che mesi di interrogazioni parlamentari non sono riusciti a fare: portare una questione scomoda al centro della contesa politica europea.

Il triangolo Spagna–Cina–Taiwan ne è la prova più recente.

Lo è diventato in modo netto quando l’account ufficiale di Vox Europa, su X, ha pubblicato una lettera indirizzata a Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, chiedendo spiegazioni in merito alle dichiarazioni che il governo di Pedro Sánchez avrebbe rilasciato a Pechino sulla questione Taiwan e, soprattutto, chiedendo che il presidente spagnolo dia conto in modo trasparente delle sue ripetute trasferte in Cina.

Il tono della lettera è quello che ci si può aspettare dal partito di Santiago Abascal: diretto, accusatorio, costruito per fare opinione più che per ottenere una risposta tecnica da Bruxelles.

Eppure, il tema sollevato è reale, concreto, e tutt’altro che marginale.
Pochi giorni dopo la pubblicazione del post, l’Ufficio Economico e Culturale di Taipei in Spagna — la rappresentanza diplomatica di fatto della Repubblica di Cina, attiva a Madrid dal 1973 in assenza di relazioni ufficiali — ha ringraziato pubblicamente il partito di Abascal per aver portato la questione all’attenzione delle istituzioni europee. Un ringraziamento che, da un soggetto solitamente prudentissimo nei toni, dice molto sul livello di preoccupazione di Taipei negli ultimi tempi.

Cosa Pechino sostiene che Sánchez abbia detto


Il nodo dove ruota attorno la questione è nato il 15 aprile, durante l’incontro tra il presidente del governo spagnolo e Xi Jinping nel Gran Salón del Pueblo, a chiusura del quarto viaggio in Cina di Sánchez in quattro anni. Davanti alle telecamere i due leader si sono scambiati i messaggi di rito sul rifiuto della “legge della giungla” e sulla volontà comune di stare “dalla parte giusta della storia”. Fin qui, “semplice” diplomazia.

Il problema è arrivato qualche ora più tardi, quando l’agenzia ufficiale Xinhua ha diffuso un comunicato che attribuiva a Sánchez una frase non pronunciata in conferenza stampa: “La Spagna aderisce fermamente al principio di una sola Cina”. La differenza, per chi invece mastica di diplomazia asiatica, è enorme. La “politica di una sola Cina” — formula utilizzata dall’Unione Europea, dalla Spagna stessa e da quasi tutti i Paesi occidentali — riconosce Pechino come unico governo legittimo della Repubblica Popolare ma non si pronuncia sulla sovranità di Taiwan. Il “principio di una sola Cina” è un’altra cosa: implica che Taiwan è parte inalienabile del territorio cinese e che la sua eventuale “riunificazione” è legittima. Un cambio di pochi millimetri di linguaggio, ma con conseguenze geopolitiche enormi.

La Moncloa, ad oggi, non ha smentito frontalmente né confermato. Si è limitata a rinviare alla posizione ufficiale del Ministero degli Affari Esteri, che continua a parlare di “politica” e non di “principio”. Ma il danno comunicativo, soprattutto a Taipei, è già fatto.

Quattro viaggi in quattro anni: l’ossessione cinese di Sánchez

Per capire al meglio l’irritazione di Vox e l’interesse genuino di Taiwan a sollevare la questione bisogna fare un passo indietro e contare. Sánchez è andato a Pechino nel marzo 2023, quando ha partecipato al Foro di Boao e ha incontrato Xi nell’anno del cinquantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. È tornato nel settembre 2024, in piena guerra commerciale tra Bruxelles e Pechino sulle auto elettriche, e in quell’occasione ha rotto il fronte europeo offrendo alle case automobilistiche cinesi la possibilità di aprire stabilimenti in Spagna. Un mese dopo, il governo spagnolo è passato dal sostegno ai dazi UE all’astensione, dopo che Pechino aveva aperto un’indagine sulla carne suina europea — di cui la Spagna è il primo esportatore.

