Ma ‘sto fiume… ve piace o nun ve piace?

Rubrica a cura di Matteo Grossi
13/09/2025
Miscellanea

Nasce oggi “L’Italia dentro”, la nuova rubrica settimanale de L’Europeista a cura di Matteo Grossi. Ogni sabato leggeremo l’Italia con occhi diversi: non come un Paese chiuso nei propri confini, ma come parte integrante di un progetto più grande. Politica, economia, società: l’Italia è spesso un laboratorio di tutto ciò che può andare benissimo, o malissimo, in Europa, in Occidente e nel mondo. La rubrica avrà un tono volutamente provocatorio, perché scuotere convinzioni consolidate e smontare i luoghi comuni è l’unico modo per stimolare un dibattito serio. L’obiettivo non è compiacere, ma mettere in discussione, anche in modo scomodo, i nodi irrisolti della nostra democrazia.


Entro cinque anni potremo fare il bagno nel Tevere”. Così ha dichiarato il sindaco di Roma Roberto Gualtieri all’Expo 2025 di Osaka, durante l’evento dal titolo “La città eterna accoglie il futuro”.

E qui, inevitabile, nella mente di ogni romano è risuonata una frase scolpita nella memoria collettiva. Quella del sindaco interpretato da Carlo Verdone che, con disarmante sincerità domandava ai suoi elettori: “Ma ‘sto fiume… ve piace o nun ve piace? Ci serve o non ci serve? Perché se ci serve allora io lo voglio vivere, lo voglio navigare, ce voglio pure fa’ er bagno lì. Ma se non ci serve (e io dico che nun ce serve, signori, nun ce serve!)… levamolo, sotteramolo, prosciugamolo!

Ecco. Più o meno siamo lì.

Il sindaco Gualtieri, però, non vuole levarlo né sotterrarlo. Anzi, vuole rilanciarlo per renderlo vivibile e persino balneabile. Assicura che il traguardo è assolutamente realizzabile e pure più economico rispetto al modello Senna, perché – parole sue – “a Parigi erano messi peggio”. E intanto annuncia un tavolo di lavoro con Ministero e Regione per coordinare interventi e investimenti. Tutto bello. Ma anche tutto già sentito.

Perché Roma è maestra nel far partire i progetti con i tamburi e farli finire con un violino stonato. Ricordate il Grande Raccordo Anulare verde? O il bike sharing che avrebbe dovuto rivoluzionare la mobilità? E che dire delle piste ciclabili finite a metà marciapiede, interrotte da cassonetti e motorini parcheggiati? Ecco: Roma è la città dei progetti eterni, più eterni perfino dalle sue rovine.

Il Tevere, nel frattempo, resta cos’ com’é: affascinante ma abbandonato, mitico ma malato. Intendiamoci, il Tevere potrebbe essere una risorsa straordinaria, potrebbe essere ciò che la Senna è per Parigi o il Tamigi per Londra. Tuttavia, oggi, più che un’oasi di balneazione è un corso d’acqua dove galleggiano sogni, plastica e vecchi rottami.

Basta leggere il parere della SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale), che avverte: il Tevere è ancora pericoloso per la salute umana, tra batteri, metalli pesanti e pesticidi. Altro che bagno: servirebbe un TSO per chi ci si tuffa.

E allora torniamo a Verdone: “Se ce serve, io ce voglio pure fa’ er bagno!”. Bene. Ma per arrivarci, non bastano le conferenze e i comunicati stampa. Servono investimenti veri, controlli severi, una gestione urbana del fiume che oggi semplicemente non esiste. Perché dire che “in alcuni giorni già sarebbe balneabile” è un pò come dire che, in alcuni momenti, la tangenziale è attraversabile a piedi senza rischi.

Il rischio, come sempre, è che il fiume venga tirato in ballo solo quando serve un annuncio ad effetto. Non è la prima volta che un sindaco sogna un Tevere diverso. Rutelli, vent’anni fa, lo immaginava come una promenade europea. Veltroni sognava i “darsenotti” e i locali galleggianti. Alemanno parlava di riqualificazione delle banchine. Marino annunciava una “cura del fiume” che avrebbe dovuto cambiare il volto della città. Risultato? A distanza di decenni, i romani possono fare una passeggiata sì, ma tra rifiuti e sterpaglie, mentre il fiume scorre marrone sotto i muraglioni. Eppure, il Tevere, nel bene e nel male, è Roma. Non è un accessorio, non è un tema di marketing urbano: è l’anima liquida della capitale. Lo hanno cantato poeti e scrittori, lo hanno attraversato eserciti e pellegrini, lo hanno guardato papi e imperatori. Se oggi lo riduciamo a fogna a cielo aperto o a promessa elettorale, significa che abbiamo smarrito il senso del nostro rapporto con la città stessa.