“L’illusione della diplomazia con Putin è finita”, intervista a Nona Mikhelidze

Piercamillo Falasca
19/08/2025
Frontiere

Washington, 18 agosto 2025. Volodymyr Zelensky si preparava a varcare i cancelli della Casa Bianca per incontrare Donald Trump, con i principali leader europei pronti a unirsi al vertice. Ma prima ancora dell’incontro, il presidente americano aveva già fissato i paletti a modo suo, con un post sul social network che dedica alla sua propaganda più spicciola e trucida, Truth: “Perché la guerra finisca, Kyiv deve rinunciare alla Crimea e accettare di non entrare mai nella Nato“. Non proprio il miglior preludio a un negoziato.

Secondo l’inviato americano Steve Witkoff (della cui lealtà agli Stati Uniti non siamo certi, mentre della fedeltà a Putin metteremmo una mano sul fuoco, ndr), il presidente russo avrebbe ipotizzato “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina e persino concessioni su ipotetici scambi di territorio. Zelensky ha subito replicato che garanzie del genere dovrebbero essere “più solide di quelle che non hanno funzionato in passato”. Mosca, finora, non ne ha fatto menzione. Sul terreno, intanto, le bombe russe colpiscono ancora, con attacchi indiscriminati sui civili. “Il Cremlino intende umiliare ogni sforzo diplomatico — ha detto il presidente ucraino poco prima di entrare alla Casa Bianca — ed è la prova che servono garanzie affidabili”.

In questo quadro confuso, abbiamo chiesto a Nona Mikhelidze, politologa, senior research fellow dell’Istituto Affari Internazionali e tra le voci più autorevoli in Italia sullo spazio post-sovietico, di aiutarci a comprendere ciò che è realmente accaduto nelle ultime ore e come possiamo decodificare l’intera questione. “Allora – inizia Mikhelidze – qual è la storia da quando Trump si è convinto di poter porre fine alla guerra russa in Ucraina? Si è fissato con l’idea del cessate il fuoco, esercitando pressioni sull’Ucraina ma non sulla Russia. Kyiv inizialmente rifiuta, poi accetta, pensando: ‘tanto saranno i russi a dire di no al cessate il fuoco’.”

La dinamica, osserva la ricercatrice, si è presto rivelata per quella che era: un gioco orchestrato da Mosca. “I russi, nel frattempo, intrattengono Trump con due incontri bilaterali e con altri colloqui con gli ucraini su un tema che era già in discussione anche senza gli americani: lo scambio dei prigionieri. Tutto questo, però, solo per arrivare infine a respingere la proposta di cessate il fuoco.”

Quando Trump ha minacciato nuove sanzioni, sembrava esserci un cambio di rotta. Ma anche in questo caso Putin ha saputo guadagnare tempo. “A quel punto Trump si irrita e minaccia la Russia con nuove sanzioni. I russi allora propongono un summit tra Trump e Putin e, per guadagnare tempo, mettono sul tavolo la questione delle ‘garanzie di sicurezza’, così da trattenerlo ancora — non si sa per quanti mesi — e impedirgli di passare davvero a misure dure contro Mosca. Trump cade nella trappola”.

Il risultato è che ora la partita si è spostata sugli europei e sugli ucraini. “Ora la palla passa agli ucraini e agli europei, costretti ad adattarsi a questo nuovo gioco. Zelensky reagisce dicendo: ‘Va bene, volete discutere di garanzie di sicurezza? Parliamone e fissiamo dei termini’. Insieme agli europei prepara una proposta che, tanto, Putin non accetterà.” Per Mikhelidze, è tutto un copione con un solo obiettivo: guadagnare tempo e spostare la responsabilità sul campo occidentale. Per il governo di Kyiv e per gli europei più accorti, “tutto questo gioco delle parti ha un solo scopo: evitare che Trump incolpi Zelensky e sospenda l’invio delle armi. Così assisteremo a un continuo via vai di discussioni sulle garanzie di sicurezza, destinate a restare lettera morta, mentre la guerra proseguirà.

L’autoflagellazione europea

Le dichiarazioni di Nona Mikhelidze non fanno che rafforzare la diagnosi che lei aveva formulato qualche giorno fa, all’indomani del vertice di Alaska del 15 agosto, quando aveva ammonito: “Basta con l’autoflagellazione europea.” Non era stato un fallimento dell’Occidente, ribadiva allora con decisione la studiosa, ma il riflesso di una scelta deliberata del Cremlino: “La responsabilità del mancato accordo è solo di Putin. L’Europa deve dire ai propri cittadini che non esiste alcuna soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina.” Quelle parole oggi suonano come un avvertimento ancora più forte: mentre Mosca intrattiene Trump con promesse di garanzie vuote, la guerra continua e l’Europa rischia di cullarsi nell’illusione che una formula diplomatica possa fermare l’aggressore.

