Lindsey Graham, un americano convinto che la libertà avesse bisogno di essere difesa

Andrea Maniscalco
15/07/2026
Frontiere

Raccontarlo soltanto come uno degli uomini più vicini a Donald Trump significa fermarsi agli ultimi anni della sua carriera e ignorare quasi tutto il resto. Graham è stato soprattutto un repubblicano internazionalista, un sostenitore della NATO, dell’Ucraina e di Israele, convinto che il ritiro americano dal mondo non avrebbe prodotto pace, ma soltanto lasciato più spazio alle autocrazie.

Quando muore un personaggio politico importante, soprattutto uno che ha attraversato più di trent’anni di storia americana, la tentazione è sempre quella di ridurlo a un’etichetta semplice. Nel caso di Lindsey Graham l’etichetta è già pronta: “fedelissimo di Trump”, “falco repubblicano”, magari perfino “ultra-trumpiano”. Non sono definizioni completamente inventate, perché negli ultimi anni Graham è stato realmente uno degli alleati più riconoscibili di Donald Trump. Ma sono definizioni che spiegano soltanto una parte della sua storia. E probabilmente neppure la più importante.

Prima di essere un alleato di Trump, Lindsey Graham è stato un uomo cresciuto in una tradizione politica molto precisa, quella del repubblicanesimo internazionalista americano. Una tradizione che credeva nelle alleanze, nella deterrenza militare, nella NATO e nella responsabilità degli Stati Uniti nella difesa dell’ordine internazionale. Era la tradizione di Ronald Reagan, poi di John McCain, suo grande amico e punto di riferimento politico. Una destra che non vedeva l’America come una nazione che avrebbe dovuto chiudersi nei propri confini, ma come la potenza indispensabile per impedire che il mondo venisse lasciato nelle mani dei regimi autoritari.

Graham è morto a 71 anni, poco dopo essere tornato da una visita in Ucraina. Negli ultimi giorni della sua vita stava ancora lavorando a nuove sanzioni contro la Russia e al rafforzamento delle difese ucraine. È difficile non vedere in questo una specie di coerenza finale. Fino all’ultimo è rimasto impegnato nelle questioni che avevano caratterizzato gran parte della sua carriera: la sicurezza americana, il rapporto con gli alleati, la necessità di contrastare le autocrazie prima che diventassero ancora più forti. 

Non era un pacifista, naturalmente. Anzi, era quasi l’opposto. Era uno dei “falchi” più noti del Congresso, favorevole a un uso molto deciso della forza americana e spesso anche a interventi militari che oggi sono giudicati, in alcuni casi giustamente, con maggiore severità. Sostenne la guerra in Iraq, mantenne per anni posizioni durissime sull’Iran e non nascose mai di considerare la superiorità militare degli Stati Uniti una componente essenziale della politica estera. La sua eredità non è priva di errori e non avrebbe senso trasformarlo, proprio nel momento della morte, in una figura senza contraddizioni.

Ma il punto è un altro. Graham non considerava la forza militare un valore in sé. La considerava uno strumento necessario per proteggere un sistema di alleanze e un ordine mondiale che, per quanto imperfetto, aveva garantito all’Occidente decenni di sicurezza e libertà. La sua convinzione era molto semplice: quando l’America si ritira, il vuoto non viene riempito da una pace spontanea. Viene riempito da Russia, Cina, Iran, gruppi terroristici e potenze regionali che non condividono né i nostri valori né il nostro interesse alla stabilità.

È una convinzione che oggi può sembrare quasi fuori moda. Negli Stati Uniti una parte crescente della destra repubblicana guarda con sospetto agli impegni internazionali, mentre una parte della sinistra considera spesso la potenza americana soltanto come una causa di instabilità. Graham apparteneva invece a una generazione che vedeva nella leadership degli Stati Uniti non soltanto un privilegio, ma un dovere.

Non credeva che l’America fosse perfetta. Credeva però che un mondo guidato, o almeno tenuto insieme, dagli Stati Uniti fosse preferibile a un mondo nel quale a stabilire le regole fossero Vladimir Putin, Xi Jinping o il regime degli ayatollah. Può sembrare una distinzione scontata, ma oggi non lo è affatto.

La NATO come comunità politica

Per Lindsey Graham la NATO non era soltanto un’alleanza militare nata durante la Guerra fredda. Era la struttura principale dell’Occidente politico, la dimostrazione che gli Stati Uniti e l’Europa non erano due realtà separate, ma parti della stessa comunità di sicurezza.

