Lima trattiene il fiato: il futuro del Perù si decide voto per voto (e oltreconfine)
Al 98 per cento dello scrutinio i due candidati sono separati da poco più di seicento voti su 18 milioni. E il vero protagonista, in queste ore, non sono le due forze politiche: è la diaspora peruviana sparsa tra Spagna, Stati Uniti e Argentina.
Il margine più stretto di sempre
I numeri, a tratti, sembrano un refuso. Con el 98,208% de actas contabilizadas (con il 98,208 per cento delle schede scrutinate), Keiko Fujimori — candidata di Fuerza Popular — ha 9.032.615 voti, pari al 50,002 per cento.
Roberto Sánchez, candidato di Juntos por el Perú ed erede della sinistra peruviana, ne ha 9.032.000, pari al 49,998 per cento. La differenza è di 615 voti su quasi diciotto milioni.
Per dare una migliore idea: lo stadio Monumental di Lima ne contiene ottanta volte tanti.
Lo scrutinio peruviano ha l’andamento di un thriller, forse anche mal riuscito, in cui il colpo di scena non arriva solo alla fine ma ad ogni capitolo.
Domenica sera Sánchez sembrava avere la cosa quasi in mano, con un vantaggio che è arrivato a sfiorare i quarantamila voti. Lunedì la forbice ha cominciato a chiudersi. Martedì sera, mentre arrivavano i risultati delle Ande, Sánchez ha consolidato ancora una volta. Mercoledì mattina, con l’apertura delle urne dell’estero, Fujimori ha cominciato a recuperare. E per la prima volta dall’inizio dello scrutinio, è passata in testa di pochissime centinaia di voti. La storia, dopo tre ballottaggi persi — contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016, Pedro Castillo nel 2021 —, potrebbe questa volta avere un finale diverso. Ma è ancora tutto da scrivere.
La geografia di una nazione divisa in due
La mappa elettorale di questa segunda vuelta è quella, ormai familiare, di un paese spaccato lungo le linee della geografia e del reddito.
Sánchez si è imposto in 17 delle 25 circoscrizioni del Perù, con percentuali plebiscitarie nel sud andino e nel centro.
Parliamo di Cusco, Puno, Ayacucho, Apurímac, l’altopiano andino dove il voto progressista è radicato dal tempo dell’insurrezione di Castillo.
In alcune mesas del Cusco, in zone difficili da raggiungere come La Convención, Sánchez ha toccato l’80% dei voti.
Fujimori, dal canto suo, domina la costa norte (costa settentrionale), Lima, e la selva baja (la bassa foresta amazzonica). Lima da sola, dove Fujimori ha il 63,4 per cento, vale circa un terzo dell’intero elettorato nazionale.
Le actas (i verbali) che mancano non sono distribuite a caso. Buona parte arriva da zone andine remote, raggiungibili in elicottero quando il tempo lo permette, e da seggi all’estero ancora in fase di consolidamento. È qui che si gioca tutto, ed è qui che la cornice cambia in modo decisivo.
La diaspora che riscrive il finale
Fuori dal Perù vivono circa 1,2 milioni di peruani con diritto di voto. Ne ha votato meno di un terzo, circa trecentomila. Una goccia, in apparenza, in un mare di diciotto milioni di schede. Eppure, quella goccia nell’oceano sta diventando sempre più importante. Il voto estero, storicamente, pende decisamente a destra: già nel 2021 Fujimori vi prevalse con quasi due terzi delle preferenze contro Pedro Castillo. Anche stavolta i dati parziali confermano la tendenza: con l’85,9 per cento delle actas dell’estero processate, la candidata di Fuerza Popular è al 63,5 per cento contro il 36,4 di Sánchez.
A pesare sono soprattutto la Spagna, dove vive una delle comunità peruane più numerose d’Europa, gli Stati Uniti — in particolare Florida e New Jersey — e l’Argentina. Nel continente americano nel suo insieme, Fujimori prevale con 15 punti di scarto sull’avversario.
El voto exterior no solo sostiene la candidatura de Fujimori; es clave para entender su remontada (il voto estero non solo sostiene la candidatura di Fujimori, è la chiave per capire la sua rimonta), hanno scritto diverse testate peruane in queste ore.
Cosa manca davvero, e perché serviranno ancora settimane
Sarebbe però un errore pensare che la corsa finisca quando lo scrutinio toccherà il 100 per cento.
Perché in Perù, fra l’aggiornamento di ONPE — l’Oficina Nacional de Procesos Electorales — e la proclamazione ufficiale del vincitore da parte del JNE, il Jurado Nacional de Elecciones, ci sono passaggi lunghi e tutt’altro che automatici.
Restano da risolvere oltre 1.600 actas in attesa di trasmissione ai Jurados Electorales Especiales, le sezioni del JNE che ne valutano la validità.
Restano poi centinaia di actas observadas (verbali contestati) che entrambi i comandi politici stanno depositando proprio in queste ore: irregolarità procedurali, firme mancanti, presunti errori di conteggio. E restano le impugnazioni che ciascuno dei due partiti utilizzerà, prevedibilmente, in modo asimmetrico a seconda del trend dei numeri.
Il presidente del JNE ha già fatto sapere in conferenza stampa che la proclamazione ufficiale del vincitore potrebbe richiedere fino a un mese.
Significa che, salvo accelerazioni, il nome del prossimo presidente del Perù si saprà soltanto a luglio.
Due, forse tre settimane ancora di scrutinio, riconteggi, ricorsi e tensioni politiche. È uno scenario che evoca con preoccupazione quanto accadde nel 2021, quando la proclamazione di Pedro Castillo arrivò un mese e mezzo dopo il voto, con una nazione in stallo e Fujimori che parlava di brogli prima di riconoscere, alla fine, la sconfitta.