Il terzo viaggio, nell’aprile 2025, si è svolto con Donald Trump appena rientrato alla Casa Bianca: il presidente americano aveva già accusato Sánchez di comportarsi come “membro dei BRICS”, legando la cosa alla riluttanza spagnola ad aumentare la spesa per la difesa nel contesto NATO. E infine, ad aprile 2026, il quarto viaggio: il più carico politicamente di tutti, in piena crisi mediorientale e con un Sánchez che ha rivendicato la visita come “un passo in più” nelle relazioni con la Cina. La Spagna si presenta da venti anni come “il miglior amico della Cina in Europa” — formula coniata già sotto governi precedenti — ma con Sánchez quella postura è diventata strategia organica, non solo retorica.

I numeri spiegano in parte la scelta. Nel 2025 la Spagna ha importato dalla Cina beni per oltre 50 miliardi di euro, esportandone meno di 8: una bilancia commerciale schiacciata, ma compensata dall’arrivo di investimenti cinesi, soprattutto nel settore dell’auto elettrica e dell’idrogeno verde. Durante l’ultima visita Sánchez ha firmato un memorandum con Envision Energy per la costruzione di un parco industriale in Spagna. Il calcolo è semplice: per Madrid, la Cina è la valvola di compensazione di una Europa “stanca” e di un’America imprevedibile.

Taiwan e Spagna, un rapporto silenzioso

In tutto questo, come si pone Taiwan nei rapporti con la Spagna?
In un cono d’ombra strutturale che però non equivale ad inesistenza.

Madrid ha rotto le relazioni diplomatiche con Taipei nel 1973, ma ha mantenuto canali sostanziali attraverso l’Oficina Económica y Cultural de Taipei, una rappresentanza non diplomatica con sede in Calle Rosario Pino che funziona da ambasciata di fatto. Negli ultimi anni gli scambi commerciali tra i due Paesi sono cresciuti soprattutto nei settori dei semiconduttori, delle tecnologie verdi e della componentistica industriale: Taiwan è uno dei principali fornitori mondiali di chip, e la transizione tecnologica europea ha bisogno di Taipei tanto quanto, se non di più, di Pechino.

Il punto delicato è proprio questo. Mentre la Commissione europea, attraverso la stessa Kallas, ha affermato a più riprese che l’UE “si oppone a qualsiasi tentativo unilaterale di alterare lo status quo nello Stretto di Taiwan, anche con la forza o la coercizione”, e ha indicato la sicurezza europea e quella indo-pacifica come “inseparabili”, la traiettoria spagnola sembra muoversi su di un binario parallelo. Non apertamente in rotta con Bruxelles, ma certamente più morbida verso Pechino di quanto non lo sia il consenso europeo. Da qui le domande che Vox chiede a Kallas di porre formalmente al governo spagnolo: cosa è stato detto realmente a Xi? E quanto pesano, in queste scelte, gli interessi economici a breve termine rispetto alla coerenza strategica dell’Unione?

Il calcolo politico di Vox

Non per ultimo, un dettaglio da considerare è che la lettera di Vox nasce in un partito di destra patriottica che da mesi cavalca ogni occasione utile per logorare Sánchez, dalle politiche migratorie alle inchieste giudiziarie che riguardano la sua famiglia e i suoi stretti collaboratori. Inserire la questione Taiwan in questa cornice è una scelta tattica trasparente: serve a spostare il fronte sull’estero, dove il governo è più scoperto, e serve a costruirsi credenziali internazionali — soprattutto dopo l’avvicinamento aperto di Vox all’amministrazione Trump.

Di fatti, il merito della questione resta integro anche al netto della motivazione. Che il post di Vox Europa abbia messo in moto un meccanismo è dimostrato proprio dal ringraziamento dell’ufficio taiwanese di Madrid: un soggetto diplomatico, per definizione, non si schiera con un partito politico se non quando ritiene che l’interesse del proprio Paese sia in gioco. Il segnale, da Taipei, è che Sánchez ha tirato decisamente troppo la corda. E che qualcuno, finalmente, lo sta dicendo ad alta voce.