Come quasi tutti i repubblicani americani, criticava gli alleati europei quando spendevano troppo poco per la difesa. Non era disposto ad accettare che gli Stati Uniti sostenessero da soli una parte sproporzionata dei costi della sicurezza occidentale. Ma questa critica non lo portava alla conclusione che la NATO fosse inutile. Al contrario: chiedeva agli europei di fare di più proprio perché riteneva l’Alleanza indispensabile.

Questa differenza è importante. C’è chi critica la NATO perché vuole indebolirla o superarla, e c’è chi la critica perché vuole renderla più credibile. Graham apparteneva chiaramente alla seconda categoria. Anche negli ultimi anni continuò a partecipare al confronto con i governi alleati e a sostenere la necessità di una NATO politicamente unita e militarmente capace di difendersi. 

L’Europa tende a dimenticare quanto l’ordine costruito dopo il 1945 dipenda dalla presenza americana. Per decenni abbiamo dato per scontata la protezione degli Stati Uniti, come se fosse una condizione naturale e permanente. Graham ricordava spesso, anche in maniera brutale, che quella protezione esiste soltanto se dietro le garanzie politiche c’è una forza militare reale.

La NATO, nella sua visione, non serviva a preparare la guerra, ma a impedirla. Il principio era quello della deterrenza: rendere il costo di un’aggressione così alto da convincere il nemico a non iniziarla. È la stessa idea che ha permesso all’Europa occidentale di vivere in pace durante la Guerra fredda e che oggi protegge i Paesi baltici e la Polonia dalla pressione russa.

L’Ucraina e il diritto di non arrendersi

Il sostegno all’Ucraina è stato forse il punto in cui l’internazionalismo di Graham è apparso con maggiore chiarezza. Dopo l’invasione russa del 2022 visitò più volte il Paese, incontrò Volodymyr Zelensky e lavorò anche con senatori democratici per mantenere il sostegno americano a Kyiv.

Il suo messaggio era spesso duro, a volte perfino eccessivo nei toni, ma nella sostanza non cambiava: l’Ucraina aveva il diritto di resistere e gli Stati Uniti avevano interesse ad aiutarla.

Per Graham, aiutare l’Ucraina non significava fare beneficenza. Significava impedire che una potenza nucleare potesse modificare con la forza i confini europei, annettendo il territorio di uno Stato sovrano e cancellandone l’indipendenza. Se la Russia fosse riuscita a ottenere ciò che voleva attraverso l’aggressione, il messaggio sarebbe arrivato ben oltre l’Europa orientale.

Sarebbe arrivato a Pechino, rispetto a Taiwan. Sarebbe arrivato a Teheran, rispetto a Israele e agli Stati del Golfo. Sarebbe arrivato a ogni governo convinto che l’Occidente non abbia più la pazienza o il coraggio di difendere i propri alleati.

Graham aveva anche compreso che il sostegno americano non poteva consistere soltanto in dichiarazioni di solidarietà. Servivano armi, difese aeree, munizioni, intelligence e sanzioni economiche contro Mosca. Ancora alla vigilia della sua morte stava cercando di far avanzare un pacchetto bipartisan di nuove sanzioni contro la Russia e contro i Paesi che continuavano a sostenerne l’economia energetica. 

Il suo linguaggio sull’Ucraina non era sempre diplomatico. Nel 2023 la Russia emise perfino un mandato di arresto contro di lui, che Graham accolse come una specie di medaglia. Questa reazione raccontava bene il suo carattere: provocatorio, combattivo, spesso poco interessato alla prudenza delle formule. Ma raccontava anche la nettezza della sua posizione. Non cercava una neutralità artificiale tra aggressore e aggredito.

In un periodo in cui anche negli Stati Uniti cresceva la stanchezza verso l’Ucraina, Graham continuò a sostenere che una pace costruita sulla resa di Kyiv non sarebbe stata una vera pace. Sarebbe stata soltanto una pausa, utile alla Russia per preparare una nuova aggressione.

Israele non era per lui un alleato come gli altri

La stessa chiarezza caratterizzava il suo rapporto con Israele. Graham è stato uno dei sostenitori più costanti dello Stato ebraico nel Congresso americano. Il suo appoggio non dipendeva da chi fosse il primo ministro israeliano in quel momento e non nasceva soltanto da considerazioni elettorali o religiose. Era parte della sua visione generale del mondo.

Israele, per Graham, era una democrazia alleata degli Stati Uniti in una regione dominata da instabilità, terrorismo e regimi autoritari. Era un Paese che doveva poter difendere la propria popolazione da Hamas, Hezbollah e dall’Iran, senza essere costretto ad accettare come normale la presenza di organizzazioni che dichiaravano apertamente di volerlo distruggere.