Perché Putin non può fermarsi

Mikhelidze lo dice chiaramente: Putin non può e non vuole fermarsi, per almeno quattro ragioni.Putin non punta solo a conquistare territori, ma a sottomettere Kyiv politicamente, installando un regime filorusso sul modello di Lukashenko in Bielorussia.” Quanto alle condizioni negoziali, la ricercatrice incalza: “Come potrebbe Zelensky ordinare l’evacuazione di 300 mila cittadini da Donetsk, consegnando le loro case all’occupazione russa e abbandonando le fortificazioni costruite dal 2014? Sarebbe un suicidio politico e militare. Quelle linee difensive proteggono Dnipropetrovsk e Kharkiv: cederle significherebbe spalancare la porta a nuove offensive russe.” Terzo: la macchina militare non rallenta. “Il registro della coscrizione in Russia è oggi più attivo che mai.” Infine, la ragione economica: “Putin non può più fermarsi, perché senza l’economia di guerra l’intero sistema rischierebbe il collasso.

Alla luce di questo quadro, la retorica diplomatica appare scollegata dalla realtà: davvero si può parlare di compromessi, mentre Mosca continua ad armarsi e a bombardare?

Il linguaggio della forza

Se la diplomazia è impossibile, resta un solo linguaggio: quello della forza. Mikhelidze denuncia con fermezza l’approccio occidentale: un “escalation management” che ha permesso all’Ucraina di resistere, ma non di vincere. “Abbiamo fornito armi solo in quantità limitata e con il contagocce, senza mai creare le condizioni per una vittoria ucraina sul campo. Bisogna cambiare passo: più armi, di qualità superiore, in quantità adeguata. Non si tratta di sostenere un conflitto infinito, ma di dare a Kyiv la possibilità di invertire il corso della guerra.

Lo stesso vale per le sanzioni. “Se oggi discutiamo del diciannovesimo pacchetto, significa che qualcosa non ha funzionato. Perché solo al diciottesimo venti banche russe sono state escluse da SWIFT? Perché non lo abbiamo fatto subito, in blocco?” E ancora: “Le lamentele sul fatto che le sanzioni non funzionano non hanno senso se vengono applicate in modo blando e frammentario. Serve un approccio drastico, immediato, con un vero monitoraggio.

Dire la verità ai cittadini

Il nodo resta politico. “Finora ci siamo serviti degli ucraini come di uno scudo. Ma se cade Kyiv, i prossimi potrebbero essere i Paesi baltici. E allora la guerra non sarebbe più lontana, ma sul suolo dell’Unione Europea e della NATO.Il sostegno a Kyiv non è un atto di generosità, ma di autodifesa europea. Non aiutarla significa esporre Vilnius, Riga e Tallinn a un rischio diretto. Certo, è un messaggio difficile da spiegare a società stanche di inflazione e sacrifici. Ma l’alternativa è peggiore: fingere che la pace sia a portata di trattato, illudere i cittadini e prepararli a un risveglio ben più traumatico. “O sosteniamo Kyiv in modo efficace oggi, o ci prepariamo a difendere le nostre città domani.



L’Europa davanti allo specchio e l’ora delle scelte

Guardando oltre l’emergenza, Mikhelidze sottolinea che questa guerra può diventare il momento fondativo della difesa comune europea: “Paradossalmente, Trump e Putin ci stanno aiutando ad avvicinarci a una vera difesa comune europea. Ma nel breve periodo resta irraggiungibile.” Gli ostacoli restano enormi: trattati che affidano la difesa ai singoli Stati, divergenze strategiche tra Est e Sud, dipendenza dalla NATO, opinioni pubbliche ostili alle spese militari. “Con Orbán dentro l’Unione, parlare di difesa comune è quasi un ossimoro.Eppure, l’Europa non può più rimandare la domanda cruciale: vuole restare un gigante economico ma un nano strategico, oppure costruire finalmente una sua autonomia di difesa?

Le parole di Mikhelidze non lasciano scappatoie. Non esiste la scorciatoia della diplomazia. Non c’è un Putin pronto a ravvedersi. Non ci sarà una Provvidenza manzoniana a trasformare l’Innominato del Cremlino in un penitente improvviso. Ci sono solo scelte. L’Europa deve decidere se continuare a oscillare tra rimpianti e lamentele, oppure se assumere la durezza necessaria.

E allora, mentre a Washington Trump detta a Zelensky condizioni che sembrano fin troppo simili ai desiderata di Putin, la vera domanda per i leader europei è questa: vogliono essere una potenza o un campo di battaglia?