L’Italia e il Board of Peace: siamo i più furbi, e dunque i meno affidabili

Piercamillo Falasca
18/02/2026
Poteri

L’Italia ha scelto la posizione che, a Roma, spesso piace: esserci senza vincolarsi. Partecipare al “Board of Peace” (BoP) di Trump su Gaza da osservatore consente di stare nel perimetro decisionale (o presunto tale) senza assumere obblighi formali e senza pagare i costi politici e giuridici di una membership piena. È un calcolo comprensibile. Ma in politica estera i calcoli hanno un prezzo salatissimo: la reputazione. E la reputazione che questa mossa rischia di consolidare non è quella del “più furbo”, ma del Paese che, quando la posta si alza, preferisce l’ambiguità tattica alla coerenza strategica.

Un’Europa a geometria variabile sul Board of Peace

La prima cosa da chiarire – per onestà intellettuale, oltre la propaganda – è che l’Unione europea non ha una posizione netta e unica sul BoP. C’è un ventaglio di posture, che riflette divisioni reali e interessi divergenti: è l’effetto tipico di un blocco che non ha ancora una politica estera comune perché non ha (ancora) un’architettura istituzionale in grado di sostenerla.

La Commissione europea partecipa come osservatrice, proprio per non legittimare in toto un formato controverso, mantenendo un piede dentro e uno fuori. Francia e Germania, invece, non intendono aderire come membri, segnalando dubbi sulla governance e sulla compatibilità del formato con la cornice ONU (stessa posizione degli altri grandi “volenterosi” Regno Unito e Canada); Berlino ha anche richiamato vincoli costituzionali nel respingere l’assetto “attuale”, pur lasciando aperta la disponibilità a lavorare con gli USA su soluzioni alternative. Romania e Cipro scelgono come l’Italia il ruolo di osservatori: una scelta cauta, ma anche facilmente leggibile come “adattiva”. Ungheria e Bulgaria risultano più disponibili alla membership, confermando che il BoP attrae soprattutto chi vuole marcare un rapporto diretto con Trump anche a costo di frizioni in seno all’UE (resta poi da vedere se e come contribuiranno con il famoso miliardo). LaPolonia dice no nelle condizioni attuali.

Quindi, l’Italia non è un’eccezione nella forma (quella di osservatore), ma lo diventa nella sostanza, perché la scelta dell’osservazione è più un espediente che una leva politica.

L’osservatore all’italiana: presenza senza costo, influenza senza garanzie

Secondo molte voci di maggioranza parlamentare, la linea italiana sarebbe difendibile sul piano operativo perché consente accesso ai tavoli su ricostruzione e stabilizzazione, evita impegni formali (peraltro incostituzionali, vista la natura non paritaria dell’organizzazione a cui viene chiesto in qualche modo di cedere sovranità), ma segnala a Washington la disponibilità italiana a non sabotare l’iniziativa.

Sarebbe, insomma, una presenza a basso costo e ad alto potenziale informativo, che permette di seguire da vicino un dossier sensibile senza assumere obblighi vincolanti. Il problema, però, è meno nella meccanica e più nella percezione. Se il messaggio che arriva è “non possiamo per vincoli costituzionali, ma non c’è alternativa”, la postura non appare negoziale: appare accomodante. E l’accomodamento, nella grammatica trumpiana, è spesso letto come una disponibilità a seguire il frame americano e non certo a condizionarlo.

Il punto cieco: coerenza europea e deterrenza

La vera domanda da farsi non è “cosa pensa Trump di noi?”. È: cosa deducono gli altri europei – quelli con cui condividiamo lo spazio fisico, un mercato, una moneta e un bel po’ di debito pubblico – sul nostro modo di stare nei dossier più sensibili?

È qui che il BoP si salda a un tema che, in queste settimane, è ancora più rivelatore: lo scudo nucleare europeo, o più in generale la deterrenza europea. Mentre in Europa riemerge un dibattito esplicito sull’idea di rafforzare la componente europea della deterrenza in coordinamento con la NATO, l’Italia tende a raffreddare e a ridimensionare. La linea espressa dal ministro della Difesa Guido Crosetto valorizza la continuità dell’ombrello USA come “miglior sicurezza”. A quel punto, il pattern diventa leggibile anche da chi non ama le dietrologie: su un formato americano e politicamente marcato come il BoP l’Italia “ci sta”, anche se da osservatore; su un dossier europeo pensato per ridurre vulnerabilità e imprevedibilità strategica, l’Italia “frena” o minimizza. Questa non è prudenza, è una forma incomprensibile di asimmetria: più elasticità verso Washington, più timidezza verso l’iniziativa europea. Nel lungo periodo è il modo più rapido per farsi cucire addosso l’etichetta di partner intermittente e inaffidabile.

Il marchio di infamia che rischia di imporsi

Se guardiamo al breve periodo, l’Italia può persino rivendicare pragmatismo: difendiamo interessi, stiamo al tavolo, evitiamo vincoli. Ma l’esito è drammaticamente altro: siamo poco affidabili perché trasformiamo l’ambiguità in metodo. Il risultato è una politica estera che sembra dire “non scegliamo, ci adattiamo”. E l’adattamento continuo produce inconsistenza.