Dopo il 7 ottobre, il suo sostegno a Israele fu totale. Non mancò di usare espressioni nette e di assumere posizioni che molti suoi oppositori considerarono troppo dure rispetto alla guerra a Gaza.

Ma Graham partiva da un principio che oggi viene troppo facilmente messo in secondo piano: Israele non era l’origine dell’aggressione subita il 7 ottobre. Era il Paese colpito. Hamas non era un normale interlocutore politico con cui fosse sufficiente aprire un tavolo negoziale, ma un’organizzazione terroristica che aveva compiuto un massacro e continuava a usare gli ostaggi e la popolazione civile come strumenti di guerra.

Per lui sostenere Israele significava anche contrastare l’Iran. Graham vedeva correttamente nel regime iraniano il centro di una rete regionale composta da milizie e gruppi armati utilizzati per attaccare Israele e gli interessi occidentali senza coinvolgere sempre direttamente Teheran. Negli ultimi anni cercò inoltre di favorire la normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, che considerava una possibile trasformazione strategica del Medio Oriente. Poco prima di morire stava ancora lavorando a questo obiettivo. 

Il fatto che la sua morte sia stata pianta a Kyiv e a Gerusalemme, mentre veniva celebrata da esponenti del regime iraniano, non è un dettaglio secondario. Dice molto chiaramente da che parte Graham aveva scelto di stare. 

Il rapporto con Trump, senza semplificazioni

Poi naturalmente c’è Donald Trump. È la parte più difficile da ignorare e anche quella che rende la figura di Lindsey Graham più contraddittoria.

Durante le primarie repubblicane del 2016 Graham fu uno dei critici più duri di Trump. Lo considerava inadatto alla presidenza e pericoloso per il Partito repubblicano. In seguito cambiò radicalmente posizione, diventando uno degli uomini più vicini al presidente e uno dei suoi difensori più presenti in televisione e al Senato.

Questo cambiamento è stato enorme. Non può essere spiegato soltanto con l’amicizia personale e neppure presentato come una normale evoluzione politica. Graham scelse di adattarsi a un Partito repubblicano che Trump aveva ormai conquistato. In alcuni momenti sembrò disposto a giustificare comportamenti che pochi anni prima avrebbe condannato senza esitazione.

È legittimo criticarlo per questo. È legittimo pensare che abbia ceduto troppo, che abbia rinunciato a una parte della propria indipendenza e che abbia contribuito alla normalizzazione di aspetti del trumpismo molto lontani dal conservatorismo istituzionale che aveva rappresentato in precedenza.

Ma definirlo semplicemente “ultra-trumpiano” resta riduttivo, perché fa sembrare che tutta la sua identità politica derivasse da Trump. È vero quasi il contrario. Graham aveva già trascorso decenni al Congresso quando Trump entrò in politica. Era già un colonnello dell’Air Force, un esperto di sicurezza nazionale, un alleato di John McCain e uno dei più convinti sostenitori dell’interventismo americano. 

Il suo atlantismo non nacque con Trump. Il suo sostegno a Israele non nacque con Trump. La sua ostilità verso la Russia e l’Iran non nacque con Trump. Erano posizioni che aveva costruito molto prima e che, in alcuni casi, erano in tensione con gli istinti dello stesso movimento MAGA.

Una parte importante della destra trumpiana è infatti isolazionista. Considera gli aiuti all’Ucraina uno spreco, guarda con insofferenza alla NATO e pensa che gli Stati Uniti dovrebbero ridurre drasticamente il proprio coinvolgimento nelle crisi internazionali. Graham non ha mai condiviso realmente questa visione.

Più che diventare ideologicamente trumpiano, cercò di usare la vicinanza personale a Trump per influenzarne la politica estera. In alcuni casi ci riuscì. Fu uno dei politici che tentarono di tenere l’amministrazione americana legata a Israele, più dura con l’Iran, meno disponibile ad abbandonare completamente l’Ucraina e ancora consapevole dell’importanza delle alleanze.

Questo non cancella il prezzo politico della sua scelta. Ma aiuta a capirla. Graham non si avvicinò a Trump perché improvvisamente aveva smesso di credere nella leadership americana. Si avvicinò a Trump anche perché aveva capito che, senza accesso al presidente e al nuovo centro del potere repubblicano, non avrebbe avuto alcuna possibilità di difendere quella leadership.

Forse fu una scommessa troppo cinica. Forse pensò di poter controllare un fenomeno politico molto più grande di lui. Forse, come accade spesso a Washington, la volontà di mantenere influenza finì per trasformarsi in dipendenza. Ma la sua funzione nel trumpismo fu spesso quella del consigliere internazionalista, non quella dell’ideologo isolazionista.

Una storia americana

Anche la vita personale di Graham aiuta a capire il suo carattere. Era nato in una famiglia modesta della Carolina del Sud, cresciuto in un ambiente lontanissimo dalle élite di Washington. I genitori gestivano un locale con sala da biliardo. Perse entrambi quando era ancora molto giovane e si occupò della sorella minore, diventandone il tutore. Fu il primo della famiglia a frequentare l’università, studiò legge e servì per decenni nell’Aeronautica americana.

La sua biografia non era quella di un aristocratico della politica. Era una storia molto americana, fatta di lutti precoci, responsabilità familiari, servizio militare e ascesa politica. Questo non rende automaticamente migliori le sue decisioni, ma spiega forse perché parlasse degli Stati Uniti con una convinzione che a volte sembrava quasi ingenua.

Graham credeva davvero nell’eccezionalismo americano. Non nel senso che gli Stati Uniti avessero sempre ragione, ma nel senso che avessero una responsabilità diversa dalle altre nazioni. Per lui l’America era il Paese capace di tenere insieme forza e libertà, interesse nazionale e difesa degli alleati.

Era un’idea molto ambiziosa, probabilmente anche piena di contraddizioni. Gli Stati Uniti hanno commesso errori, sostenuto governi discutibili e condotto guerre che hanno prodotto conseguenze drammatiche. Graham stesso sostenne alcune di quelle scelte. Però la risposta a quegli errori non può essere fingere che l’assenza americana renda automaticamente il mondo più giusto.

Abbiamo visto cosa accade quando gli Stati Uniti si ritirano senza una strategia. Non nasce un ordine più pacifico e multilaterale. Spesso avanzano i Talebani, la Russia, l’Iran o la Cina. I popoli che avevano creduto nelle promesse occidentali vengono lasciati soli, mentre in Europa ci si congratula per avere evitato il coinvolgimento.

Graham rifiutava questa illusione. Pensava che la libertà non fosse una condizione naturale della storia e che non bastasse dichiararsi dalla parte giusta per proteggerla. Servivano alleanze, armi, risorse e, in alcuni momenti, la disponibilità ad assumersi dei rischi.

Uno degli ultimi internazionalisti repubblicani

Con la morte di Lindsey Graham scompare anche uno degli ultimi grandi rappresentanti di una corrente repubblicana che si sta indebolendo. Quella di Reagan e McCain, del “peace through strength”, della NATO e dell’idea che l’America debba guidare il mondo libero.

Non era un moderato nel senso europeo del termine. Era un conservatore, un falco e un politico disposto allo scontro. Ma non era un nazionalista chiuso dentro i confini americani. Guardava a Varsavia, Kyiv, Gerusalemme e Taipei come parti dello stesso confronto tra democrazie e autocrazie.

Questa era forse la parte più interessante della sua figura. In un’epoca in cui la politica viene raccontata quasi esclusivamente attraverso le appartenenze personali — con Trump o contro Trump, con Netanyahu o contro Netanyahu — Graham continuava ad avere una visione geopolitica più ampia. Una visione discutibile in alcuni punti, ma riconoscibile e coerente.

Pensava che la NATO fosse essenziale. Pensava che la Russia dovesse essere fermata in Ucraina. Pensava che Israele avesse il diritto di difendersi. Pensava che l’Iran non dovesse ottenere l’egemonia sul Medio Oriente. E pensava che gli Stati Uniti non potessero rinunciare alla propria forza senza mettere in pericolo anche la propria libertà.

Non era soltanto un uomo di Trump, anche se negli ultimi anni gli è stato molto vicino. Era un uomo politico formato prima di Trump, con idee sulla politica estera che Trump non sempre condivideva e che Graham cercò, fino alla fine, di mantenere vive dentro il nuovo Partito repubblicano.

Resteranno le critiche, e devono restare. Il suo sostegno a guerre controverse, alcuni toni esagerati, l’eccessiva vicinanza a Trump e le molte contraddizioni degli ultimi anni fanno parte della sua storia. Ma una valutazione onesta non può fermarsi lì.

Lindsey Graham è stato soprattutto un uomo convinto che la libertà dei popoli non potesse essere difesa soltanto con le parole. Credeva che le democrazie avessero il dovere di aiutarsi tra loro e che l’America, proprio per la sua forza, avesse una responsabilità particolare.

Oggi questa idea è meno popolare. Forse proprio per questo la sua scomparsa pesa di più. Perché mentre cresce la tentazione di voltarsi dall’altra parte, Lindsey Graham continuava a ricordare che il mondo non diventa più libero quando l’America decide di non guardarlo.